DA BRUNO CONTI A CICCIO GRAZIANI – SEI GOL DI SEPARAZIONE

Il gol di Bruno Conti contro il Perù è un po’ buttato lì, fra quello che era successo prima e durante e quello che succederà dopo. Invece è un gol favoloso, da rivedere e rivedere ancora. Come si accompagna il pallone sul destro è una carezza non prevista e per questo più dolce.

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L’arbitro del secondo match azzurro a Spagna ’82 è il tedesco occidentale Walter Eschweiler, uno dei migliori fischietti del periodo, che ha arbitrato alcune delle partite più importanti fra fine anni ’70 e inizio ’80. Tra le altre una indimenticabile finale di Coppa delle Coppe fra Barcellona e Standard Liegi al Camp Nou. Nonostante il fattore campo i blaugrana soffrono la squadra moderna messa in campo da Raymond Goethals. Solo grazie ad una delle partite migliori giocate da Allan Simonsen nella sua carriera, riuscirà a vincere. Il danese segnerà anche il gol del pari dopo il vantaggio di Guy Vandersmissen. Il gol vittoria lo metterà in porta Quini.

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Simonsen è la stella della Danimarca in quel periodo, dando il benvenuto in Nazionale ai Laudrup ed Elkjær Larsen per la Danish Dynamite. L’ultimo gol in Nazionale per il Pallone d’oro 1977 è del 1983, ad Atene contro la Grecia. Non è un gol qualsiasi, è lo 0-2 definitivo che qualifica la Danimarca per Francia 1984 (competizione in cui Simonsen arriva in grande forma ma durante la prima partita contro la Francia si frattura la tibia), eliminando l’Inghilterra. Senza quel gol non ci sarebbe stata poi la generazione “dinamitarda” che arriverà fino in Svezia nel 1992.

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Bella quella Danimarca, meno la Grecia, anche se epico è il suo centravanti, Nikolaos Anastopoulos, dannazione dei tifosi avellinesi nel 1987-88. Non segna mai con la maglia dei Lupi, ma gioca bene la prima di campionato contro il Torino e tutti nutrono speranze presto infondate. Lui non segna, ma fa di tutto per mandare in gol i suoi due compagni di squadra, Walter Schachner (pareggio sempre austriaco con Toni Polster) e Alessandro Bertoni, autore del 2-1 finale su punizione.

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Bertoni aveva era abituato ai gol all’esordio. Successe anche alla prima della serie A 1982-83, quando realizzò il gol del 4-0 ai danni del Catanzaro di Mister Bruno Pace. Ad aprire le marcature di quella partita, a due mesi dall’infortunio alla spalla che lo fa uscire dalla finale mondiale contro la Germania Ovest, è Ciccio Graziani, che offre anche l’assist per Alessandro Bertoni, dopo che ha assistito anche l’altro Bertoni, Daniel.

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Ciccio arriva titolare al Bernabeu per le grandi annate col Torino, l’infortunio di Bettega e le buone prove appena ha indossato la maglia azzurra. Il primo gol di Graziani con l’Italia non può che essere siglato al Comunale di Torino, il 7-4-1976, in amichevole contro il Portogallo.

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INTERVISTA A GIORGIO TERRUZZI SU “SUITE 200. L’ULTIMA NOTTE DI AYRTON SENNA”

Quanto e come Senna ha cambiato la Formula 1?


Credo non esista un momento preciso. E non so nemmeno se abbia cambiato la “Formula 1”, se escludiamo cosa accadde dopo quell’incidente del 1° maggio. Senna piuttosto ha raccontato la propria storia che è anomala e particolarmente preziosa perché abbina talento e anima. Un campione e una persona fuori dal comune. Quando accade così, tutto cambia. Un personaggio lontano si avvicina a ciascuno di noi e lascia una traccia intima che non scompare. Tanto è vero che di Senna stiamo parlando ancora adesso.

Nel tuo libro racconti anche la storia di un borghese grande grande, per la sua capacità di andare oltre quello che era già stabilito dalla famiglia. Questa forza ribelle come si dimostrava?

Non parlerei di ribellione. Senna ha mantenuto sempre rapporti strettissimi con la propria famiglia. Soltanto negli ultimi mesi della sua vita ha avuto a che fare con un nodo rilevante. Un amore che la famiglia disapprovava. E questo ha generato un dolore doppio, se possibile. C’era stato un altro momento di attrito quando il padre, dopo la prima stagione in Inghilterra di Ayrton, avrebbe voluto trattenerlo in Brasile per farlo lavorare nell’impresa di famiglia. Ma fu evidente a tutti che la passione e il talento di Ayrton avevano una priorità.

Un po’ come per Maradona, Federer, Phelps, cosa voleva dire guardare Senna in pista?


Stato di grazia e classe; ferocia agonistica e sensibilità. Soprattutto dedizione al lavoro. Senna era un monaco da pista. Un autentico buon esempio. Era ossessionato dalla necessità di offrire alta qualità, di restituire in termini di prestazione ciò che aveva ricevuto in dono dal destino.

Senna è diverso dal passato, ma anche dal futuro. Lo è per stile, storia o vicende vissute in F1?


Lo è per qualità umane. Una persona pubblica sempre capace di esporsi e di manifestare i propri sentimenti. Credo che sia questo il punto nodale. Tanto è vero che Senna è ricordato da tante persone non necessariamente appassionate di corse. È ricordato come una persona capace di sentire, di badare all’altro, a chi resta più indietro. E di manifestare questa necessità.

Molto bella l’idea narrativa di raccontare l’ultima notte di Senna. Avevi pensato anche ad altri inneschi narrativi per raccontare una fine improvvisa?


No, è accaduto tornando con la memoria a quei giorni, a quella fase così importante della vita di Ayrton. Così ho immaginato qualcosa che riguarda ciascuno di noi: una notte, un momento di riflessione profonda al cospetto di una serie di scelte e di criticità. Che poi fosse l’ultima notte è una circostanza decisiva perché trasforma un eroe umanissimo in una figura tragica. Dunque mi sembrava una occasione narrativa molto particolare e densa. Decisi di andare dove Senna aveva trascorso le sue ultime ore, di restare una notte in quella stanza, di incontrare le persone che gli furono vicine e quindi pensai che il libro avrebbe potuto nascere da quel contesto così particolare. Un uomo dotato di spiritualità, di capacità introspettive particolari, alle prese con se stesso in un ambiente ridotto e in un tempo ridotto.

Leggendo il tuo libro, mi veniva in mente la parola dolcezza. È il sentimento che emerge prima fra tutti quando pensi a Senna?


Dolcezza, tenerezza. La sua immagine è rimasta quella di allora. E di fronte a quell’immagine trovo anche la mia giovinezza, i sentimenti che riguardano molte persone. Ayrton mi commuove sempre. Nella sua immagine c’è un tempo perduto ma anche una istigazione a fare bene, meglio, nel presente. Per molti versi è una questione etica.

Su quale altro sportivo scriveresti un libro?


Ho scritto libri su Achille Varzi, su Alberto Ascari, su Valentino Rossi, un romanzo ispirato da alcuni ragazzi che ho incontrato nel Rugby Milano. Mi hanno interessato Muhammad Ali come Fausto Coppi, come Marco Pantani, come Maradona. Dove c’è una storia c’è dell’oro. Ma c’è oro anche nelle storie di persone non note. Vedremo.

Quali sono per te i 3 libri di letteratura sportiva da leggere a tutti i costi?


Prima di leggere libri di letteratura sportiva serve leggere. Leggere, leggere, leggere. Soprattutto se ti interessa scrivere. Poi, la scelta dei volumi è sempre un fatto personale, segue un gusto individuale.

SARRI. INTERVISTA A ANDREA COCCHI

Nel tuo libro ci racconti l’intera parabola sarriana, dalla Seconda categoria alla Champions League. Per te la sua è più un’evoluzione in relazione alle situazioni che ha dovuto affrontare, con relativo adattamento delle idee di calcio, oppure è il racconto della capacità di portare dei principi forti in tutti i contesti in cui si è trovato ad allenare?

Credo che l’aspetto più significativo sia quello legato a una coerenza tattica di fondo che però non lo colloca nel gruppo degli allenatori che per anni abbiamo chiamato “integralisti” alla Zeman o alla Sacchi, per intenderci. Un po’ perché il calcio è cambiato e l’integralismo non è più applicabile con le modalità e le logiche degli anni ’90 e molto perché, ragionando ormai più sui concetti che sui movimenti codificati, anche gli allenatori con una precisa identificazione tattica sono costretti ad adattarsi alle diverse situazioni in cui si trovano ad allenare.

Tu che lo hai raccontato, facendotelo anche raccontare da chi lo ha seguito nel suo percorso, qual è l’elemento più importante del suo calcio che Sarri ha modificato, ritrovandosi in contesti sempre più sfidanti e difficili?

Se l’organizzazione difensiva è rimasta più o meno la stessa nel corso degli anni, la fase offensiva, pur rimanendo fedele a principi ben identificabili (predominio territoriale con un possesso finalizzato alla ricerca della giocata in verticale, creazione e sfruttamento dello spazio con scambi ravvicinati ad alta velocità con l’utilizzo di triangoli e rombi dinamici, ricerca della superiorità numerica sovraccaricando una zona di campo per poi sfruttare il lato debole) ci sono delle differenze sostanziali che dipendono dalle caratteristiche degli interpreti. Lo stesso discorso vale per il sistema di gioco. L’unica certezza resta la difesa a quattro e l’utilizzo di giocatori scaglionati sul terreno (difficile immaginare una sua squadra disposta con il 4-4-2, per esempio).

Che valore ha l’ossessione per Sarri?

Credo che sia una parte preponderante del suo modo di lavorare. Ma è comunque il valore aggiunto di tanti tecnici che hanno dato molto all’evoluzione tattica del calcio. Oltre a Sacchi, per il quale addirittura l’ossessione si è trasformata in un fattore di stress così forte da costringerlo a lasciare la panchina, anche due contemporanei di Sarri, come Conte e Guardiola, hanno questo approccio “totalizzante” con il loro lavoro.

Oggi, grazie a Klopp così vincente, si parla molto più di verticalità che di fluidità. Sarri, che nasce sacchiano e introietta nel suo gioco quello posizionale di Guardiola, come credi sappia inglobare anche le idee del tecnico tedesco nei suoi sviluppi futuri?

Credo che siano visioni differenti ma non agli antipodi. Basti pensare al gegenpressing, o riaggressone, un must del calcio di Klopp, che è una delle componenti più importanti della nuova Juve sarriana. Ma l’iperdinamismo e l’iperverticalità del Liverpool hanno connotati diversi rispetto ai concetti posizionali che anche un allenatore diverso da Sarri e Guardiola, come Conte, ritiene fondamentali nell’espressione offensiva delle sue squadre. In fase difensiva, poi, spesso il Liverpool inizia ad aggredire qualche decina di metri più in basso rispetto a quanto richiesto alla Juve attuale.

Hai un’idea più chiara su cosa è successo con De Laurentiis? Perché tutto è finito così male?

Onestamente credo che la verità la conoscano solo i diretti interessati. De Laurentiis si aspettava che Sarri fosse entusiasta di proseguire con il Napoli e non ha preso bene i dubbi dell’allenatore toscano accelerando i contatti con Ancelotti. Se avesse aspettato un po’ di più forse Sarri sarebbe ancora sulla panchina del Napoli.
Abbiamo un’idea di Sarri abbastanza netta, quasi stereotipata (il burbero toscano che si è fatto da solo con la fatica e l’ossessione).

Dopo averlo analizzato così nel profondo, qual è l’aspetto non considerato che invece emerge?

La simpatia e la capacità di sdrammatizzare. Credo che sia questo forse l’aspetto che meno si conosce ma che emerge dai racconti delle persone che hanno lavorato con lui.

190810 Coach Maurizio Sarri of Juventus during the International Champions Cup match between Atletico Madrid and Juventus on August 10, 2019 in Stockholm. Photo: Kenta Jönsson / BILDBYRAN / Insidefoto / Cop 210 ITALY ONLY


La Juve deve gestire un brand grande quasi quanto il suo (CR7) e un allenatore perlomeno “fermo” in alcune sue decisioni. Come si può equilibrare un contesto così infuocato?

A parte qualche scaramuccia dovuta a sostituzioni poco apprezzate dal portoghese, credo che il rapporto tra i due sia quello classico che si instaura tra un allenatore intelligente, che sa di dover gestire un brand oltre che un fuoriclasse ed è quindi costretto a dover scendere a compromessi, e un campione che può farti vincere le partite da solo.

Per te come e in cosa cambierà Sarri per adattarsi a Cristiano Ronaldo?

È la struttura di gioco della sua Juve che si adatta a Ronaldo. Quando parte da sinistra si sviluppano le classiche giocate per catene laterali con la mezzala e l’esterno basso, quando si sposta al centro (seguendo il suo istinto che Sarri non si sognerà mai di imbrigliare) si inserisce in un contesto fatto di scambi ravvicinati per cercare il passaggio filtrante in profondità. A seconda di come finisce l’azione si posiziona poi nel modo giusto per iniziare l’azione di pressing con l’altra punta e il trequartista. Pochi ma chiari concetti, senza costringerlo a gabbie tattiche che sarebbero controproducenti.

Dopo la Juve, cosa potrebbe volere un allenatore come Sarri?

Ha già detto che allenerà ancora pochi anni prima di smettere. In effetti arrivare alla Juve partendo dalla penultima categoria del calcio italiano è già un traguardo difficilmente superabile.

Quali sono i tre libri di letteratura sportiva da non perdere?

Al primo posto “Open”, la storia di Agassi raccontata dalla penna straordinaria di J.R. Moehringer. Subito dietro “Febbre a 90’” (Fever Pitch) di Nick Hornby. Poi, consentimi di metterne altri due, “Splendori e miserie del gioco del calcio” di Galeano e “Storia critica del calcio italiano” di Gianni Brera.

CRISTIANO RONALDO. INTERVISTA A FABRIZIO GABRIELLI

La prima domanda non può non essere: “Perché Cristiano Ronaldo?” Non ha la storia del buono per eccellenza né i misteri del cattivo. È un personaggio dis-epico, da cui è quasi impossibile strizzare narrativa già bella e fatta. Hai voluto osare?


Non mi sono ancora fatto un’opinione precisa, e lucida forse, sui meccanismi che mi si innescano in testa ogni volta che scelgo cosa scrivere. Né ho mai pensato di analizzarli, a essere del tutto sincero. Vorrei poter dire che è un po’ come con i soggetti dei romanzi, che ci sono storie che ti si appiccicano alle sinapsi come insetti alla carta moschicida, e in un certo senso è davvero così che va, il più delle volte. Ovviamente non è stato così con Cristiano Ronaldo, probabilmente la storia su cui ho titubato più a lungo, e non mi vergogno a dirlo, su cui mi sono incastrato dubitando non tanto della volontà, ma della capacità di raccontarla, o di saperlo fare in una maniera diversa, in qualche modo nuova, in qualche modo mia. Credo che una delle risposte più fondanti alla domanda del perché la scelta sia ricaduta proprio su di lui, in definitiva, sia celata nella tua declinazione della domanda stessa: Cristiano Ronaldo non è un buono par excellence, ma neppure un villain. E neppure si situa nel mezzo: piuttosto, oscilla. Non sono massimamente affascinanti questi personaggi mai davvero definitivi, con i quali facciamo fatica a capire se voler stare dalla loro parte, o contro di loro? Ma a questo stadio di consapevolezza credo di essere arrivato successivamente, quando mi sono trovato nel mezzo di una tensione che intuivo, ma non immaginavo potesse essere così complessa. Non sono sicuro che osare sia un termine del tutto calzante, ma la componente di sfida è sicuramente stata preponderante. Scrivere di CR per me significava uscire da una zona di comfort, perché mi trovo sempre molto a mio agio quando scelgo di raccontare storie sudamericane, di figli di dèi calcistici minori, e uscire dalla propria zona di comfort, me ne rendo conto solo a posteriori, in effetti è il più ronaldiano degli scenari. In più, ma non necessariamente soprattutto, ho deciso di accettare questa sfida perché mi sembrava mancasse, su Cristiano Ronaldo, un’analisi composita, che trascendesse tanto l’apologia quanto lo strale. Forse il punto più interessante dell’epica ronaldiana, in fin dei conti, è proprio l’antiepicità. Mi sembrava un ottimo punto di partenza, di per sé.

Mi piace molto l’idea di una voce nel libro che parla a Cristiano, forse lui stesso che riflette sulle sue vicende. Quella voce è la voglia di farcela, perché senza quella forza oggi non sarebbe lì sopra. Perché hai scelto di inframezzare il saggio con queste fasi autoriflessive del personaggio?

Gli intermezzi in seconda persona sono scaturiti in maniera davvero naturale, anche se potrà sembrare una banalità dirlo, da subito, cioè da quando ho scritto le primissime pagine, che chiaramente, come spesso capita, non sono le prime del libro. Non mi è sembrato, inizialmente, uno stratagemma troppo pieno di significato: semplicemente funzionava, da un punto di vista narrativo. Ricreava un’atmosfera di intimità, di empatia, con il lettore immaginario che ho sempre seduto di fronte, quando scrivo. Poi, come il sorriso di una ragazza che incrociamo in metropolitana, casualmente, con il passare del tempo, e delle frequentazioni, ha assunto sfumature diverse, sempre più semanticamente rilevanti. Finché non è diventata un’ossessione. Non l’ho mai pensata, a essere sincero, come una voce autoriflessiva: quella, nella mia testa, è sempre stata la mia voce, la mia personalissima maniera di rivolgermi a lui, o forse alla proiezione di lui che m’albergava in testa, all’ossessione – appunto – della quale ero finito prigioniero, che mi piacesse o meno. A qualcuno potrà sembrare irriverente, dare del tu a qualcuno che non si conosce, o dal quale non si è conosciuti. A me, invece, dà l’impressione di essere la forma più genuina, naif se vuoi, più spoglia di sovrastrutture che si può scegliere quando ci si rapporta con qualcuno di maestoso. Non ho mai sentito nessuno dare del Lei a Dio, in fin dei conti.

Per te, da un punto di vista mentale come e perché si è evoluta la parabola ronaldiana, dal roccocò dei primi anni al neoclassicismo di oggi?

Non sono certo di ricordare bene, ma mi pare che sia stato Gurdjieff ad aver detto che l’evoluzione non è che la presa di coscienza di potenzialità e strumenti capaci di cambiare uno stato di cose che abbiamo voglia di cambiare. L’evoluzione è inevitabile, a prescindere, in ognuno di noi, e in Cristiano Ronaldo, se c’è qualcosa che mi pare sia stato chiaro fin da subito, da quando era un ragazzino nelle giovanili dello Sporting, è che man mano che ha preso coscienza delle sue abilità, delle sue potenzialità, non ha mai neppure minimamente pensato a non metterle alla prova, potenziarle, sfruttarle appieno. La rivoluzione darwiniana tascabile di Cristiano Ronaldo ha una sua prepotente logica, e se ci pensi bene anche una divisione in tappe fin troppo prevedibile: i barocchismi di gioventù, la maturità quasi brutalista, una specie di Nirvana neoclassico. Se poi trasciniamo la domanda su lidi meno esposti, cioè per esempio sul dove abbia trovato gli stimoli per evolvere, per ridefinirsi, per metamorfizzare la percezione del suo ruolo nel mondo, e nel nostro immaginario, ecco che non mi sentirei di perpetuare il cliché trito dell’automotivazione. Credo che l’evoluzione della parabola ronaldiana segua, in qualche modo, e risenta, e abbia cavalcato, e sia sempre molto attenta ad assecondare il moto di contingenze, incroci, paralleli. L’evoluzione di Cristiano Ronaldo, in qualche senso un po’ mesmerizzante, è anche l’evoluzione del nostro modo di guardare Cristiano Ronaldo. E della sua capacità di definire, o ridefinire, il contesto che lo circonda.

Ad un certo punto accenni alle possibili difficoltà che il rapporto Sarri-Cristiano Ronaldo potrebbe avere. CR7 ha sempre poco apprezzato gli allenatori da scrivania, coloro che hanno studiato calcio e non giocato ad alti livelli (Benitez, come scrivi, era spregiatamente chiamato “El Diez”). Come si evolverà secondo te il rapporto Sarri-Cristiano Ronaldo?

Ti confesso che quando ho chiuso il libro il rapporto tra Sarri e Cristiano Ronaldo era soltanto al prologo, ed era – com’è naturale che fosse – ancora un idillio, una specie di Arcadia in cui regnava il sentimento di sospensione dell’incredulità: come si poteva pensare che non andassero d’accordo? Che potessero non andare d’accordo? In fin dei conti Sarri, fin dalle prime uscite pubbliche, aveva sottolineato in maniera decisa come CR fosse il perno sul quale avrebbe edificato la propria Chiesa. Ma le Chiese, si sa, sono fatte ad hoc per gli scismi, per frammentarsi in decine di culti affini ma divergenti: nelle ultime settimane l’acredine si è fatta più decisa, il bene dell’uno non sembra passare per il bene dell’altro, e anche se è un periodo passeggero, ovviamente, del tipo che a Cristiano Ronaldo sono già capitati in carriera, potrebbe anche aver aperto una finestra su what if futuri. Non credo che Sarri voglia, o addirittura possa, portare lo scontro alle conseguenze estreme. Così come, d’altro canto, Cristiano. L’inverno finirà, come dice in quella canzone Dente, e così anche il gelo nel suo cuore. Arriverà la primavera, la fase finale della Champions League, e in quel momento Sarri dovrà realizzare di non poter fare a meno di Cristiano, e Cristiano dell’equilibrio tattico che Sarri sta disegnando per la Juventus, ma soprattutto per mettere Cristiano nelle condizioni di essere letale. Non vedo mai nubi nere sulla testa di nessuno, nel futuro, ma forse sono io, che sono un ottimista inguaribile.

La felicità di Cristiano Ronaldo sembra durare sempre un attimo. La serenità sembra essere tutta una costruzione per i social media. Tu che hai cercato di capirlo, oltre che raccontarlo, il vero Cristiano Ronaldo cosa vuole più di ogni altra cosa?

José Ortega y Gasset diceva che molti uomini, come i bambini, vogliono una cosa ma non le sue conseguenze. L’impressione generale che mi è sempre sembrato di poter carpire dai comportamenti di Cristiano Ronaldo, non voglio arrivare a dire che sia la verità ma è di certo l’idea che mi sono formato, è che la pietra filosofale al termine della sua ricerca non sia che, semplicemente, l’accettazione. Quel tipo di accettazione ecumenica, incondizionata, che porti sostenitori e detrattori, in certi istanti ben definiti, a concordare su quanto sia incontestabile la sua grandezza, la sua impronta nella storia del gioco, la sua legacy. Però, poi, c’è il rovescio della medaglia: più di ogni altra cosa, Cristiano vuole rifuggire da tutta una serie di accettazioni. Dall’accettazione del fatto che arriverà un tramonto ineluttabile, che certe polveri bagnate faticano a rinfrancarsi, che ci sono situazioni in cui non è poi così infallibile. E la presa di coscienza della caducità, della fallibilità, concorrono a fargli scattare l’istinto di cercare maggiore accettazione. Si sarà capito il carattere circolare, il loop nel quale vive Cristiano Ronaldo, la deliziosa e sciagurata maledizione che è per lui propellente e kryptonite allo stesso tempo.

Nel libro scrivi che con Cristiano Ronaldo si apre l’era della “contabilità del talento da una parte e del controvalore economico dall’altro”. Dopo di lui cosa sarà lo sportivo di alto livello?

In quel passaggio in particolare parlo di come l’asset di valori di Cristiano Ronaldo si basi sulla partita doppia, sulla tangibilità delle cifre, dei numeri. Probabilmente i valori di ogni atleta sono legati a doppia mandata alle cifre che affastella, o che arriva a valere, ma mai con l’ossessione che invece alimenta Cristiano Ronaldo: l’ossessione di essere il calciatore più pagato al mondo, il più caro, quello con più reti segnate per la sua nazionale, quello con più reti tra i calciatori in attività. Non so se ricordi la reazione che ha avuto quando l’Atletico Madrid ha ufficializzato l’ingaggio di João Félix per 126 milioni di euro. «È difficile dire quanto valgo io», ha rimarcato in un’intervista di poco successiva, stuzzicato sul tema. Quel che voglio dire è che nessuno, prima di lui, aveva mescolato in maniera così compiuta e coerente le cifre non solo economiche, ma anche quelle per dire dei record, delle vittorie, dei trofei, dei gol segnati, con il talento, tanto da rendere ognuno di questi traguardi davvero contabilizzabile. Ovviamente l’aspetto più distopico in assoluto di questa combinazione inedita è la creazione di un’interpretazione mendace, eppure legittimata, di un rapporto stretto tra valore economico e contabilità del talento, cioè della potenzialità di convivenza all’interno dello stesso contesto, loro che nascono per essere separate, che ha creato una specie di bolla speculativa, anche concettuale. Gli sportivi di alto livello sono già qualcosa in più di quanto non fosse Cristiano Ronaldo: bisognerà vedere quanto durerà questa lettura, fino a quale punto di tolleranza possa spingersi.

È geniale l’idea che esponi dell’immagine ronaldiana sempre 800×800, il resize perfetto per Instagram e per mettere da solo, al centro di ogni focus semantico il protagonista. Con queste scelte iconografiche il paesaggio è morto e anche i dettagli stanno molto male. Quanto Ronaldo si rende conto e fa di tutto per creare questa immagine dell’eroe solo e potentemente significativo?

L’egotico si rende conto di esserlo solo quando glielo fanno notare dall’esterno, perché prima, ovviamente, non aveva neppure mai pensato all’eventualità. Sarebbe ingeneroso pensare che la modalità espressiva di ogni immagine potenzialmente iconica di Ronaldo sia davvero ricercata per essere tale, ma anche ingenuo credere il contrario, cioè che non ci sia un certo livello di ricercatezza. I social, diceva Ray Bradbury, sono piscio nelle orecchie della gente: però a un livello più profondo sono anche lo strumento espressivo più egocentrico, solipsista e di conseguenza solitario che l’uomo abbia mai conosciuto, controintuitivamente peraltro al loro scopo. Nonché il filtro immaginativo dei nostri tempi, in cui ogni aspetto – soprattutto quello della fruizione dell’entertainment – passa per quel formato. Nell’immagine di solitudine che Ronaldo dirama di sé non c’è la tristezza del solitario, ma l’inavvicinabilità di chi si erge sul contesto. E in quanto a perfezione ricercata, sintetica, il formato Instagram, lo chiamiamo così per comodità, è quanto di più perfetto. Più in generale credo che Cristiano Ronaldo sia perfetto, nelle pose, nel tipo di messaggi che vuole convogliare, nei gesti atletici, nella sua estetica, insomma, per la Nuova Fruizione Calcistica, cioè per quella nuova maniera di godere del calcio non più attraverso l’esperienza totale ma la frammentazione (mi verrebbe da dire disintegrazione) in piccoli chunk immaginifici: la distillazione più totale dell’azione in particelle di gestualità.

Nella recensione al libro ho scritto che tu (insieme al Modeo di qualche anno fa, Iervolino e per determinati aspetti Trellini) hai posto le basi per una nuova scrittura sportiva italiana. Non puoi rispondere che sto esagerando, ma partendo da questo assunto, mi devi dire se è vero che in Italia senti questo nuovo fermento narrativo legato allo sport.

Ti risponderò partendo da un aneddoto. Nel 2012, quando è uscito il mio primo libro in qualche modo invischiato col calcio, che si intitolava “Sforbiciate” ed è stato pubblicato da Piano B, ho girato tantissime librerie, e in ognuna di queste, parlando con il libraio, ci trovavamo a discutere di quale fosse il posto giusto, appunto, per Sforbiciate. Quasi tutti mi dicevano che non se la sentivano di metterlo nella parte di libreria dedicata ai libri sportivi, e in qualche modo mi sentivo lusingato, perché ero convinto che fosse una maniera carina di sottolinearne il valore letterario. In realtà, a posteriori, non mi avrebbe dovuto poi così inorgoglire, perché il significato sotteso, ovviamente, era che la narrativa sportiva fosse qualcosa di totalmente didascalico, troppo lontana dalla letteratura. Quasi in contemporanea è nato L’Ultimo Uomo, e io ricordo ancora il primo pezzo in assoluto, scritto da Daniele Manusia, che aveva per titolo il codice fiscale di Francesco Totti. Leggevo già Daniele quando scriveva per VICE una rubrica che si chiamava Stili di Gioco, leggevo lui e nel frattempo scrivevo alcune cose per Fútbologia: erano mondi un po’ distanti, che avevano una visione anche antitetica se vogliamo. In Fútbologia c’era l’affinamento, e la perpetuazione, di una modalità di racconto sportivo che apparteneva più all’epica dei griot, al teatro orale, non so se mi spiego. In Daniele, invece, c’era il mondo là fuori distillato e iniettato nello sport, una sincrasia pazzesca. Forse in quel periodo sono spuntati i germogli di quello che tu chiami nuovo fermento narrativo e che a me piace chiamare big bang dello sportswriting italiano, se mi passi il nome un po’ altisonante, perché è stato davvero l’incontro-scontro di una serie di particelle autoriali che si sono ridefinite l’un l’altra. Evidentemente ne parlo come ne parla chi è strettamente coinvolto, ma io credo che dentro L’Ultimo Uomo, e poi dentro Undici, e col tempo altre testate, altri contesti, c’è davvero stata, in questi anni, una specie di atmosfera da dojo, una costante ricerca che senza esserselo prefisso, eppure ricercandolo, ha definito un nuovo canone narrativo sportivo. In fin dei conti, in CR non ho fatto qualcosa di troppo diverso – al netto del respiro, e della complessità ovviamente – da quello che cerco di fare nel quotidiano. Che è anche assorbire gli stimoli che provengono da una corrente (si può dire così) che è molto meno ancorata alle tradizioni di quanto si vorrebbe pensare.

Domanda che faccio a tutti in chiusura. Tre libri di letteratura sportiva che dobbiamo avere.

Non sono sicuro che la mia risposta corrisponda ai tre libri di letteratura sportiva che si dovrebbero avere tout court, ma di certo sono quelli che per me sono fondamentali. Uno è “Brilliant Orange”, per la complessità delle stratificazioni, la multidisciplinarietà, l’esondazione in campi diversi da quello meramente calcistico. Un altro è “Angels with dirty faces” di Jonathan Wilson, per la monumentalità della ricerca: forse il più tradizionalista, per approccio e modalità espressiva, ma un caposaldo. L’ultimo in realtà sono due, e sono proprio “Un giorno triste così felice” di Lorenzo Iervolino e “Cantona. Come è diventato mito” di Daniele Manusia. Perché sia Iervolino che Daniele dimostrano come sia possibile scrivere di calcio mettendo molto di se stessi, della propria voce, dei propri dubbi, delle proprie debolezze.

In questo blog si vede e si discute di sport del passato, si recensiscono libri che hanno come tema la letteratura sportiva, si "poeta" sulle fughe, i goal, i pugni, le sgommate, si apre l'orecchio a chi vuole condividere i ricordi di una vecchia emozione ancora densa e sgocciolante dentro la pancia e la testa

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