UNA DOMANDA: “BECCANTINI E IL BERNABEU L’11 LUGLIO 1982”

UNA DOMANDA. Ho pensato di fare una sola domanda ai migliori giornalisti e scrittori sportivi che abbiamo in Italia. Dopo Dario Torromeo e il suo ricordo del Luna Park di Buenos Aires, ho chiesto a Roberto Beccantini (sì, proprio il Mitico Beck): “CHE RICORDI HAI DI TE AL BERNABEU PRIMA E DOPO ITALIA-GERMANIA OVEST DELL’11 LUGLIO 1982?” E il maestro Beccantini ha tirato fuori questo gioiello. Solo chi è stato lì può raccontarlo in questo modo.

Fu come un conclave, in attesa frenetica del nuovo Papa. Erano rimasti un italiano e un tedesco. Uscì il papa italiano, il papa nostro. Burbero come Enzo Bearzot, dolce come Gaetano Scirea, teatrale come Marco Tardelli, incisivo come Pablito Rossi, ecumenico come Dino Zoff. Fu una notte, la notte dell’11 luglio 1982, così unica, così speciale e così clamorosa che trasformò in protagonisti anche noi giornalisti: testimoni più o meno umili, più o meno schierati, più o meno ruffiani.Ricordo il sudore e il rumore del popolo, gli episodi, i gol, la fine di tutto e l’inizio di tutti, la sintesi di un mese che ci avrebbe segnato, dai lazzi di Vigo ai pazzi di Madrid, tutti sul carro, tutti italiani, se non, addirittura, bearzottiani.Quella partita, quella vittoria, quello stadio come metafora di un Paese. Che non ha mai terminato una guerra con l’alleato con il quale l’aveva cominciata. A ben pensarci, persino il Mundial spagnolo. Partimmo nemici dei nostri, ebbene sì, e amici di chiunque potesse buttar giù la statua del «Vecio» e dei suoi ragazzi. Finimmo amici dei nostri e nemici di tutti coloro che, con noi, avevano accettato di disonorare il calumet del Citì e della sua tribù. Fingemmo di non riconoscerli. Traditori e pure vigliacchi.Non fu solo un trionfo. Fu la storia di un pugno rissoso di campanili che d’improvviso – per una notte: quella – grazie alla nazionale si fece nazione. Terminato di scrivere e inviato il pezzo alla “Gazzetta”, in un Bernabeu ormai nudo e struccato fumai un mezzo toscano. Allora si poteva.

RECENSIONE “LA CADUTA DEI CAMPIONI” DI ULTIMO UOMO

Lev Semënovič Vygotskij, uno dei più grandi pedagogisti del Novecento, sviluppò l’idea della zona di sviluppo prossimale, ovvero quello spazio psicologico che dal livello di sviluppo attuale che avevi già raggiunto nella tua crescita andava verso il livello di apprendimento potenziale, che si può raggiungere. In questo spazio di mezzo è fondamentale il sostegno e la spinta di un educatore o di un’altra figura fondamentale per fare quel passaggio di livello verso uno sviluppo successivo.
Parto da questa riflessione del grande pedagogista russo perché le storie raccontate dagli autori de L’Ultimo Uomo per il libro “La caduta dei campioni” fanno riflettere proprio su come tante delle carriere descritte sia siano impantanate nella zona di sviluppo prossimale, forse proprio perché non hanno trovato una figura educante capace di far fare loro il viaggio più difficile, dall’attuale al potenziale che il loro stesso talento poteva esprimere.
Il talento e l’oggi. Ci sono tante storie contemporanee nel libro perché, rispetto a prima in cui la coltivazione del talento poteva procedere lungo un pendio molto più dolce, oggi per coltivare il talento (il che tiene dentro concetti come classe, fisico, vita psichica, condizioni esistenziali nella loro generalità) serve una cura maniacale, anche perché si è quasi quotidianamente messi alla prova da piccoli e grandi esami che ne chiedono la certificazione. Oltre alla difficoltà psichica nel gestire il peso di un talento in un tempo vorace e così accidentato di prove, spesso accade che per qualche strano motivo, magari addirittura extra-sportivo, ci invaghiamo di un talento minore, ponendogli obiettivi troppo grandi per lui. Alcuni di questi talenti immaginati sono descritti nel libro e sono giustamente analizzati per quello che potevano effettivamente dare e che forse pensiamo sprecati solo perché siamo noi a valutarli in base a parametri assolutamente fuori scala.
Il libro è un bellissimo viaggio fra mondi possibili, la magia è leggere le storie e crearsi continuamente distopie in cui Adriano vinceva cinque Palloni d’oro, George Best portava l’Irlanda del Nord in semifinale ai Mondiali, Rūta Meilutytė avesse già sei medaglie d’oro olimpiche al collo. Tutte cose che sarebbero potute succedere se…
Raccontarsi, ragionare, andare a vedere cosa c’è dentro, sotto e oltre quel “se” è un esercizio narrativo e saggistico di grande interesse. Non è solamente un “What if” come tanti libri di storia e tanti prodotti mediali ci hanno raccontati fino a oggi, è anche una sorta di lamento, perché quelli raccontati sono donne e uomini che avevamo davanti a noi, in cui abbiamo creduto e che ci hanno anche sussurrato qualcosa riguardo alla nostra di vita.
Per questo il libro è un susseguirsi di μοιρολογ, lamenti funebri greci che in questo caso piangono il possibile assente. I μοιρολογ si tenevano solo con il sole, quando calava la notte bastava il silenzio per farti percepire il dolore. Ma non solo. Il silenzio della notte serve anche a farti pensare a quello che verrà, perché la vita delle speranze, anche se frenata dall’attesa di un talento mai in accelerazione, non si blocca mai del tutto, e ce ne sarà di sicuro uno nuovo su cui mettere il cuore in subbuglio già domani.

“COPPI ULTIMO”. INTERVISTA A MARCO PASTONESI

1 – Chi era il Coppi del suo ultimo anno e soprattutto cosa sarebbe stato il Coppi degli anni ’60 e ’70?

Era uno uomo stanco, che si riempiva di appuntamenti e impegni forse per andare in fuga non più dagli altri corridori ma stavolta da se stesso. Era un uomo diviso e raddoppiato, aveva due famiglie personali e altre due famiglie, quella della nascita e quella del ciclismo. Era un uomo e non solo un mito, una leggenda, un campione, il Campionissimo. Sarebbe stato un manager: aveva idee, intuzioni, voglie, si poneva obiettivi, mete, altri traguardi, possedeva una sana cultura contadina.

2- Coppi nel tuo libro è un sole e intorno a lui decine e decine di pianeti vorticano. Al di là delle vittorie e della grandezza sportiva, che hanno toccato tantissimi campioni, perché alcuni campioni dello sport, come Coppi, hanno un’aurea così forte da influire sulle traiettorie di vita altrui?

Era un uomo generoso (anche se qualche caso contrario c’è stato, come riferito da Renzo Zanazzi), aperto, sofferto. Era un uomo che ce l’aveva fatta e quelli come lui lo sapevano e lo apprezzavano. E aveva accompagnato tutti gli italiani prima e dopo la guerra, fino all’alba del boom economico. Coppi era l’immagine bella dell’Italia che aveva scalato salite misteriose e finalmente scollinava.

3 – Il tuo libro a un certo punto esplode in mille coriandoli di ricordi e testimonianze dirette. C’è un documentario bellissimo che si chiama “Beatles Stories” e fa parlare centinaia di persone che per un motivo importante o per uno futile hanno avuto un contatto con i Beatles. Il tuo libro mi ha fatto ripensare a questo documentario e al fatto che ci siano alcune persone che marchiano i ricordi con una potenza immaginativa davvero speciale. Come te lo spieghi?

Dov’eravamo l’11 settembre? Uguale: dove erano quando furono trafitti dalla notizia della morte di Fausto Coppi? Coppi era entrato nella vita dell’Italia e degli italiani (e non solo). Era stata un’apparizione, una folgorazione, un’illuminazione, e quel preciso istante viene ricordato da tutti in maniera indelebile. Una corsa, una scampanata, un incontro casuale o un appuntamento inseguito, una voce alla radio o un articolo di giornale, una bicicletta o un paracarro.

4 – Parli di un Coppi molto “campione dell’oggi” in realtà, in quanto errante in mille luoghi ed errabondo nell’animo. Pensi sia una lettura corretta o il magnete Castellania alla fine lo avrebbe in qualche modo sopraffatto e fatto tornare, stabile e ottocentesco, alla sua terra.

Sarebbe tornato a casa. Sarebbe rimasto a casa. Anche se con villa a Novi Ligure o appartamento a Milano, anche se con la valigia in mano e il passaporto in tasca, anche se riprodotto su lamette da barba o su marchi di biciclette. Castellania è Coppi e Coppi è Castellania, tant’è che oggi quelle quattro case in cima a una collina si chiamano proprio così: Castellania-Coppi.

5 – Da quello che scrivi emerge un Coppi che pensa molto al futuro, personale e del suo sport. Come pensi stesse immaginando in quel momento Coppi il ciclismo dei successivi 30 anni?

Aveva sentito che la bicicletta non sarebbe mai stata abbandonata, ma sarebbe sempre rinata. Aveva intenzione di esportare le sue biciclette in Africa, quarant’anni prima di quello che avrebbe poi fatto Tom Ritchey, l’inventore delle mountain bike, con le sue bici-cargo in Rwanda.

6 – Mi interessa tanto la figura di Meo Venturelli, di cui hai scritto anche “Meo volava”, altro libro molto bello. Cosa aveva visto Coppi in questo giovane ciclista che considerava in un certo senso il suo delfino?

Aveva visto le stimmate del campione, ma anche la leggerezza, la spensieratezza, l’incoscienza, le trasgressioni che lui non aveva avuto il coraggio di adottare o affrontare. Coppi era stato un monaco, Venturelli un eretico. Coppi era stato un ambasciatore, Venturelli un demonio. Coppi sorrideva, Venturelli moriva dal ridere. Coppi si preoccupava, Venturelli se ne fregava. Fra i due c’era un’intesa epidermica e allo stesso tempo sentimentale.

7 – Coppi forse è l’unico campione sportivo italiano in cui nel mondo ci si toglie davvero il cappello. Calpesta con entrambi i piedi il terreno del mito perché non ne abbiamo visto la decadenza, perché ha rivoluzionato il suo sport o perché è deflagrato in un momento in cui molti erano senza punti di riferimento e in qualche modo lo hanno trovato in questo meraviglioso ciclista?

Tutto questo, e altro ancora. Coppi è diventato un personaggio letterario. Tutti hanno contribuito a renderlo anche più grande di quello che era. Nella geografia e nella storia, nello sport e nella scienza, nella letteratura – appunto – e nella poesia. Coppi è un padre della patria, un Garibaldi a due ruote.

8 – Non voglio fare il tuo agente letterario, ma mi devi promettere che ci pensi. Il 24 e 25 ottobre 1942 Milano è squassata dal primo fitto e potente bombardamento aereo da parte delle Forze alleate. Il 7 novembre Coppi stabilisce il nuovo record dell’ora al Vigorelli. È una storia che devi farci la grazia di raccontare.

Grazie, Jvan, per la (sovra)stima, ma lo hanno già fatto. Mauro Colombo, “L’ora del Fausto”, Ediciclo, 2013.

Dovrò leggerlo.

CI RACCONTI COS’ERA IL LUNA PARK DI BUENOS AIRES? – DARIO TORROMEO

UNA DOMANDA. Ho pensato di fare una sola domanda ai migliori giornalisti e scrittori sportivi che abbiamo in Italia. Inizio con il peso supermassimo della boxe, Dario Torromeo, al quale ho semplicemente chiesto “CI RACCONTI COS’ERA IL LUNA PARK DI BUENOS AIRES?” E Dario ha tirato fuori questo gioiello. Solo chi è stato lì può raccontarlo in questo modo.

“Tito, dimmi quanto”.“Quanto cosa?”“Quanto sei famoso in Argentina?”.“Dario, facciamo una scommessa. Tu mi spedisci una cartolina, come indirizzo metti Tito Lectoure, Buenos Aires. Se mi arriva, offri una cena. Altrimenti, pago io”.Juan Carlos “Tito” Lectoure è stato il più importante manager dell’America Latina. È stato soprattutto il boss del Luna Park di Buenos Aires dal 1956 al 2000. Un’Arena ereditata dallo zio Josè che, assieme al socio Ismael Pace, l’aveva inaugurata il 5 marzo del ‘32.Tito era nato nel ’36, nella casa dei genitori. La famiglia Lectoure viveva da tempo nel barrio di Balvanera, a pochi passi dal mercado de Agosto dove era cresciuto Carlos Gardel. Il Luna Park sarebbe diventato la casa dell’artista. Ne avrebbe onorato la scomparsa, a fine giugno del ’35, trasformandosi in camera ardente. Ogni anno lo avrebbe celebrato nel “Giorno del tango”, in cartellone l’11 dicembre: il giorno della nascita del musicista.Le riunioni di pugilato si svolgevano rigorosamente di sabato, per tradizione e convenienza. Era la scelta migliore per portare gente al botteghino. Con il tempo il Luna Park avrebbe però aumentato il ritmo degli spettacoli. Due a settimana: il mercoledì, con il programma ripreso in diretta tv, e ancora il sabato. Tito ne avrebbe gestito l’attività per più di quarant’anni, con oltre tremila appuntamenti pugilistici. Durante la settimana riusciva a fare allenare contemporaneamente fino a cento pugili. Ma quello stadio non ospitava solo la boxe. Negli altri giorni c’era il circo, il pattinaggio su ghiaccio, i concerti rock e addirittura gli Harlem Globetrotters. Un Palazzo dello Sport diventa famoso per il talento dei protagonisti che recitano in quello spazio. Uomini che con le loro imprese fissano i ricordi nel cuore della gente. Poi, anche quando ci hanno lasciato per sempre, grazie alla magia del passaparola, continuano a vivere nei racconti di chi li ha visti combattere.E di eroi con i guantoni il Luna Park ne ha celebrati tanti.Carlos Monzon, ad esempio.Era l’11 novembre del ’72.Benny Bad Briscoe veniva ancora una volta in casa del nemico per prendersi quello che pensava gli appartenesse. Nato ad Atlanta, residente a Filadelfia. Lavorava otto ore al giorno per il comune. Prima impegnato nella derattizzazione, poi nella raccolta rifiuti.“Come uccidevamo i topi? Li chiudevamo in una stanza, poi andavamo a cacciarli con una mazza da baseball e li schiacciavamo”.Era un po’ quello che, perdonatemi la durezza del linguaggio, cercava di fare con i rivali. Li chiudeva in un angolo del ring e tirava randellate fino a quando quelli non andavano giù. Briscoe inseguiva il mondiale dei medi, Monzon lo difendeva.Pioveva forte, acqua a secchiate su Buenos Aires. C’era poca gente quella notte al Luna Park.Il destro era arrivato veloce, preciso, potente, distruttore.Aveva centrato Monzon al volto.E allora Briscoe aveva cominciato a cercare freneticamente un angolo, uno spiraglio. Gli servivano per mettersi in pari con tutto quello che la vita fino a quel momento gli aveva negato. Era vicino al titolo come non lo era mai stato. Monzon era scosso, debole. Un altro destro, un altro ancora. Venti secondi alla fine del nono round. Un’eternità per un pugile in sofferenza.Erano mille e cinquecento gli spettatori che avevano sfidato la pioggia. Adesso urlavano, muovevano le braccia, saltavano sulle sedie, incitavano l’argentino. Ma lui sapeva benissimo che sarebbe stato inutile. Come sempre, poteva contare solo su se stesso. Nessuno è solo come un pugile sul ring.“In quegli attimi di confusione, di annebbiamento, vedevo davanti a me due Briscoe. Uno a destra, l’altro a sinistra. Due immagini confuse. Ho scelto quello a destra, mi è andata bene. L’ho colpito e ho capito che avrei recuperato e portato a casa anche quel match. Così è stato”.

Monzon non si era mai sentito amato al Luna Park.Rodolfo Sabbatini mi raccontava che, quando era volato a Buenos Aires e aveva proposto a Tito Lectoure un contratto per portare Carlos a Roma contro Nino Benvenuti, il boss non ci aveva pensato su più di due secondi.“Si può fare. Monzon non è certamente il pugile che mi riempie il Luna Park”.Il giovanotto veniva di Santa Fè e a comandare, nella boxe come nella vita, erano quelli della Capitale.“Quasi nessuno pensava a una sua possibilità di vittoria, andava in Italia a perdere”, dirà Carlos Losauro, all’epoca capo della redazione sportiva de “La Nacion”. A Buenos Aires faticavano a volergli bene.Non è un caso che tredici dei suoi quindici mondiali, Carlos li abbia disputati lontano dal mitico impianto.Tra Nicolino Locche e il Luna Park è stato subito amore. Il radar umano ha vissuto su quel ring cinque vittoriose difese del titolo superleggeri Wba. Lui era quello che intercettava i pugni degli avversari prima che potessero sfiorarlo. Per questo lo chiamavano El intoccabile, l’intoccabile. Detestava prendere colpi, li evitava con spostamenti millimetrici del corpo, li deviava con abili movimenti delle braccia. Artista della schivata e del gioco di gambe. Ballerino capace di muoversi disegnando le figure di un tanguero. Il Luna Park impazziva per lui. Quando combatteva, la gioia prendeva il sopravvento sul dramma della boxe.Padre e madre italiani, famiglia numerosa. Una leggenda costruita attorno al suo nome. Fumava Cigarillo Traicionero più volte al giorno, anche pochi minuti prima del match. Anche nello spogliatoio. Quattro tiri e via. Sigaretta e pisolino prima di infilare i guantoni e andare verso il ring. Mano sinistra fantastica, un professore. L’Argentina lo venerava come un dio e il tempio dove praticare quella religione era il mitico Luna Park.Era la notte del 4 settembre ‘65.L’Arena era piena come non lo era mai stata, c’erano almeno ventitremila spettatori. Undicimila avevano trovato posto a sedere, gli altri se ne stavano pigiati gli uni sugli altri, in piedi, nel parterre, sulle gradinate, in ogni spazio vuoto. Ovunque.Sul ring Avenamar Peralta e Oscar Ringo Bonavena, si battevano per il titolo argentino dei pesi massimi.Il primo si era esibito a lungo nella categoria inferiore, l’altro era un vero toro. Un personaggio entrato nel cuore dell’Argentina intera. Donnaiolo impenitente, amante della vita notturna e frequentatore di locali malfamati. Morirà ancora giovane. Ucciso da Ross Brymer, un buttafuori del bordello Mustang Ranch e guardaspalle del suo ex-manager americano Joe Conforte. Il movente del delitto non sarà mai del tutto chiarito, ma sembra che alla base ci fosse la gelosia di Conforte per una relazione che la moglie Sally avrebbe avuto con il campione argentino.

Peralta andava giù al quinto round, ma alla fine vinceva la battaglia, largamente, ai punti.Il Luna Park era il campo dei miracoli per chi amava la boxe. Lì qualsiasi cosa poteva accadere. Era il Madison Square Garden del sud. In quell’Arena si sono esibiti anche Horacio Accavallo, Santos Laciar, Sergio Victor Palma, Gustavo Ballas, Juan Domingo Roldan. La storia del pugilato argentino, e in generale quella di molti protagonisti americani, è passata da quell’impianto. Ho sempre visto il ring come una sorta di palcoscenico su cui si muovono artisti che mettono in scena drammi a tinte forti. Sul quadrato i pugili, attori o ballerini a seconda del ruolo che scelgono di interpretare, recitano il testo più difficile. Recitano la vita.Il Luna Park è stato per decenni la sede naturale di questa rappresentazione. Un teatro in cui andavano in scena sogni, illusioni, progetti e drammi. Dolore e gioia si mescolavano naturalmente.Salire sul ring del Luna Park era già un successo. Ma solo quando scendevi quei gradini sapevi se avresti potuto continuare a recitare nella magica Arena, nel regno del boss Tito Lectoure.
A proposito. La cena l’ho pagata io.