4 – 12 JALAN TIMAH 3,SKUDAI, JOHOR

Quando il sole entra nella stanza Mahathir è il primo a saltare dal letto. Ha ancora gli occhi chiusi ma già chiama la mamma per farsi vestire. Ismail è il secondo, lui vuole subito mangiare, tutto quello che c’è, anche quei biscotti che nessun’altro vuole perché sono amari ma il papà li compra lo stesso.
Najib è il terzo, ma solo perché i bimbi nella stanza sono solo tre. Se fossero venti sarebbe il ventesimo. Non perché non ha voglia di svegliarsi e andare a scuola, ma perché a lui piace troppo vedere gli altri muoversi mentre lui è ancora fermo, immobile nel letto. La vita inizia a girargli intorno mentre a lui funzionano solo gli occhi.
La mamma li lava, li veste e li fa mangiare. I bambini svegliano il corpo con calma senza sfrenarsi.
Tutti e tre preparati e pettinati sono messi in fila orizzontale dalla mamma che dice solo una cosa, ma ogni mattina la dice con la stessa, identica serietà: “Oggi dovete fare le cose per bene”.
Fare le cose per bene non è solo un dovere ma una necessità. Se non fai le cose per bene la mamma si arrabbia, il papà ti sgrida e la maestra dice a tutti che non sei bravo. Meglio fare le cose per bene per passare una giornata migliore.
La mamma apre la porta, la signora Munawir saluta e sorride. Lei non dice nulla. È la signora Sirajuddin che invece ogni volta va verso l’uscio di casa dei vicini, bacia i tre bimbi e anche lei dice sempre la stessa cosa: “Mi raccomando, bambini”. Questa cosa i tre la capiscono meno ma la signora Sirajuddin è così buona e poi porta il budino al cocco a cui non riescono a rinunciare finché non è finito.
Attraversano la strada sotto gli occhi delle due donne, che gridano ogni mattina: “Guardate anche dall’altro lato”. Sotto il grosso albero si fermano e aspettano il bus che li porterà a scuola. La mamma non lo aspetta. Sono dove devono essere, basta così. Nella vita non li accompagnerà per sempre, dovrà lasciarli proprio come fa ogni mattina, quando chiude la porta e non li guarda più.
Ma se gli occhi li lasciano restano le orecchie. Non si muove fino a quando non sente il rumore del bus e le tre voci allontanarsi e sparire. Solo allora inizia a tagliare le verdure che servono per il pranzo.

SADOWA 13, 05-079 OKUNIEW, POLONIA

Quando ero in guerra il comandante del reggimento mi diceva che dovevo essere sempre due passi dietro di lui, solo in questo modo chi ci guardava poteva capire al volo chi era a comandare. Magari mia moglie ha conosciuto il comandante, oppure è nella testa di chi vuole sopraffare l’altro l’idea che la prossemica risolva subito la questione.

Io e mia moglie Brygida forse non ci siamo mai amati. Almeno contemporaneamente. Quando la conobbi non mi piaceva, troppo bassa e tozza. A me piaceva Jozefina, la figlia del calzolaio. Era alta, magra e aveva gli occhi di due colori diversi, questa cosa mi faceva immaginare una vita con lei sempre nuova. Dipendeva da quale parte della faccia la guardavo appena sveglio.

Brygida invece mi adorava. Ero più grande di lei e lei sognava che io fossi il suo principe.

Ci incontrammo e parlammo. Mia madre mi disse che era una brava ragazza, mio padre, come sempre, tacque e guardò il focolare. Mio fratello più grande disse solo che la figlia del ragionier Kaminski era la mia più grande fortuna. Ci siamo sposati ad aprile, faceva ancora freddo, nella foto del nostro matrimonio lei si stringeva a me perché tremava dal gelo e dalla paura. Dopo i primi due mesi mi sono completamente innamorato di mia moglie. Non so se è capitato anche ad altri ma quella sensazione di necessaria presenza la sentii solo dopo il matrimonio e iniziò a piacermi. Abbiamo avuto figli, dolori, siamo stati felici, pieni di sogni e fantasie.

Poi l’amore cambia, diventa un lavoro, fare l’amore non è solo il sesso ma anche scambiarsi il quotidiano e così è successo anche a noi. Già con il termine fare invece di dare ci spieghiamo che è un compito da svolgere.

In questo momento esatto che la vedo di spalle non la amo e non la odio. So che c’è e sarà lì anche quando partiró. Mi guarderà e mi stringerà la mano. L’amore cambia ma la vita lo tiene in fresco. Nel momento della festa finale lo tira fuori e stappa. In quel momento lei si volterà indietro e camminerà verso di me. Questi due passi che ci dividono non esisteranno più.

mica dobbiamo aspettare balotelli?

Alla domanda del titolo ormai non ho più risposte che non si rincorrono, negandosi a vicenda. A me Balotelli ha sempre impressionato, nel bene e nel male. Da ragazzo mi ha eccitato, ci vedevo davvero un campione epocale, anche per il suo essere una nuova idea di italiano. Poi mi ha immalinconito. Non solo ha sprecato delle potenzialità, ma non ha imparato a giocare al calcio, uno sport e non un piccolo show privato per poi passare con il cappello.
Sono combattuto. Balotelli potrebbe essere utile perché non c’è nessuno che mi fa chiudere definitivamente la porta. I centravanti che abbiamo in lizza hanno sempre un “non” che li precede. Belotti non è letale, Immobile non è da grandi appuntamenti, Keane non è pervenuto questa stagione, Pavoletti non è sano, Quagliarella non è giovane, Bernardeschi, nella formazione con il falso nueve, non è un centravanti. Resterebbe lui, ma quanti “non” sono da metterci vicino.
Io dico no. Ok la buona volontà, la classe e tutto il resto. Ma prenderlo adesso e dire salvaci tu sarebbe la cosa peggiore da fare. Soprattutto se viene detto ad un calciatore che non aspetta altro che qualcuno lo metta su un piedistallo. Finirà come sempre per lanciare le molliche di pane a quelli che sono sotto.

QUALI AMICHEVOLI DOVREBBE GIOCARE L’ITALIA?

Parlare di Nazionale in questo momento, dopo che anche le partite contro Armenia e Finlandia sono state vinte, è perlomeno poco notiziabile. Infatti ci aspettiamo spazi molto risicati sui giornali. Il girone è praticamente passato, la squadra è questa, di nuovo si potrebbe palesare Tonali, anche se pensiamo che Mancini non butti via l’equilibrio trovato con Jorginho-Verratti-Barella a centrocampo. Per il resto normale amministrazione e un altro po’ di partite del girone, tra cui quella contro la Bosnia fuori casa come unico e piccolo banco di prova.
E allora è meglio lanciarsi in un fanta-amichevoli per tenere desta l’attenzione. Chi farebbe bene ad incontrare l’Italia nel 2020?
La prima su cui mi testerei è sicuramente l’Inghilterra, magari un bel sabato pomeriggio a Wembley. Un po’ per lo scenario, così da capire a che punto ci frega il miedo escenico e poi per la squadra di Southgate, fra le nazionali la migliore al mondo se parliamo di pressing e ripartente fulminee. Il lavoro di Guardiola e Klopp fatto in Premier League ha lasciato segni fortissimi e tenere testa ad un’Inghilterra che vuole fare la partita è un esame da fare.
Eviterei Spagna (ormai conosciamo tutto di lei, per anni abbiamo cercato di imitarli senza riuscirci ma battendoli nel 2016) e Germania, che sempre scegliamo di affrontare in questi periodi di magra. Punterei a sfidare di nuovo, dopo la Nations League, il Portogallo. Se l’Inghilterra è tambureggiante, il Portogallo è avvolgente, nelle cui spire ci si addormenta, si soffoca, fino a che Cristiano Ronaldo non ti dà il morso decisivo. Affrontando la squadra di Fernando Santos, cercherei di assaltare il loro centrocampo di zucchero e genio per togliere loro spazi e tempi. Una cosa quasi impossibile. Se riesce però sapremo usare le stesse idee proprio contro Spagna e Germania.
Infine cercherei la partita che fa brand, quella contro il Brasile. Un po’ perché fa sempre effetto giocarci contro e un po’ per sfidare una mentalità diversa rispetto a quella europea. Utilizzerei questa partita soprattutto per imparare sul campo alcuni dei loro punti di forza, per cercare di farli propri e utilizzarli proprio contro le squadre che poi affronteremo nei campionati europei.

In questo blog si vede e si discute di sport del passato, si recensiscono libri che hanno come tema la letteratura sportiva, si "poeta" sulle fughe, i goal, i pugni, le sgommate, si apre l'orecchio a chi vuole condividere i ricordi di una vecchia emozione ancora densa e sgocciolante dentro la pancia e la testa

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