Allah non ha solo il tacco (parte 1)

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13 dicembre 1987, su Tokyo la neve cadeva fitta già da due giorni e in quello che era il giorno della finale non aveva nessuna voglia di fermarsi. Il National Stadium, lo stadio delle Coppe Intercontinentali dal 1980 (sarà così fino al 2001), inaugurato dai Giochi Asiatici del 1958 solo per metterlo a punto per le grandi Olimpiadi giapponesi del 1964, era una distesa uniforme e piatta di coltre bianca, una tundra vuota dal sapore orientale.

I dirigenti di UEFA e CONMEBOL discussero molto sulle difficoltà di far giocare quella partita, misero in moto una serie di tavole rotonde incrociate in cui emersero tutte le problematiche del caso, si riunirono esperti per fare il punto della situazione e per arrivare alla decisione di buon senso di spostare il match. Alla fine la partita si disputò.
Su quella soffice tela bianca dovevano azzannarsi la vincitrice della Coppa dei Campioni, il Porto, e quella della Coppa Libertadores, il Penarol.

Il Porto arrivò in Giappone da squadra del momento in Europa, ma rispetto alla finale di Vienna contro il Bayern Monaco mancava la mente, Artur Jorge, che era andato ad allenare il Racing Paris, la squadra che voleva diventare il nuovo Saint Etienne e che schierava un centrocampo da leccarsi i baffi con Luis Fernandez, Vincent Guerin, Enzo Francescoli e (per non far sentire all’allenatore portoghese la nostalgia di Madjer) l’algerino Alim Ben Mabrouk, e il braccio, Futre, che aveva emigrato all’Atletico Madrid dove trovò “El Flaco” Menotti ad allenarlo e Jesus Gil a pagarlo.

Venti giorni prima, il nuovo Porto di Tomislav Ivic aveva battuto nella finale di andata della Supercoppa Europea ad Amsterdam l’Ajax, vincitore della Coppe delle Coppe nel 1987 grazie ad un goal di Van Basten contro il Lokomotiv Lipsia. Contro una squadra dal talento tecnico difficilmente immaginabile oggi, anche per i trend del quadrilatero spinto, che schierava insieme Winter, Rob Witschge, Van’t Schip, Bergkamp, Murhen e Richard Witschge, tutti a fare da corte al giocatore con più fraintendimenti della storia: John Bosman (chiaramente sempre confuso con Jean-Marc Bosman, di cui era molto più forte), il saggio di Spalato (che nel 1984-85 aveva allenato l’Avellino… che carriera) propose due novità importanti rispetto all’assetto dell’anno precedente. In difesa il tosto Lima Pereira al posto del difensore brasiliano Celso, arrivato in Portogallo come centravanti e poi spostato in una difesa che già immaginava la zona pura sacchiana, e in attacco Rui Barros, autore del goal vittoria, che doveva sostituire la fantasia di Futre con la sua rapidità e sveltezza (fin troppo svelto poi risultò sotto porta negli anni di Juve). Madjer aveva i soliti problemi al ginocchio e per questo fu tenuto a riposo per sopportare meglio le fatiche giapponesi.

L’annata precedente in Coppa dei Campioni per il Porto era stata una cavalcata meravigliosa. Al primo turno i fringuelli di Artur Jorge abbatterono i maltesi del Rabat Ajax (già Aiace, il destino ha voluto) con un 9-0 casalingo e una quaterna della mezzala Gomes. Al secondo turno, l’avversaria divenne subito insidiosa: la squadra campione di Cecoslovacchia, il TJ Vitkovice. André, universale d’attacco molto bello da vedere, Celso e Futre ribaltarono la sconfitta per 1-0 dell’andata.
Ai quarti, il Broendby fu una squadra più morbida del previsto. Bastò Madjer ad Oporto e Juary in Danimarca (che pareggiò il vantaggio immeritato di Steffensen) a regolare la pratica.
Le due semifinali mettevano di fronte due coppie di squadre dalla cultura calcistica quanto mai diversa. Da una parte il ritmo latino di Real Madrid e Porto e dall’altra l’attenzione mitteleuropea del Bayern Monaco e il “rivoluzionismo” scientifico della lobanovskiana Dinamo Kiev. Furono alla fine due semifinali dominate dalle future finaliste. Il Bayern vinse 4-1 in casa con un grande Matthaus, autore di due rigori, e un Augenthaler piovra e incudine di un centrocampo perfetto. L’impresa decine di volte riuscita del recupero grazie al “miedo escenico” del Bernabeu stavolta non ci fu, anche se la partita fu vinta grazie al solito golletto di Santillana.

Dall’altra parte, il Porto batté per due volte 2-1 la Dinamo, tenendo in mano la partita all’andata su cadenze sambate fantastiche (goal di Futre, André e Yakovenko) e giocando di rimessa ficcante al ritorno (goal di Mikhailichenko, Celso e Gomes).
La finale del Prater del 27 maggio 1987 pendeva nei pronostici dalla parte del Bayern, ma il Porto amava la sorpresa. È alla fine sorpresa fu, con il “tacco di Allah” Madjer e l’indiavolato sacerdote animista Juary che rimontarono il goal iniziale di Kogl e decisero una partita meritatamente vinta dal Porto che mise in mostra due talenti eccezionali: Futre che dribblava come adesso lo fa Messi ma con maggiore equilibrio e Madjer, capace di fintare così bene che le persone di fronte al Telefunken bombato saltavano sulla sedia perché non avevano compreso il gesto.

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