Allah non ha solo il tacco (parte 2)

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Dall’altra parte dell’Oceano, il Penarol superò il gruppo 5 urugagio-peruviano, riuscendo a non perdere nessuna delle partite del doppio derby incrociato con il Progreso di Montevideo e l’Alianza e il Colegio San Agustin di Lima. Al gruppo di semifinale poi capitarono due argentine dalla grande storia: il River Plate, che in prima linea schierava La Hormiga Alzamendi, El Pajaro Caniggia, ed El Pipo Gorosito, e l’Indipendiente di Avellaneda di un solo piccolo grande uomo: El Maestro Bochini (anche detto “Caballero Rojo”). In un girone equilibrato, la doppia vittoria contro l’Indipendiente spalancò le porte della finale al Penarol contro l’America di Calì.
I colombiani guidati da Julio Ceasr Falcioni in porta e Roberto Cabanas in attacco nella finale di andata imposero la legge del “Pascual Guerrero” con un 2-0 netto. Sette giorni dopo, il Centenario rispose. 2-1 con goal di Villar su punizione all’87° minuto. La terza sfida si giocava in un luogo di grandi gioie per il Penarol, che da quella sera lo elesse a suo secondo stadio. Lo Stadio Nazionale di Santiago del Cile aveva già visto gli aurinegri vincere due Coppe Libertadores: nel 1966, il Penarol batté il River Plate alla terza partita di finale rimontando il doppio vantaggio argentino, firmato da Onega e Solari, con una grande prova del centravanti ecuadoregno Alberto Spencer. Nel 1982, contro i padroni di casa del Cobreloa, dopo uno 0-0 in terra uruguagia, il Penarol vinse all’89° grazie ad un goal di Nando Morena.
Anche questa volta lo stadio cileno portò fortuna. Il Penarol vinse una partita violenta come solo le sfide sudamericane sanno essere con un goal di Diego Aguirre al minuto 120.
Arrivò il giorno della grande sfida mondiale, con due squadre in forma e un campo impossibile. Le formazioni recitavano, per il Porto: Mlynarczyk (il portiere dal baffo piatto che Rossi trafisse genuflesso), João Pinto, Inacio, Geraldão, Lima Pereira, Magalhães (già allora veterano, senza sapere che giocherà coi Dragoni fino al 1995), Rui Barros (61′ Quim), Madjer, Sousa, Gomes, André.
Per il Penarol: Pereira, Rotti, Trasante, Herrean (95′ Goncalves), Domínguez, Perdomo (che si trasferì sulla nave di Scoglio al Genoa insieme al “Pato” Aguilera e Ruben Paz), Da Silva, Aguirre, Vidal, Cabrera (46′ Matosas), Viera.
La partita per i primi 20 minuti fu uno studiarsi reciproco, ma soprattutto un capire come fare a non scivolare colpendo il pallone. Scene di squilibri e cadute impazzavano in ogni lato del campo. All’inizio il match fu poco fisico, perché si aveva paura di fare e farsi male. Mlynarczyk il polacco, il più abituato di tutti alla neve, si muoveva in agilità e fermò con tempestive uscite a terra le poche sortite degli oroneri e una punizione insidiosa di Aguirre. Dopo 30 minuti di assestamento il Porto iniziò, non si sa come, a giocare come sapeva anche su quel campo. Passaggi stretti e grande fluidità di manovra grazie al soprannumero in cui si trovava a centrocampo. I Dragoni incominciarono ad affacciarsi con continuità di fronte la porta di Pereira, riconoscibile dalla sua chioma “higuitesca” su cui la neve si posava fitta. Un rinvio sbagliato della difesa uruguaiana permise a Sousa di servire in profondità Madjer, il quale, eluso un avversario con una finta “estiva”, tirò senza guardare verso la porta. Il pallone tocco il palo e si fermò a venti centimetri dalla rete, Gomes, che aveva seguito l’azione, scaraventò in porta con un’ancata pallone, Perdomo e una montagna di nevischio.
Finì così il primo tempo, con il campo che da bianco si era trasformato in un grigio-miniera di fanghiglia gelata. Come il primo tempo, all’inizio del secondo le redini del gioco le prese in mano il Penarol, con ancora una volta il portiere polacco del Porto molto attento. Ad un certo punto, la partita sembrava scivolare via, troppo difficile per gli uruguaiani imbastire una manovra sensata e molto facile per l’arcigna difesa portoghese allontanare le minacce. All’80° Aguirre batté un calcio d’angolo sul secondo palo, la palla è rimessa al centro di testa verso Viera, che senza far toccare palla a terra (altrimenti si sarebbe impantanata) tirò di sinistro verso la porta, una deviazione fece alzare il pallone che superò Mlynarczyk, uscito sui piedi di Viera per ribattere il tiro.
Da questo momento, il Penarol pensò di aver rimesso le cose a posto e iniziò ad immaginare i rigori, il Porto si sentì frustrato, colpito ad un passo dall’impresa, e tutti e 21 i giocatori decisero di aspettare chissà cosa. Ripeto 21, perché il solo che iniziò a giocare ancora meglio e a correre come un ossesso su quel campo che diventava ogni attimo che passava un orto appena seminato, anzi no, un campo minato un secondo dopo lo sminamento per scoppio, fu il meno indicato, il più abituato al caldo e ai terreni duri, Rabah “tacco di Allah” Madjer.
Verso il 90° sfiorò il goal vittoria con una palla soffiata a Rotti, nel primo tempo supplementare bruciò in velocità Dominguez ma fu bloccato da una pazza uscita di Pereira, poi arrivò il minuto 110. A centrocampo la palla iniziò a schizzare veloce tra i rinvii dei centrocampisti, per poi bloccarsi a terra come in un flipper in tilt; quasi disperato, Quim (subentrato a Rui Barros) tirò una ciabattata in avanti. Trasante, in netto anticipo, si avvicinò trotterellando alla palla, mentre Madjer alle sue spalle correva a tripla velocità. Proprio nel momento in cui il terzino voleva spazzare fuori, l’attaccante algerino con guizzo gli spostò il pallone in avanti e lo superò a sinistra. Appena messo fuori causa Trasante, Madjer ebbe la prontezza di guardare il posizionamento del portiere e, visto che Pereira aveva fatto due passi avanti per bloccare la sua avanzata, calciò sotto il pallone proprio nell’attimo in cui il fango lo bloccava e un secondo prima che Trasante lo fermasse con il fisico. Colpito, il pallone si alzò docilmente per abbassarsi appena superato il portiere. Nella neve dell’area piccola ancora intatta la palla non si fermò, ma continuò a scivolare fino in fondo alla rete. È stato un goal meraviglioso non solo per la bravura tecnica in condizioni disumane, ma per la prontezza di riflessi dopo 110 minuti di battaglia ghiacciata. Gli altri dieci minuti furono fatti di attacchi sterili del Penarol e di un serrate le fila molto ordinato da parte del Porto. La festa portoghese esplose proprio quando la bufera di neve placò di intensità. In uno spartano e semplice cerimoniale, il capitano Gomes prese la Coppa Intercontinentale, Madjer il trofeo Toyota come miglior giocatore della partita e i commentatori portoghesi dimostrarono di essere felici senza essere isterici. Non è stata e non sarà l’ultima partita giocata durante una bufera di neve, ma sicuramente la finale Intercontinentale del 1987 appassiona ancora al ricordo.

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