In questo blog si vede e si discute di sport del passato, si recensiscono libri che hanno come tema la letteratura sportiva, si "poeta" sulle fughe, i goal, i pugni, le sgommate, si apre l'orecchio a chi vuole condividere i ricordi di una vecchia emozione ancora densa e sgocciolante dentro la pancia e la testa

 
 
 
 
 
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Serbia "La vita è un pallone rotondo" di Vladimir Dimitrijevic – 32 squadre-32 libri

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Posted 20 gennaio 2010 by Jvan Sica in Sekularac

Una delle domande più complicate a cui rispondere (paragonabile solo a qualche problema trigonometrico), sulla quale si sono spente le migliori menti della nostra generazione, è: cosa farà la Jugoslavia prima e la Serbia oggi al Mondiale? Per talento e conoscenza del calcio sarebbe sempre da semifinale, per quella voglia mai assopita di curare il proprio orto di follia, un paio di bastonate nel primo girone non gliele toglie nessuno.
Quest’anno in porta c’è un portiere affidabile e, in giornata sì, straordinario. Carriera iniziata con i bosniaci del Leotar di Trebinje, Vladimir Stojković, oggi è in viaggio tra lo Sporting Lisbona e il resto d’Europa, sprecando non poco la sua esplosività. La difesa può essere impermeabile e svagata, a seconda delle voglie. Al centro si piazzano tre dei migliori centrali in circolazione: Vidic, Ivanovic, Subotic. Sulle fasce ci vanno Lukovic dell’Udinese e Kolarov della Lazio. Tutto dipende dalla difesa a 5 o a 4, che ridefinisce anche i componenti del centrocampo. Stankovic è l’anima e non si tocca. Spesso a fare legna, a quel porcellino d’India di Radomir Antic piace Gojko Kačar più dell’ex Fiorentina Kuzmanovic. Al di là dei centrali, il salto di qualità è nelle mani di tre giocatori che possono sbilanciare il tutto: Nenad Milijaš, insider di professione, capace di sdoppiarsi ed essere presente come pochi. Alla Stella Rossa dominava, al Wolverhampton non sempre è presente a se stesso ed è un vero peccato. Zoran Tošić, che da enfant du pays a Zrenjanin è arrivato al grande Partizan, per poi sedurre Ferguson e il Manchester United. Infine Miloš Krasić, un potenziale campione che fino ad oggi ha fatto vedere meno di quello che vale. Corsa e tecnica su una fascia sinistra che domina nelle giornate di vena. Troppi anni al CSKA Mosca prima di diventare visibile per i grandi club europei. Il reparto più enigmatico è l’attacco: il Koller in gonnella Zigic prometteva più del suo andirivieni Valencia-Santander, Marko Pantelić, principe di Berlino con l’Hertha grazie alla sua astuzia flemmatica, Milan Jovanović, scoppiato all’improvviso allo Standard Liegi dopo anni a non far nulla con lo Shaktar in Ucraina e il Lokomotiv Mosca. Se due di questi tre trovano il periodo giusto di forma, vuoi vedere che la Serbia arriva almeno ai quarti?

Non sono un grande esperto di letteratura balcanica, ma se dovessi immaginarmi uno stile tipico di quei posti, che si ripercuote in altri ambiti culturali, inclusi il calcio (eresia!), “La vita è un pallone rotondo“ di Vladimir Dimitrijevic potrebbe essere un esempio perfetto. Baratri e vette in un solo lungo e solitario fluire, di pensieri e parole, su un tema che è il calcio, ma a pensarci bene la vita, come il titolo suggerisce. Dopo poche pagine la definizione che mi è venuta in testa è “Il più mancino dei tiri serbo”, ma la meraviglia di Berselli, con il passare delle pagine si allontana sempre di più. Memoria e cuore in Berselli diventano orme della Storia e pizzichi di una storia che a tratti si risveglia in un presente che è da vivere, comunque. Dimijtrevic, figlio di un benestante e per questo costretto a scappare in Svizzera e diventare, partendo da commesso di libreria, uno scrittore delle sue vicende, mette insieme pensieri più disparati, meno coerenti. Come se lo scrittore slavo non avesse uno scopo per scrivere, mentre è chiaro il motivo: ricordare per ricordarsi.
Il libretto pubblicato in Italia da Adelphi si muove piano, tra i diversi angoli della vita dello scrittore e il calcio, che da speranza di bambino diviene motore del destino (quando arriva in Svizzera riesce a trovare lavoro e a sopravvivere proprio grazie al pallone). Un grazie per la vita che il calcio gli ha dato, Dimitrijevic glielo doveva. I momenti più belli del libro sono le citazioni dei calciatori jugoslavi degli anni ’40 e ’50, grandi campioni che hanno impostato un modello di calcio seguito negli anni dalle diverse anime balcaniche. Tra i grandi calciatori che lo scrittore cita: Svetislav Glisovic, mito delle parole paterne, riferimento del calcio jugoslavo negli anni ’30, in Svizzera nei ’50, i fratelli Jozo e Frane Matosic, che esordisce nel 1935 nell’Hajduk Spalato, in una partita contro lo Slavija Sarajevo e segna una tripletta. Dopo la decisione di sospensione dell’attività sportiva da parte dei dirigenti dell’Hajduk, nel 1942 Matošić si trasferisce al Bologna, con cui milita in Serie A nella stagione 1942-43, nella quale realizza 13 reti in 28 incontri disputati. Più vicino a noi e vero tuffo al cuore, Dragoslav Sekularac, grande centrocampista offensivo della Stella Rossa degli anni ’60 con cui ha vinto 5 campionati. Dopo la Stella, gira molto, arrivando anche in Colombia, dove gioca con l’Indipendiente di Santa Fé e l’America di Cali. Argento olimpico a Melbourne 1956 al servizio di Veselinovic e Mujic e secondo all’Europeo di Francia ’60, a pensare questa volta per Galic e Jerkovic.


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