Parole su Zemanlandia. Intervista a Giuseppe Sansonna

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Giuseppe Sansonna ha realizzato nel 2009 un documentario che può segnare una traccia importante per quel la cinematografia sportiva. “Zemanlandia” è un frullato di parole, immagini e sensazioni che non si buttano via come le solite dichiarazioni post-partita (anche grazie ai protagonisti, s’intende), ma riescono a creare una storia, cosa molto difficile nel calcio, perché la storia è nelle partite giocate e tutti ne hanno una propria. Come anche la storia che lega Sansonna e il Foggia che “era la meta del mio pellegrinaggio domenicale. Partivo da Bari, la mia città. Ero certo che mi sarei divertito. Il piccolo Zaccheria diventava un catino incandescente. La partita si guardava in piedi, stipati come sardine, immersi in una folla impazzita. Prima della partita, l’epifania. MS accesa e trench chiaro, Zeman sembrava volare leggero, sospeso sulla folla adorante. “Zemàn, Zemàn” gridava lo Zaccheria. Il boemo ritirava ritualmente le caramelle offerte dal solito tifoso e si accomodava in panchina. E lo spettacolo cominciava. I “peones” foggiani, come li chiamava Brera, correvano come pazzi. Il campo era vicinissimo alle tribune. Non c’era nemmeno la pista atletica ad arginare la folla assatanata. Baggio, Vialli, Gullit e gli altri semidei del calcio capivano subito di essere approdati all’inferno. Rimpiangevano il loro Walhalla nordico e la quiete rassicurante degli studi televisivi. C’erano venticinquemila persone, ma sembravano centomila. Rambaudi ricorda che, quando tutti saltavano, il campo tremava. “Quel terremoto ci esaltava: sapevamo che la folla era con noi. Agli avversari, invece, tremavano le gambe”.

La cronaca ancora calda parla di uno Zeman eretico. Dal documentario, questa diversità non è spinta sulla sua dimensione “politica”, ma è focalizzata sul suo lavoro di tecnico. Perché hai deciso di non parlare dello Zeman “terrorista” (cit. Vialli)?

Zeman è una persona essenziale. Non è né Pasolini, né Giordano Bruno. Spesso si esprime per tautologie. È l’ipocrisia e la vacuità del mondo calcistico a rendere spiazzanti le sue parole. A farlo risaltare come una sorta di profeta. Lui ha un’utopia semplice. Il calcio è uno sport come gli altri. Va giocato con lealtà e dando l’anima fino al fischio finale. In realtà, nella prassi consolidata del calcio, la gestione del risultato è fondamentale. Per Zeman è un concetto ripugnante. Per lui è come se uno che sta vincendo i diecimila metri, nell’ultimo chilometro cominciasse a rallentare, per gestirsi. Il calcio è l’unico sport in cui tirare i remi in barca è inevitabile se stai vincendo. Per Zeman lo sport educa e diverte. Tiene lontana la gente da occupazioni più abiette. Questa era l’idea di sport per le masse nei paesi del blocco sovietico durante la guerra fredda.

Zeman e Sud Italia “si sono presi” con grande trasporto. Te lo sei spiegato questo legame speciale?

Il sud esalta Zeman. Credo che il suo carisma silenzioso abbia un segreto. La gente del sud, infuocata e passionale, è sedotta dai suoi silenzi. Dalle sue pause. Che ti lasciano solo con te stesso, a riflettere sulla vanità della domanda che gli hai posto. A riflettere, mi piace estremizzare, sulla labilità della comunicazione stessa. Zeman crea il gelo puro. E sei indotto a pensare che abbia carpito qualcosa di profondo sul senso della vita. Ma che lo tenga per sé. Senza farsene vanto. Magari lasciandolo trapelare di tanto in tanto in uno sguardo beffardo. In un sorriso muto.

Per la prima volta Zeman sembra andare oltre la sua impenetrabilità, risultando addirittura popolare. Come sei riuscito a farlo apparire con un diverso approccio?

Ho ottenuto il privilegio di intervistarlo perché ho conquistato al fiducia di Franco Altamura, uno dei suoi migliori amici. Accompagnatore storico del Foggia calcio, è sempre stato l’ombra protettiva del boemo. Mi ha conosciuto e ha capito che non volevo usare Zeman come spesso fa la stampa italiana, sportiva e non, come una sorta di Savonarola da scagliare contro il doping.
Mi interessava parlare della pars construens di Zeman. Che coincide con gli anni foggiani. L’impresa pionieristica consumata in un sud rovente e marginale. Il gruppo di amici che parte dalla C e porta una squadra a destabilizzare il calcio italiano, a esaltare i maniaci del bel gioco, a immettere in serie a ottimi giocatori scovati nei recessi delle serie minori, a introdurre folgoranti innovazioni tattiche. A sfiorare la zona UEFA, persa all’ultima giornata per un’inguardabile topica del portiere di riserva. Credo che Zeman si sia fidato di me perché ha capito che non volevo sollevare polveroni e creare scoop sul doping. Zeman non è un esperto di doping. Ha solo notato che Vialli e Del Piero hanno subito mutazioni genetiche palesi a tutti.

Una delle trovate migliori del documentario è abbinare quasi sempre nello stesso campo scenico la ieraticità di Zeman e il fuoco di Casillo?

Dal punto di vista registico, per riuscire a fare parlare di sé Zeman, l’idea era proprio metterlo in coppia con il vulcanico Don Pasquale Casillo, presidente della storica Zemanlandia foggiana. Se Zeman ha la fissità gelida degli antieroi di Kaurismaki, Casillo sembra fuggito da un set di Martin Scorsese. I capelli foltissimi, nerolucidi con qualche riflesso grigio. La pelle scura, da vesuviano. Un sorriso largo, che ammalia e atterrisce. Un affabulatore incontenibile, con la voce roca e melodiosa. Ho scelto un salotto che mi ricordava il set dell’ultimo incontro tra Max e Noodles, in “C’era una volta in America”. Li ho fatti accomodare su di un enorme divano. Ho piazzato tre telecamere. Una per il totale, una che cogliesse il primo piano di Zeman, una sul primo piano di Casillo. Gli ho suggerito degli argomenti di cui parlare e li ho pregati di ignorarci. Dopo pochi secondi sembravano una rodata coppia comica. Zeman siede perfettamente composto, come un levriero. Casillo all’opposto, deborda ovunque sul divano, strattonando Zeman. Il boemo lo guarda sardonico, sollevando impercettibilmente il sopracciglio. Congela le emorragie verbali di Casillo con frasi lapidarie. Ripercorrono la storia del proprio turbolento idillio. Le visioni diverse degli stessi eventi lasciano emergere la antitetiche dimensioni esistenziali. Zeman adora osservare Casillo. E adora, con la stessa intensità, essere diverso da lui. Non lasciarsi fagocitare. Casillo è profondamente sedotto da Zeman. Dalla sua impudente onestà.

Il Foggia è una squadra che non è mai più esistita o un momento di passaggio verso un nuovo tipo di calcio?

Credo che non sia mai più esistita quella dimensione umana. Oggi, un ragazzo che ha nei piedi il talento di un Beppe Signori, ha cento volte la sua spocchia. È già ingestibile a vent’anni. Il Milan di sacchi è stato il doppio lussuoso del Foggia zemaniano. La sincronia perfetta di un gruppo di campioni sublimi. Un’alchimia irripetibile. Capello ha virato il Milan verso la gestione, il gioco speculativo. Salvo sporadiche eccezioni, le squadre odierne vincono per i guizzi delle loro individualità. Regalano sprazzi di gioco. Ma nessuna tenta di imporre il gioco dal primo all’ultimo minuto, come facevano il Foggia di Zeman e il Milan di sacchi.

Quanto hanno contato i collaboratori (che giocano a carte con uno Zeman sorridente) nel miracolo Foggia?

Il clima del gruppo era fondamentale. C’era un’aria che rimandava agli anni cinquanta. Sodali e scherzosi, amanti del lavoro. Facevano quadrato attorno al boemo, il pifferaio magico che guidava i cavalieri all’impresa. Le parole di Gigi Di Biagio, una sorta di Ninetto Davoli in scarpe bullonate, rendono bene quell’atmosfera.

Secondo te quali sono i pesi e le misure da tenere in considerazione per fare un film sul calcio? Quanto è cinematografico il calcio giocato e quello parlato?

Il calcio giocato, se è bello, è cinematografico in sé. I film che ripropongono simulazioni di azioni di gioco sono stucchevoli. Il mio è un documentario di parole e di volti. Zeman, Casillo e gli altri hanno volti, voci e tempi da cinema. Si trattava di fare emergere la loro fotogenia, il loro carisma, la loro forza narrativa. Mi sembra di esserci riuscito.

Come ti sei preparato per realizzare il documentario?

A sedici anni, mi inabissavo nel catino incandescente dello Zaccheria. Ho provato a restituire quella emozione che mi scuoteva da adolescente. E che mi porto dentro da allora.

Che tecniche ha usato per la realizzazione del documentario “Zemanlandia”?

Ho voluto raccontare una vicenda umana. Un’impresa che nasce da una forte sintonia. Volevo che queste dinamiche emergessero senza essere spiegate. Ho deciso di rinunciare all’intervista classica, frontale.
Una delle sequenze cardine del documentario vede Zeman e il clan storico del Foggia, immersi nel tressette. Volevo che raccontassero la loro vicenda in maniera fluida. Volevo che si dimenticassero della steadycam che gli girava intorno. Mi hanno preso alla lettera. Dopo mezz’ora erano totalmente immersi nella partita. Nessuno parlava del Foggia, pensavano solo a vincere e a scherzare tra di loro. Io ero preoccupato ed estasiato allo steso tempo. Erano quindici anni che non si ritrovavano a giocare insieme. Sembrava che si fossero lasciati il giorno prima. Poi gli aneddoti, pian piano, sono affiorati da soli. Per la prima volta, ho visto Zeman ridere di cuore, felice.

Chi sono gli altri protagonisti?

I protagonisti della partita di tressette sono Franco Altamura, storico dirigente del Foggia. Fine psicologo dal cuore grande, ha creduto in Zeman da subito. Ha sempre mediato tra la vulcanicità casilliana e la dura freddezza zemaniana, smussando gli spigoli con arguzia. Inoltre, ha creduto in questo documentario dal primo momento, rivelandosi risolutivo in molte occasioni. Una sorta di mister Wolf pugliese, a cui voglio molto bene.
Peppino Pavone, il direttore sportivo, è un autentico genio del calcio. Fondamentale nel fornire a Zeman tasselli preziosi per il suo gioco, scovati con cura certosina nelle serie minori. Irresistibile nel raccontare aneddoti da cui trapela l’atmosfera picaresca della Zemanlandia degli esordi.
Vincenzo Cangelosi, storico viceallenatore zemaniano, ha un viso antico, da scudiero medievale. Silenzioso come il suo Cavaliere. Lino Rabbaglietti e Dario Annecchino, rispettivamente massaggiatore e magazziniere, sono invece due veri goliardi, sempre protagonisti dell’atmosfera giocosa dei ritiri di Zemanlandia. Epoi ci sono i tifosi, su tutti Emilio Cavelli e Leone Rossetti, ovvero il tifo come malattia inguaribile che scolpisce i volti e li trasforma in maschere. Gli occhi di Zeman si illuminano di divertito stupore, quando pensa che, da più di quarant’anni, i due si contendono lo scettro di più grande tifoso della storia del Foggia.

Che ne pensi della letteratura sportiva in Italia oggi?

Mi è piaciuto il libro collettivo “Ogni maledetta domenica” della Minimum fax. Sui quotidiani piacciono Gianni Mura, ed Emanuela Audisio. Mi piacciono alcuni pezzi storici di Giancarlo Dotto e il suo libro sul Milan, la squadra perfetta. Mi piace lo stile di Malcom Pagani, su “Il fatto quotidiano”. Adoravo Luciano Bianciardi, Giancarlo Fusco, il Beppe Viola che intervista Rivera in autobus. Gianni Brera, “il Gadda spiegato al popolo” Gente che ha raccontata frammenti d’Italia attraverso lo sport. Quello che ho provato a fare io, con Zemanlandia.

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