In questo blog si vede e si discute di sport del passato, si recensiscono libri che hanno come tema la letteratura sportiva, si "poeta" sulle fughe, i goal, i pugni, le sgommate, si apre l'orecchio a chi vuole condividere i ricordi di una vecchia emozione ancora densa e sgocciolante dentro la pancia e la testa

 
 
 
 
 
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Sottrarre la scrittura dall’impero delle immagini. Intervista ad Alessandro Leogrande

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Posted 25 maggio 2010 by Jvan Sica in letteratura sport

Alessandro Leogrande ha curato un libro sul calcio. Questa notizia mi è arrivata alle 11.30 di un venerdì e ho passato un bel week-end, avendo letto “Uomini e caporali”.

Letto e recensito Ogni maledetta domenica, mi sono spinto verso l’intervista per capirne di più della sua idea di sport e letteratura.

Calcio e letteratura, due mondi che spesso cercano di toccarsi. Solo un pretesto o c’è del narrativo vero nel marcio magico del calcio?

Per molto tempo, lo sport è stato considerato un argomento basso dalla letteratura. Poi si è aperto un varco: dapprima con il ciclismo, poi con il calcio. Anzi, raccontarlo è stato un modo per allargare il fronte del realismo (uso la parola realismo in senso lato, senza un riferimento a specifiche correnti letterarie). Pasolini, Soldati, Arpino hanno scritto splendidamente di calcio, come prima di loro Pratolini, Gatto, Buzzati hanno scritto splendidamente di ciclismo. Oggi che le distinzioni tra alto e basso (e direi anche tra letteratura e non-letteratura) sono saltate, si scrive tantissimo di calcio, in forma di fiction e in forma di non-fiction. Credo sia in fondo una cosa normale: il calcio fornisce ancora, nonostante tutto, brandelli di epos in una società priva di epica. Non solo: come dimostra l’ultimo campionato, è uno sport ancora largamente imprevedibile, in cui uno squadrone come l’Inter può essere inseguito e rimontato dalla Roma, e la parola fine viene scritta solo all’ultimo minuto dell’ultima giornata. La sua struttura narrativa è quindi immediatamente letteraria, o addirittura cinematografica.

Il giornalismo sportivo in questi 20 anni si è completamente trasformato. Chi scrive non può più fare cronaca pura, tutti hanno già visto quello che si doveva. Resta il commento, l’approfondimento, l’analisi, il retroscena, il gossip. È un’evoluzione secondo te?

Sicuramente il cambiamento è stato radicale, anche se non sempre le evoluzioni tendono verso il peggio. L’epoca del giornalismo eroico (altra faccia della medaglia dello sport eroico) è definitivamente tramontata, mentre nell’epoca del dominio totale dell’immagine (quella in cui viviamo) qualsiasi evento sportivo è di fatti filmato e riproducibile all’infinito. L’incanto rischia di svanire: il ricordo puro non esiste più, tutto può essere rivisto e quindi smitizzato. Ciononostante esistono ancora degli spazi di dissidenza e di racconto. A volte ci sono ancora dei retroscena profondamente umani, se non propriamente eroici. Quando ad esempio Gianni Mura va su un campetto di provincia per inseguire Damiano Tommasi e raccontarne una partita, porta a casa un racconto radicalmente diverso. Sottratto alle immagini, e quindi nuovo.

La letteratura sportiva spesso va paurosamente incontro all’epica, scadendo nel grottesco inconsapevole. Scrivere di sport può essere anche un modo per raccontare altro (come avete fatto benissimo con il libro che hai curato “Ogni maledetta domenica”), al di là delle imprese in sé?

Lo sport è uno specchio formidabile della società. Raccontarlo vuol dire raccontare questo specchio. Non è importante raccontare il campo da gioco, ma ciò che accade a pochi metri di distanza. E la relazione materiale e immateriale che si stabilisce tra dentro e fuori. Per questo è importante saper raccontare il tifo, ed è altrettanto importante saper ricostruire la biografia di alcuni calciatori o allenatori (magari outsider, non necessariamente celebri), la cui vita dice qualcosa anche della nostra società e delle sue trasformazioni.

Il calcio è tante cose, rovinato da tutto. Scriverne è una catarsi o un’incancrenire la semplicità del gioco?

Scrivere può essere anche autoreferenziale e inutile. Nelle ultime due settimane, in vista dei mondiali, ad esempio, sono usciti decine di libri sul calcio. Di molti non se ne sente la necessità. Di alcuni sì. Il problema allora non è scrivere, ma come scrivere, cosa voler illuminare. Ogni volta che ci si allontana dal linguaggio giornalistico-televisivo-medio o dall’epica di zucchero (e allo stesso tempo un po’ reazionaria) si fa qualcosa di utile.

Il tuo scrittore di sport preferito e perché?

Fare un nome è difficile, perché se ne escluderebbero tanti altri. Però penso che il libro più bello che ho letto sul calcio è Futebol di Alex Bellos. Sul tifo (in quel caso sul tifo violento) è invece Tra i furiosi del calcio di Bill Buford.

Del tuo calciatore preferito (tutti inclusi, anche i trapassati) cosa scriveresti sulla sua lapide?

Beh, visto che la risposta potrebbe risultare jettatoria, parlerò solo di alcuni dei miei calciatori preferiti tra i già trapassati. E allora penso a Obdulio Varela, il capitano dell’Uruguay del 1950. Sulla sua lapide scriverei ciò che realmente fece: “Vinse un mondiale consolando i tifosi del Brasile sconfitto al Maracanà.” E poi George Best. Sulla sua lapide scriverei ciò che realmente disse: “Ho speso gran parte dei miei soldi per donne, alcol e automobili. Il resto l’ho sperperato.”

E sulla lapide del tuo scrittore preferito?

Mi è difficile pensare a una lapide per i miei scrittori preferiti. Sulla tomba di Carlo Levi, ad esempio, nel piccolo cimitero di Aliano, in Lucania, c’è scritto solo nome cognome, data di nascita e data di morte. L’essenziale, ogni altra parola in questo caso sarebbe superflua.

Hai 10 posti liberi per giocare una partita di calcio da vincere, chi convochi?

L’Italia del 1982. Ricordo davvero la formazione a memoria: Zoff Gentile Cabrini Oriali Collovati Scirea Conti Tardelli Rossi Antognoni… e magari entro io al posto di Graziani.

Hai 5 ghost writer a disposizione per il tuo libro definitivo, chi convochi?

Il ghost writer è chi scrive anonimamente i discorsi o libri di chi (in genere uomini politici) non ha tempo, voglia o capacità di infilare dieci righe che abbiano un senso. Non me ne servirei mai in tutta la mia vita, mai. Se invece la domanda si riferisce agli editor, a coloro i quali leggono un manoscritto già steso, segnalando errori e refusi che lo scrittore non vede o individuando punti da sviluppare ulteriormente, beh, il loro lavoro è indispensabile. E in tutte le case editrici con cui ho collaborato ho trovato editor e correttori di bozze di grandissimo valore.

Come hai sviluppato le tematiche e la cura di “Ogni maledetta domenica”?
Un curatore bravo, deve…

Un curatore bravo deve dare le giuste indicazioni, essere molto chiaro nel definire il progetto di fondo del volume. Deve saper ragionare insieme a chi scrive sul percorso da intraprendere per raggiungere almeno una parte degli obiettivi che ci si è prefissati, ma soprattutto deve saper ascoltare gli interessi, le urgenze, le ossessioni degli autori con cui lavora e aiutarli a sviluppare questo magma con calma. Sviluppare cioè tutto questo in un racconto che sia lungo, pieno, complesso e non strozzato dalla fretta di giungere al termine.


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