"Miguel y Marco" di Maurizio Ruggeri

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Il tempo che passa sfuma i ricordi, a volte li ingarbuglia, li arrotola e ne fa un gomitolo inestricabile e buio. Avere per le mani “Miguel y Marco” di Maurizio Ruggeri, secondo titolo della Limina del marzo 1996, è stato una sorprendente prima volta anche per i ricordi. Per la prima volta leggo e dimentico, un effetto strano per un libro che vuole essere anche cronaca di un evento, ma questo in fondo è il suo vero senso. Da una parte c’è la corsa che pian piano perdo, mentre nella mente arrivano solo le immagini nitide di Ruggeri, che racconta un’altra corsa, altri personaggi, un altro tempo e un altro luogo rispetto a quello reale. Il libro è un esperimento di mockronicle sportiva dove la finzione entra di soppiatto nella vicenda reale, per poi impadronirsene completamente e diventare narrazione, addirittura storia. Rileggere dei protagonisti di un ciclismo forse già manomesso dalla voglia di impossibile poi, è una salto che dà nostalgia e riattiva immagini. I discorsi profetici sul doping sembrano delle sentenze morali scritte in anticipo. Il libro di Ruggeri è da leggere su vari piani (almeno tre i principali: giornalistico, storico, narrativo), prima che il ciclismo diventi ancora una volta un’altra cosa.

P.S. Miguel y Marco è il libro con la migliore copertina di sempre tra quelli di letteratura sportiva. Un incrocio cromatico-grafico da una parte ed espressivo-semiotico dall’altra che ruba lo sguardo al primo colpo.

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