In questo blog si vede e si discute di sport del passato, si recensiscono libri che hanno come tema la letteratura sportiva, si "poeta" sulle fughe, i goal, i pugni, le sgommate, si apre l'orecchio a chi vuole condividere i ricordi di una vecchia emozione ancora densa e sgocciolante dentro la pancia e la testa

 
 
 
 
 
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A caccia di una scuola – Bartezzaghi non mi convince

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Posted 3 gennaio 2011 by Jvan Sica in calcio

Quasi sempre in accordo con le tirate bartezzaghiane, oggi invece, sul tema del cuore, non mi trovo molto in sintonia. Del linguaggio del calcio, Bartezzaghi prende per il culo 3 elementi:

Il tecnicismo. Le parole prettamente calcistiche nascono con Brera e non con Sacchi. Sacchi ha solo tradotto in italiano un lessico che si focalizza sui sistemi di gioco anglosassone e olandese degli anni ‘70, forzando la mano sulla new wave sociale imposta mediaticamente dal suo Presidente: far nasce un neo-calcio richiedeva un neo-linguaggio calcistico. Ma la madrelingua di Sacchi è Brera che mette insieme anglofonie e termini inglesi, epica e antropologia, tirando fuori i concetti primi del tecnicismo calcistico.

Il linguaggio dei telecronisti. Mentre Carosio è il cantore, Martellini il giornalista realista, Pizzul il filodrammatico di cronaca nera, i nuovi telecronisti (quelli bravi ovviamente) sono prima di tutto gestori del flusso, aedi del ritmo sostenuto perché la nostra attenzione lo richiede. Essere sempre sovraritmo rispetto al gioco può creare, è vero, distonie a volte ridicole, ma solo così riusciamo a seguire una partita nel frastuono assordante del “dacci oggi la nostra partita quotidiana”.


Rimbalzi con altri mondi: Questo è il punto in cui mi trovo maggiormente in disaccordo, anche perché se il tecnicismo rende asettico il discorso, le sinestesie dovrebbero alleggerirlo, e non inquinarlo come dice Bartezzaghi. Questo parlare di calcio attraverso metafore e paralleli presi da più campi, è il miglior portato della letteratura sportiva contemporanea al giornalismo di settore. I nuovi scrittori di sport (faccio dei nomi, anche se altri bisognerebbe citare: Cordolcini, Annese, Modeo, Zara, Garlando, Ferrato, Calzaretta, Di Corrado, mi ci metto pure io, e i padri: Berselli, Mura e Audisio) allargano lo spettro dei valori narrativi del calcio, che non è più solo antropologia, epica e storia del costume. È qualcosa di più che non ha avuto ancora una chiara sistematizzazione ma definisce una tendenza, ho paura a dirlo ma lo faccio, una scuola, che viene in parte dalla Gran Bretagna e in parte dagli Stati Uniti, ma si sta sviluppando come tutta italiana.


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