"La corsa del secolo" di Paolo Colombo e Gioachino Lanotte

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Come scusa, prima di iniziare a digitarne, vorrei accampare quella ormai classica di Troisi (che è scritta anche sui muri delle librerie Feltrinelli e non mi sembra una gran pubblicità se di mestiere vendi libri): “Loro sono tanti a scrivere, solo io a leggere”. È per questo che è storia di questa settimana la lettura di “La corsa del secolo”, scritto da Paolo Colombo e Giachino Lanotte.
Ne parlo anche se sono fuori stagione, fuori tema e fuori occasione (doveva essere un istant book sui 100 del Giro, ma per fortuna è di più).
Il libro è un excursus sulla storia delle Italie che hanno fatto da sfondo e sostanza alla corsa dei ciclisti. L’alba è vicenda di coraggio e passione, come scritta molte volte, spesso senza questa pulizia documentale. Il bello viene coi campioni, la cui traccia non appesantisce lo scorrere delle pagine. Su Bartali-Coppi restiamo un po’ di più rispetto ai vari Girardengo, Guerra, Binda, ma quello che sono stati per tutti (braccianti lucani inclusi) lo merita. Scivola un po’ via veloce il testo dagli anni ’60 in poi, come a sottolineare una distanza tra quello che è stato un ciclismo non visto e per questo santificato, rispetto ad uno sport che è entrato “nelle case degli italiani” (le virgolette vogliono dire frase fatta e perdita del mistero).
L’analisi storiografica ha una base metodologica ben spiegata anche dagli autori nella prefazione e seguita in alcuni punti del testo, ma il libro, proprio per le premesse e per gli spunti storiografici che ha offerto doveva essere almeno il doppio in pagine. Ma la paura del peso cartaceo (o dello scroll infinito) oggi fa troppi delitti.

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