"I love cricket" – Reportage di uno sportomane da Londra

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La Gran Bretagna vive di pochi sport, ma necessari per tutti, grandi e piccini (®Cino Tortorella). I miei 4 giorni londinesi sono stati stracolmi di cricket, rugby e calcio di ogni categoria, mentre le Olimpiadi sembrano ancora uno spettacolo da prendere con le molle, come se quelli della pallanuoto, volley e tiro al piattello fanno parte di un Cirque du Soleil da gustare one shot per poi tornare ai vecchi e veri sport.

Ho beccato il periodo più caldo possibile per il cricket. In India, Sri Lanka e Bangladesh si sta svolgendo la Coppa del Mondo e nei pub le partite scorrono più delle birre (non è proprio così, però rende l’idea). Se devo dirla tutta, io di cricket non ne so tantissimo però è uno sport affascinante, pieno di colpi di scena, capace di creare una tensione emotiva costante e addirittura sfibrante (vedevo gente così nervosa da svitare i piedi dei tavoli). Dall’una di notte in poi mi sono sparato la partita più attesa: India-Inghilterra, finita drammaticamente in parità, con alcuni atleti da segnalare: Kevin O’Brien per l’Inghilterra e Mahendra Singh Dhoni per l’India, popolari come gli attori che tutta la gente segue come se avessero idea di quel che fanno e dicono.
Ho intravisto poi altri spezzoni di partite e vedere squadre come Bangladesh, Indie Occidentali Britanniche e Zimbawe battere Irlanda, Olanda e Canada fa uno strano effetto, di dolcissimo sfizio.

Sabato e domenica poi, i pub si sono vestiti a festa per il 6 Nazioni. I nostri media lo spacciano come un evento seguito da tutti gli italiani, mentre lì davvero congela la nazione intera. Ho visto il Galles battere senza sudare l’Italia e gli inglesi tifare per noi, come noi tifiamo per la Corea del Nord quando gioca contro il Brasile. Alle 18.00 ho visto gli inglesi rintanarsi per il XV della Rosa, che ha battuto la Francia e ipotecato il torneo. Flood ha studiato bene da Wilko e la terza linea fa davvero paura. Gli inglesi sono più che pronti per il Mondiale. La differenza con il calcio è abissale: i calciatori sono sempre pronosticati come vincenti, ma la squadra riesce sempre a sfaldarsi tra difficoltà di coesione tattica e incomprensioni caratteriali, dall’altra parte i rugbisti dovrebbero essere distrutti dagli atleti dell’emisfero sud, ma piazzano sempre la zampata giusta.

Last but not least il calcio. Dei pezzi grossi vorrei sottolineare soltanto la bravura di Gary Lineker nel condurre un programma sulla Premier League. Lo immaginate Gianluca Vialli fare il perfetto anchorman nel programma di punta di Sky? Lineker è un ottimo presentatore e mette insieme la sua esperienza di campo con una dote di simpatia innata. Ma non si poteva andare fin lassù per sbavare su Arsenal, Manchester, Chelsea e il resto della indebitata compagnia. Ho aspettato la notte, affinché tutti dormissero, per guardare quasi due ore di League One e League Two, con tutti gli highlights della giornata.
Le partite hanno un fascino “celtico”, con un meraviglioso odore di olio canforato che la nostra Lega Pro non ridà con le stesse zaffate. Di calciatori da tenere d’occhio ce ne sono molti: in League One mi hanno impressionato il difensore del Tranmere Bagayoko, Kayode Odejayi, bestia d’attacco nigeriana del Colchester United, lo scozzese Rory Loy del Carlisle United. In League Two, con il Lincoln City gioca (e non lo sapevo) la freccia di Grenada Delroy Facey, ma il personaggio del momento è Ryan Lowe, una sorta di Bertani inglese che sta facendo sfracelli con il Bury. La squadra che sta azzannando il campionato è però il Chesrsterfield e proprio questo weekend c’è stata la sfida al vertice contro il Wycombe Wanderers. La vittoria degli uomini di Sheridan (grande in maglia Eire inizio ’90) è stata schiacciante. Il duo Deane Smalley Drew Talbot, assistito da un grande Dean Morgan, fa davvero scintille.

Ultima nota: dovuto il pellegrinaggio alla sezione di letteratura sportiva della libreria Waterstones di Piccadilly. Un’ora di puro delirio e acquisti purtroppo calmierati. Ma per fortuna ho portato a casa due gioielli di Jonathan Wilson, tra cui l’ultimo “The Anatomy of England” (più “78” di Graham McColl che sto già divorando).

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