Armstrong e la fine del modello dello sportivo-conquistatore

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Cosa ci dice la fine di Armstrong? Prima di tutto lo stop alla creazione laboratoriale del campione negli Stati Uniti. Con Marion Jones ci sono state le prime scaramucce, con Armstrong la dichiarazione di guerra è inviata. L’Usada non chiude più gli occhi.

Ma il casotto Armstrong è soprattutto conseguenza e in parte causa di una nuova visione dell’eroe sportivo americano. Al di là del texano fatto di sangue solido, anche altri capitani coraggiosi stanno venendo meno. Piccoli esempi: Tiger Woods vince ma non può più nascondere la sua faccia da maniaco, Lindsey Vonn prima sfida gli uomini e poi ha un male di cui non si sa nulla, Micheal Phelps dice assolutamente basta e nonostante abbia avuto avversari, non ha eredi.

Con la cacciata del paradiso di Armstrong è l’intero modello americano dello sportivo-mito, fondato sul superuomo che lotta contro tutto e tutti, a venir meno. A costruire il nuovo mito sportivo non saranno gli avversari, le debolezze da superare, le difficoltà ambientali in cui la vittoria arriva (le grandi narrazioni, al di là degli sport americani, si riferiscono a sportivi che hanno vinto in Europa o in Asia), le ferite della sua storia personale.

Per definire i contorni di queste grandi costruzioni di senso servono molti soldi e grandi sacrifici e diventa troppo rischioso e antieconomico veder svanire un lavoro abnorme in un attimo, a causa di debolezze da uomo e da atleta (con Armstrong era di sistema).

Sempre più in USA sta venendo meno lo sportivo-conquistatore e a ricevere consensi invece è uno sportivo che si fida e affida agli altri per vincere, un atleta che misura in pubblico le sue mancanze e che mostrandole afferma implicitamente di non poterle livellare con la chimica. L’atleta che sta portando avanti questo nuovo modello è Lebron James.

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