Monzon. Il professionista della violenza – Dario Torromeo e Riccardo Romani – Letteratura boxe

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Letteratura Boxe
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Monzon l’animale e l’angelo del popolo. Anche il sottoscritto è stato sempre affascinato da questo atleta che ho solo rivisto in azione ma ho immaginato fin da subito con tre aggettivi: determinato, spocchioso e instabile. Sono tre caratteristiche di una personalità molto complessa. La descrivono alla perfezione Dario Torromeo, lo scrittore che meglio parla di boxe in Italia insieme ad Andrea Bacci, e Riccardo Romani, in un libro, “Monzon. Il professionista della violenza” (Absolutely Free Editore), che già nel titolo dà aria ai miei tre aggettivi.
Un professionista è ligio, cosciente di quello che ha e può dare, sul pezzo ogni volta che la sua vicenda glielo chiede. Monzon non è Tyson, che arriva a Tokyo strafatto di tutto quello che non può essere sport (soprattutto di America da copertina) e perde contro James Douglas. Monzon è un mandriano dei suoi muscoli. Li osserva, li studia, li alimenta ogni giorno. Il resto gli piace tanto e nel libro esce fuori tutto, ma prima del match pensa solo alla sfida.
Chi fa bene il suo lavoro ha il dovere di mostrarlo, di sentirselo riconoscere. Chi usa fortuna o destino per arrivare in alto è spesso un parvenue dell’esistenza. Non fa male a nessuno, così nessuno farà del male a lui. Monzon non ha guadagnato un acino se non dando un pugno a qualcuno. Questa cosa la faceva pesare in ogni intervista, in ogni scelta, in ogni sguardo. Dopo il libro ho guardato molto della roba che è online. Monzon non ringrazia mai con gli occhi, cerca sempre di sottomettere l’altro perché dalla sua c’è la fatica.
L’instabilità, per forza di cose, diventa figlia delle due propensioni “obbligatorie” di cui sopra. Entrare in un recinto per raggiungere un obiettivo è facile (almeno all’inizio), restarci quando l’obiettivo è stato raggiunto è praticamente impossibile. Siamo al paradosso: più si è fuori dalla realtà lontano dai match più si è focalizzati sulla vittoria nei pressi dell’incontro. Monzon metteva insieme queste due anime che lo dipingevano come una persona troppo diversa in vari momenti della sua carriera.
Torromeo spiega questo viaggio di personalità in maniera perfetta, tratteggiando un racconto concentrico dal grande fascino: la storia di Monzon crea link per storie di altri pugili, che a loro volta pongono le basi per ulteriori storie di boxe. Un raccontare per espansione molto interessante ma soprattutto sotto controllo. Perdere il filo o, ancora peggio, sporcarlo con del fuori contesto, potrebbe essere il rischio. Torromeo non ci fa dimenticare mai quello che stiamo facendo anche quando ci porta lontano.
La scelta della seconda parte è puro focus giornalistico, messo in campo da Riccardo Romani. E’ una scelta editoriale molto giusta: Monzon per tutti è la persona che ha ucciso una donna. Andiamo a zoomare questa vicenda per capire fino in fondo come il Monzon, uno e trino di Torromeo, diventa il Monzon ancora più sfaccettato dell’assassinio e post-assassinio.
Romani scrive da inviato sul campo e si sente la veracità di ogni parola catturata.
In sintesi, il libro è un ottimo esperimento di biografia sportiva. Da una parte non si perde mai accuratezza anche se si naviga nello storia di uno sport così pregno, dall’altra si mette in luce la vicenda che cambia la vita e marchia il personaggio. Le due sezioni parlano di persona e personaggio mixandole alla perfezione.

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