Riflessioni sul servizio di Beppe Viola su Rivera

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Rivera_Beppe_ViolaStamattina mi sono svegliato tramortito dai lipidi natalizi e mi è soggiunta la voce carezzevole e sapida di Beppe Viola. Era il famosissimo servizio su e con Rivera che prendeva il tram.
Appena finito, con De Zan che mi faceva gli auguri per il Natale 1978 (mi raccomando Rai, non eliminare mai queste parti che sono le più surreali e, non so perché, poetiche) ho pensato ad un possibile servizio del genere oggi, su un campione che sta per lasciare e viene accompagnato da un giornalista attraverso la sua città e la sua storia.
A me non piace sparare su tutto quello che oggi c’è, ma una cosa del genere purtroppo non è assolutamente possibile. Per troppi motivi che vanno anche al di là della sempre meno indispensabile “macchina organizzativa” (oggi serve molto meno rispetto a ieri, basta una telecamera discreta e tutti potrebbero fare il loro beppeviolismo).
Il primo grande problema è cosa direbbe un campione di oggi sulla sua carriera. Durante l’intervista, Rivera non brilla in grandi elucubrazioni. Dice quello che direbbe un terzino qualsiasi con una differenza: lui ha mosso un Paese. Il riverismo è arrivato in Parlamento, ne hanno parlato gli intellettuali. I 6 minuti sono stato caso nazionale. Lasciamo stare se è una deriva populistica che magari ha aperto all’inutilismo caciaresco di oggi, ma quello che lui aveva da dire in quel momento del servizio sulla sua carriera da calciatore era davvero importante. Faceva storia, nel suo piccolo ma la faceva.
Prendiamo un Totti o un Del Piero e intervistiamoli (oppure facciamoci un libro). Cosa ci dicono? Ci parlano della loro carriera. Perfetto. Ma sul campo, quello che Totti e Del Piero hanno fatto ha mosso un Paese come per Rivera, Mazzola o Picchi?
Il riverismo era scelta di campo “ideologica” che includeva un approccio di vita. Sembra un’esagerazione ma è così. Il riveriano non amava semplicemente la classe di un calciatore, ma si schierava con lui per la propagazione di principi generali: la voglia di proporsi attraverso i propri talenti in primo luogo. Non è solo una riflessione calcistica, è uno stile di vita. Gli antiriveriani invece propendevano per valori molto più tradizionalisti, immaginando che l’italiano fosse un semplice portato storico a cui adeguarsi. Combattere contro la nostra natura costruita dalla Storia era un peccato gravissimo. Una sfida persa in partenza.
Ad un certo punto del servizio parla Brera e ne fa un discorso prettamente sociologico, citando la borghesia, le appartenenza sociostoriche, le tare razziali. E’ il solito Brera d’accordo, ma crea intorno ad un calciatore un’analisi di cui il calcio è un tassello parziale. Si parla di un uomo e di quello che ha creato e si è creato intorno a sé. E come una nazione si è mossa con lui. Una cosa che prima succedeva soltanto ai re (gli artisti o parlavano ai ricchi o ad altri artisti. Per il popolo non servivano a niente).
Possiamo parlare dell’evoluzione sociologica di Totti e Del Piero? Purtroppo no. E non per loro mancanze, anche Rivera e gli altri hanno semplicemente giocato a calcio. Quello che manca è la capacità dei calciatori contemporanei di dire e fare (soprattutto fare sul campo) qualcosa di pregnante per una o più persone. Un passaggio di Rivera era un atto di accusa contro il conformismo del “tengo famiglia” italiano. Questo diceva Del Buono nel servizio. Oggi nessun campione ci fa nemmeno immaginare la proiezione sociale di un suo atto. Tutto vive e vegeta in quei 90 minuti. Niente esce fuori, tutto è autoreferenziale e poco interessante.
Tornerà un calciatore che saprà farci dire cose nuove anche su di noi grazie ad un suo tiro al volo?

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