Le parabole sportive e noi

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paolo__codo_giornalista_della_gazzetta_dello_sportSolo oggi ho letto (per fortuna non mi è scappato) una riflessione di Paolo Condò sullo sport. Lui è uno dei pochi che per definirlo dici che scrive di sport, ma alla fine parla di noi e del mondo.
Ero lì che leggevo e mi arriva un suo bel (perché usare altri aggettivi) pensiero. In sintesi: la parabola dei campioni dello sport crea un trasfert psicologico con quello che viviamo e siamo negli stessi anni. Le sensazioni positive non riguardano solo il presente che percorriamo insieme, perché servono a fissare anche il ricordo di quello che abbiamo vissuto e come siamo cambiati in quel periodo della nostra vita.
Condò dice una cosa che volevo dire io (succede spesso, vacca boia, ma lo fa prima che io nemmeno ci abbia pensato. Lì mi frega.) però già che ci sono mi va di aggiungere.
Le grandi epopee italiane spesso si legano oltre che a vissuti personali anche a parabole socio-storiche di un certo tipo. Facciamo due esempi per capire meglio: il Milan di Sacchi si inserisce anche nella costruzione di un mondo di ideali del tutto nuovi per il nostro paese, divenuti poi Berlusconismo, con i giudizi di valore che ognuno vorrà dare. Ma quella trasformazione sociale tutti l’hanno vissuta.
Anche il Napoli di Maradona non è stato soltanto un percorso soggettivo, in quanto la città in quegli anni esprimeva artisti come Pino Daniele e Massimo Troisi e Maradona era una sorta di stella cometa accecante su un presepe mai vivo e splendente come in quegli anni.
Dagli esempi traggo che oltre la dimensione personale dei ricordi, le grandi parabole sportive prendono vita ma allo stesso tempo impattano su tessuti socio-storici predisposti, che fanno la Storia dei paesi coinvolti.
Insieme a questo mi faccio poi una domanda? Oggi quale parabola sportiva può essere storicamente influente per il doppio livello personale e sociale? Stringiamo il campo all’Italia e al calcio, perché Federer di sicuro influenzerà le vite di alcuni ma non può avere l’impatto di uno “sportivo-squadra” italiano in uno sport nazionalpopolare. L’unica squadra memorabile fra venti anni potrebbe essere la Juve, ma già oggi non muove gli spiriti come le squadre che ho indicato sopra. Mancano due grandi cose: la prospettiva innovativa e il campione epocale. Per il secondo, quando in giro c’è, servono i soldi. Per la prima, quando arriva, serve la fede di chi ci mette i soldi e la fortuna. Ci sono parecchi incroci necessari per avere qualcosa di memorabile eppure in periodi di crisi sistemica come gli anni ’70, ricordiamo comunque la Juve tutta italiana e i suoi duelli con il Torino, la meravigliosa nazionale d’Argentina e appena dopo la nazionale di calcio del 1982 che apre una nuova era.
Siamo in una fase di opacità storica forse mai vissuta. L’Italia è il nuovo terzo mondo per interessi e possibilità di investimento, il calcio ne riflette la pochezza. Non possiamo avere i campioni epocali già pronti e se li prendiamo giovani poi dobbiamo rivenderli. Potremmo avere idee su come giocare e fare un passo più in là rispetto al consueto. Storicamente in Italia c’è riuscito solo Sacchi perché aveva alle spalle gente che voleva costruire una nuova nazione e ha ben pensato che il calcio era un segmento di consenso necessario. Forse questa volta tutto potrebbe nascere e crescere solo per motivi e interessi sportivi. Noi che siamo la tradizione calcistica dobbiamo trovare chi ci porta in un futuro lontano, quando per noi è già distante il presente. La vedo difficile ma spero per i ragazzi di oggi che qualcosa succeda.

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