In questo blog si vede e si discute di sport del passato, si recensiscono libri che hanno come tema la letteratura sportiva, si "poeta" sulle fughe, i goal, i pugni, le sgommate, si apre l'orecchio a chi vuole condividere i ricordi di una vecchia emozione ancora densa e sgocciolante dentro la pancia e la testa

 
 
 
 
 
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“A un passo dal paradiso” di Fabrizio Tanzilli e le ultime novità di letteratura sportiva

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Posted 26 agosto 2016 by Jvan Sica in Senza categoria

UN-PASSO-DAL-PARADISO_Tanzilli_Letteratura_SportivaAppena ti arriva a casa o lo vedi sullo scaffale, la prima cosa che fai è toccarlo, perché quel carminio della copertina di “A un passo dal paradiso” di Fabrizio Tanzilli (Castelvecchi Editore) è una calamita. Se lo avvicini poi, gli occhi bassi di Savicevic che riflette tristemente forse su una vittoria della Stella Rossa (quello è il bello) ti catturano definitivamente.
Cos’è il paradiso del titolo? Dovrebbe essere la vittoria sportiva, sempre sfiorata e mai veramente voluta fino in fondo, perché i calciatori slavi hanno sempre sbagliato paradiso. Da racconti privati di calciatori e tifosi slavi, spesso la vittoria è nell’umiliazione one-to-one e non nel raggiungimento del traguardo di squadra. Per vincere ci vuole molta costanza e troppa poco fantasia.
Tanzilli nel suo rosso gioiellino racconta le storie dei tanti calciatori slavi, tutti arrivati ad un passo dal paradiso, anzi no, tutti con in testa un paradiso diverso dall’altro. E lo fa con una ottima competenza giornalistica e uno sviluppo narrativo molto piacevole, corredando il racconto di un calcio sempre un passo più in là (non vuol dire avanti, spesso a destra o a sinistra rispetto al mainstream) con fotografie da lacrimuccia. Il dibattito che resterà sempre aperto sull’ultima generazione di calciatori slavi sarà: “Cosa avrebbero fatto tutti insieme?”. Per me avrebbero ancora una volta sfiorato il paradiso, anche solo per il gusto di fare inversione a U davanti al cancello aperto.

Una domanda “stupidina” ma mi scappa subito. Il libro ha una copertina fantastica. Com’è venuta fuori?
È una foto del famoso Stella Rossa-Milan sospeso per nebbia. Nell’immagine c’è Savicevic che abbandona il campo tra il perplesso e il rammaricato, segno evidente dello scoramento che sta provando. Non dimentichiamo che gli slavi erano in vantaggio 1 a 0 e stavano per superare il Milan che da lì in avanti vinse tutto. Diciamo che quella gara, e quindi la foto, raccontano molto del destino calcistico slavo, sempre a un passo da un risultato straordinario.

Mi dai tre aggettivi per definire lo spirito sportivo slavo?
Anarchico, fantasioso, umorale.

Molto dello sport slavo si è mosso sulla capacità o meno degli atleti di fare gruppo. Quando erano coesi hanno fatto cose meravigliose, quando erano monadi impazzite hanno fatto disastri. Come ti spieghi questo diverso adattamento al fare sport e vivere insieme?
Lo sport slavo ha vissuto di momenti e d’ispirazione. Anche in una stessa partita le squadre balcaniche sono state in grado di compiere meraviglie e disastri. Purtroppo per loro l’aspetto caratteriale ha sempre avuto una forte influenza. È probabile che lo sport abbia risentito di ciò che stava accadendo intorno, anche se le varie Nazionali slave, nonostante fossero formate chiaramente da blocchi differenti, hanno fatto bene o male per altri motivi. Prendiamo la finale degli Europei del 1968 contro l’Italia: nella prima gara la Jugoslavia ha dominato, sfiorando più volte il sorpasso sugli Azzurri e meritando senz’altro di vincere. Nella ripetizione, in pratica, non è scesa in campo, lasciando strada libera alla vittoria italiana. Questo è un esempio molto significativo di come la testa e il talento slavo si siano sempre poggiati su equilibri sottili.

La domanda delle domande devo comunque fartela. Questi qui, tutti insieme, cosa avrebbero fatto?
Senza troppi giri di parole, avrebbero vinto l’Europeo del ’92 e avuto ottime possibilità al Mondiale di USA ’94.

Ogni popolo ha la sua definizione di talento. Cos’è il talento per gli slavi secondo te?
Gli slavi hanno un talento innato, che nel loro caso si traduce in fantasia, spontaneità d’esecuzione e grande tecnica. Credo che per loro il talento sia una questione di dna.

Anche nel calcio, come nella storia secondo la definizione di Churchill, il calcio slavo ha prodotto grandi pagine di storia, sia nello sviluppo tecnico dei calciatori che in alcune prospettive tattiche innovative. Oggi gli stati divisi della ex Jugoslavia hanno perso questa energia d’innovazione oppure no?
In passato, il calcio slavo è stato uno dei grandi promotori del celebre 4-2-4, peraltro giocato davvero in punta di fioretto. Oggi, per ovvi motivi, è tutto molto più complesso, anche perché la disgregazione ha coinciso con una notevole dispersione del talento. Andando a prendere le formazioni più blasonate, Croazia e Serbia, e ultimamente anche la Bosnia però, possiamo riconoscere una modernità d’approccio non indifferente, se non tattico, quanto meno di valorizzazione del proprio potenziale.
Tre solo tre giocatori slavi che hanno detto qualcosa di nuovo nel calcio mondiale: Dejan Savicevic, il vero brasiliano d’Europa. Draga Stojkovic, il più completo di quella fantastica generazione. Bora Milutinovic, non tanto per il passato da calciatore, quanto per le sue gesta in panchina.
Le squadre slave si sono spesso liquefatte alla fine dei percorsi, quando bisognava solo vincere. Che spiegazione ti sei dato?
Gli è mancata troppo spesso la forza mentale, quella capacità di giocare anche per venti minuti in maniera diversa. Purtroppo nel loro talento c’è sempre stata una forte spinta anarchica, che dalla metà campo in su faceva sognare, ma poco si sposava con la concretezza. D’altronde è un fattore che caratterizza la regione Balcanica in generale: una terra dal potenziale enorme, ma mai in pace con se stessa.

Cosa devono prendere e cosa abbandonare dalla loro storia calcistica le squadre dell’ex Jugoslavia oggi?
Tutto e niente. Devono guardare al passato riconoscendovi una storia importante, che merita più visibilità di quella che ha avuto. E prendere le molteplici occasioni che hanno gettato al vento come monito.

Di quale altro popolo calcistico ti piacerebbe scrivere in futuro?
I russi!

SUL COMODINO (o in gabinetto) – Letteratura sportiva da leggere

Da paura deve essere “Sei chiodi storti. Santiago, 1976, la Davis italiana” di Dario Cresto-Dina (66th and 2nd Edizioni) sulla storia di quella Coppa Davis, della nostra Coppa Davis di cui abbiamo solo 26 minuti e 42 secondi di pellicola cilena quasi incapibile.
Approccio differente per la lettura di “91° minuto. Storie, manie e nostalgie nella costruzione dell’immaginario calcistico” di Giacomo Giubilini (Minimum Fax Edizioni) su come il calcio ci guida o ci insegue. Leggendolo capiremo.
Ultimo suggerimento: “Più che un calciatore. L’incredibile storia di Laszlo Kubala” di Lorenzo De Alexandris (Ultra Edizioni). Il nome del tipo nel titolo dice già tanto.


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