Narrazioni contemporanee e Trump. Come il wrestling muove il consenso.

Versione ottimizzata per lettura su Smartphone (AMP).

trump_wrestlingCon la fine ormai conclamata delle ideologie (sono stato a Cuba da poco e anche i vecchietti con le pistole della Rivoluzione nel cassetto vorrebbero la loro edizione di Bailando por un Sueño), i partiti e movimenti ma ancora di più i singoli politici, ormai monadi isolate senza rete di pensiero a cui collegarsi e grazie alla quale cadere senza traumi, creano narrazioni da comunicare all’audience (nella speranza che si allarghi sempre di più).
Prendiamo la Chiesa. Tutti hanno la sensazione, confermata dopo analisi razionale, che Benedetto XVI abbia avuto un profilo ed un impatto sull’istituzione rispetto a Francesco molto diversa. Andando a controllare però quello che è stato effettivamente realizzato, è facilmente dimostrabile come Benedetto XVI e Francesco siano simili o, ancora meglio, quasi uguali e che in realtà poco è cambiato nella Chiesa. A differenziarli due narrazioni completamente diverse, capaci di brandizzarli in profondità.
E in un momento storico in cui centinaia di narrazioni servono a costruire il tessuto sociale, negli Stati Uniti vince Trump ed è giusto parlare di wrestling.
In USA il wrestling è seguito da milioni di persone in live e in tv, che si appassionano a storie molto intricate nello sviluppo narrativo ma semplici nella logica: c’è un buono e un cattivo che si sfidano per la gloria di una cintura. Trump conosce perfettamente il wrestling, ne è stato un protagonista con la feud “hair vs hair match” contro il proprietario della WWE Vincent McMahon e lo ha sovvenzionato e sostenuto negli anni.
Gli heel del wrestling hanno spesso rispecchiato i nemici degli USA: dopo l’11 settembre ci sono stati wrestler islamici mentre nell’era Obama ha imperversato Alexander Rusev, che è bulgaro ma fa il russo perché in quel momento gli altri sono di nuovo quelli del Volga. Oggi con Trump sono certo che ci sarà un boom di cattivi stranieri e mi attendo un tremendo heel cinese che diventa in questi quattro anni il nemico per eccellenza.
Se il wrestling è narrazione fintamente sportiva in una società di narrazioni molteplici, la mia domanda è: ma può il wrestling non solo rispecchiare le “emozioni” di una società ma addirittura indirizzarne il consenso?
Prima della Brexit e dell’elezione di Donald la mia risposta era una risatona di gola bella forte. Oggi penso tre nuove cose: 1) Nel mondo dell’iperinformazione, dove tutto può essere analizzato da più punti di vista, a predominare e a diffondersi sono le narrazioni semplicissime, capaci di attecchire velocemente ed essere spiegabili agli altri nella maniera più easy possibile. 2) Nel mondo dove il globalismo ci porta verso l’assenza o almeno la sfumatura dei confini, ad imporsi è la narrazione del noi contro loro, che presuppone un’identità forte che invece nei fatti è malleabile come mai nella storia. 3) Il contadino del Wisconsin non è stupido come molti dicono. Tutti pensavano che bastava creargli un cuscinetto di discreto benessere intorno per fargli preferire e votare il consueto. E invece, come quando ha votato Kennedy nel 1960 e Obama nel 2008, il caro contadino del Wisconsin non si muove per valori troppo decorativi, ma per sintetiche e dirette narrazioni dell’oggi.
Queste tre novità mi portano alla conclusione che non solo le narrazioni di fiction come il wrestling rispecchiano, parodiando, il contemporaneo, ma riescono a muovere il consenso, semplificandone i termini all’estremo. Oggi vogliamo capirci qualcosa e un ragazzone americano sorridente che picchia un cinese nervoso ci dà una sensazione di piacere e un esempio da seguire.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *