In questo blog si vede e si discute di sport del passato, si recensiscono libri che hanno come tema la letteratura sportiva, si "poeta" sulle fughe, i goal, i pugni, le sgommate, si apre l'orecchio a chi vuole condividere i ricordi di una vecchia emozione ancora densa e sgocciolante dentro la pancia e la testa

 
 
 
 
 
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Luigi Necco ed io

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Posted 13 marzo 2018 by Jvan Sica in Senza categoria

Per un ragazzo di sette anni o giù di lì Luigi Necco non era un giornalista, a quell’età e soprattutto negli ottanta non si capiva nemmeno cosa volesse significare esse un giornalista. Non era nemmeno un comico, anche se spesso faceva ridere tuo padre o i signori del Circolo, perché parlava in maniera troppo seriosa per essere uno di quelli che volevano per forza far ridere. Non era semplicemente un uomo di televisione, perché aveva una strana timidezza, velata però da un’arguzia che riuscivi solo leggermente a percepire ma che te lo faceva diventare subito simpatico e allo stesso tempo ascoltare in religioso silenzio. Tutti lo ascoltavano con la stessa attenzione, come se quello che dicesse avesse almeno un barlume di verità.
Crescere e far prosperare l’amore per il calcio con quel 90° Minuto e con quel Necco, voce della tua squadra del cuore, ci ha insegnato tante cose: prima di tutto com’era diversa l’Italia, per uno che conosceva al massimo il suo paese o il suo quartiere ti metteva subito di fronte ad un popolo così diverso eppure accomunato dalla stessa passione per il calcio. Poi ti faceva sentire i primi sentimenti forti, come la gioia vera per la vittoria o il dolore puro per la sconfitta. Da grande puoi edulcorare tutto, non sarà mai più così intensa una partita di calcio. Infine ti apriva al confronto, perché se a scuola difficilmente trovavi qualcun’altro che non fosse nella tua tribù tifosa, lì conoscevi tutti gli altri che come te volevano dal calcio la felicità per novanta minuti e ci dovevi fare i conti.
Se in questo mondo nuovo a farti da rappresentante ed alfiere era Luigi Necco eri molto fortunato, perché nessuno come lui esprimeva l’essere napoletano mischiando dionisiaco e apollineo, fra battute, dati e sensazioni ed era quindi il diplomatico perfetto per l’esercito tifoso di cui tu eri solo un piccolo soldato. Le parole di Necco sapevano esaltare la tua gioia quando vincevi, perché ancora più sottile era la voglia di dire a tutta Italia che c’eravamo anche noi. Ma allo stesso tempo sapevano consolare quando perdevi perché, come sempre nella storia di Napoli e della Campania più in generale, dalle sue frasi con quel tono mogio per cui il giornalista di oggi sarebbe stato licenziato al momento, capivi che c’era un’altra partita, ci potevi provare ancora una volta e che non finisce mica il cielo se Maradona prende la traversa invece di segnare (a sette anni pensi il contrario).
Ecco lì il nome che deve essere citato insieme a quello di Necco. Necco è stato Necco prima e dopo Maradona, ma in quei sette anni è stato l’aedo che ogni settimana ci raccontava una favola meravigliosa, con un grande eroe a cavallo, tanti amici con cui lottava insieme e poi tanti nemici, dalle fogge più strane e dalle mire sempre più grandi, che volevano a tutti i costi disarcionare il nostro eroe e rendere patetica la voce di chi ne cantava le gesta.
Il racconto maradoniano di Necco è stata la cosa più bella di quegli anni ’80 per un bambino tifoso del Napoli. È stato un viaggio lunghissimo, estremo perché mai fatto prima da quella squadra, stracolmo di colpi di scena e momenti di svolta. Per non impazzire ti potevi affidare solo a quella voce, capace di riportare alla normale eccezionalità del calcio tutto quello che accadeva in campo e fuori.
Luigi Necco l’ho visto pochi mesi fa per l’utlima volta e abbiamo parlato di Maradona. Mi disse che tanto ha detto ma tanto ancora non ha detto di Diego. E questa cosa lo rendeva ancora più grande, perché il giornalismo non è solo scoop ma vita comune con i protagonisti di cui parli. Quando in uno spogliatoio dopo Napoli-Milan 2-3 del 1988 sei lì e piangi con loro, vale mille volte di più di una notizia tirata giù, magari per sentito dire.
E poi abbiamo parlato del Napoli di oggi. Era felice che fosse lassù, che fosse ancora in lotta per la vittoria. Però troncava la frase con questa parola “vittoria…” e poi ti guardava, facendoti capire che vincere è davvero la cosa più bella che c’è.
E noi lo ringraziamo oggi e lo ringrazieremo sempre perché ha saputo raccontarci il calcio e, fortuna sua ma l’audacia si sa che aiuta chi se lo merita, la favola più bella che c’è, quella della vittoria.


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