In questo blog si vede e si discute di sport del passato, si recensiscono libri che hanno come tema la letteratura sportiva, si "poeta" sulle fughe, i goal, i pugni, le sgommate, si apre l'orecchio a chi vuole condividere i ricordi di una vecchia emozione ancora densa e sgocciolante dentro la pancia e la testa

 
 
 
 
 
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Perché il podcasting cambierà il talk sportivo

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Posted 24 Marzo 2019 by Jvan Sica in Senza categoria

Ball don’t Lie, La Riserva, Suiveur, DNPCD, se non avete mai ascoltato questi podcast, divenendone assidui frequentatori, allora vi state perdendo qualcosa riguardo a quello che può diventare l’intrattenimento sportivo “no live” da qui ai prossimi anni.
Tutti coloro che stanno portando avanti questi progetti di podcasting, insieme ad altri che, lo ammetto, non conosco bene come i sopracitati (cazzo… c’è la vita!), sono giovani giornalisti o chiamateli come volete, che stanno per cambiare la critica giornalistica sportiva o almeno quello che potremmo chiamare il talking sportivo televisivo e radiofonico.
Lo stanno facendo per quattro buoni e nuovi motivi:

IPERCOMPETENZA – Lo sport non è più un paese per superficiali. Se vuoi davvero partecipare a quello che in questi podcast si dice, e quindi divertirti davvero, non puoi fermarti al primo step. Se non conosci quanto guadagna Paul Millsap o quante gare ha vinto o almeno chi è Jaakko Hänninen, non ne sei definitivamente escluso, ma almeno ti deve aggredire la voglia di saperlo, per godersela davvero. La chiacchierata sportiva a cui siamo abituati è sempre ipergeneralista e fatta per avvicinare un target quanto più largo possibile, ma con l’iperinformazione targetizzata in cui viviamo, servono prodotti costruiti attraverso una competenza molto maggiore. Oggi uno standard e uno stile “0-99”, come si dice in azienda quando si vendono prodotti all targets, tende ad allontanare e soprattutto non fidelizza.
Il mondo del podcasting di alto livello non vuole parlare a tutti ma creare nicchie. E tutti nel marketing sanno che i target specifici oggi sono aria, perché si iperfidelizzano e sono gli unici in pratica che vogliono spendere per prodotti dell’industria culturale in senso largo. Senza un target iperspecifico, creatosi grazie a prodotti ipercompetenti su un determinato argomento, oggi è difficile proporre di comprare per ascoltare/vedere. Altro esempio Netflix, che targetizza a valle sui comportamenti e i gusti, mentre qui parliamo di una canalizzazione a monte.

DIALOGO COMPOSTO – Altra cosa mai chiesta, ma a cui ci hanno per forza di cose abituati in questi anni è la discussione sincopata, fatta di frasi cortissime, per rispondere a domande ancora più brevi, così da creare un rimbalzo continuo di voci e facce, con la sovrapposizione (il talk politico insegna) capace di sviluppare un effetto ancora più disinteressante (grazie all’aumento dell’incapibilità). Tutto questo è stato fatto in onore dello Zeus televisivo, il dio ritmo, che tutti hanno paura di non avere e perdere così spettatori a cui dovrebbe calare l’altra divinità, Hera, l’attenzione.
Quelli del podcast di cui sopra creano invece un dialogo non più scomposto, con un processo chiarissimo di domande-risposte, a cui ci si attiene senza sovrapposizioni inutili, anzi lasciando tutto il tempo necessario per lo sviluppo del pensiero e di un’opinione. Questo nuovo ritmo viene da un “bug” tecnologico, in quanto essendo registrati al PC chi non parla, flagga mute al suo microfono per non creare rumori di fondo fastidiosi. Ma questo che doveva essere un minus in senso ritmico, è invece un grande pregio. La schizofrenica importanza data al ritmo scompare, c’è un timing di base a cui far riferimento, ma non se ne è schiavi. Questo fa diluire la discussione ma non fa calare l’attenzione, perché tutto è comprensibile e chi sviluppa un ragionamento ha la possibilità di portarlo avanti con calma, così da attirare chi ascolta verso lo scopo di ogni retore, ovvero l’ormai dimenticato “dove andrà a finire il discorso?”. In tv frasi smozzicate ormai annoiano e allontanano l’audience del talk. In primo luogo le tv che possono diluire i palinsesti, dovrebbero considerare questa nuova forma dialogica e questa nuova scansione ritmica.

PROFONDITÀ DELL’ANALISI – Questo si lega al primo punto, ma è un passo in avanti. Molti sanno che ho in atto una piccola crociata contro gli ex sportivi nei programmi di analisi e durante le telecronache. Un filosofo di cui non ricordo il nome (cazzo… sti device che esternalizzano tutto) diceva che è il critico a tirare fuori il vero senso dell’opera, non chi l’ha prodotta. Sembrerà folle, ma sono d’accordo. E se vale per artefatti intellettuali, ancora di più dovrebbe valere per “creazioni” atletiche. Posto questo, non c’è assolutamente bisogno che per parlare di calcio con cognizione di causa bisogna chiedere ad uno che è stato calciatore. Nel 95% dei casi, se dopo il lavoro di calciatore non hanno iniziato un nuovo lavoro, che vuol dire studio assiduo e preparazione ai massimi livelli, dicono cose assolutamente piatte che si fermano solo alla superficie. Molto meglio, come fanno Caressa e Pardo in maniera strutturata (i due si studiano parecchio in tante cose), chiedere del ricordo atletico o prettamente emotivo di un determinato fatto, perché lì sì che l’ex sa tirare fuori un’analisi che nessun’altro può avere, basata sul vissuto di quella specifica contingenza. Per spiegarmi meglio: ad Ambrosini è inutile chiedere che ne pensa di Quagliarella che segna ancora a quasi 40 anni. Ti parlerà della serietà della persona, del contesto giusto per il suo calcio e potrebbe arrivare a dire che il vino buono è quello invecchiato. Molto meglio chiedergli, scavallati i 30 anni, come l’esperienza cambia l’approccio al calcio nel quotidiano di un professionista. Solo lui saprà rispondere e farci capire in cosa e come è cambiato Quagliarella.
Questa tirata per dire che il podcasting, non essendo realizzato da ex agonisti, è molto più profondo di quello che ascoltiamo normalmente.

CARATTERIZZAZIONE DEI PERSONAGGI – Un amico che mi chiedeva cos’era Ball don’t Lie, risposi sinteticamente il 90° Minuto del 2000. Il mix di voci che fa emerge la provenienza geografica e la caratterizzazione dei personaggi, con un proprio tifo ben definito ma anche con le ipercompetenze specifiche del punto 1, lo avvicinano più a quel riferimento ormai lontano che a tutti i talk sportivi di oggi.
Nei programmi contemporanei deve dominare o il politically correct con il misurino, secondo il quale non si può avere un’opinione secca se non filtrata da mille “se” e “poiché” (al netto dei grandi giornalisti come Condò, inavvicinabile, in pratica solo Capello, fra gli ex, a volte si lancia in pensieri più estremi, ma gli altri lo guardano subito male) oppure vige lo schieramento a prescindere, senza filtro ma ottuso a livelli incredibili (ho solo intravisto  quelle cose che vanno in onda durante le partite con gente che urla, piange, ecc., ma sto parlando proprio di quello).
Nonostante chi fa podcast non ha volto, ne comprendi dopo pochissimi ascolti le caratteristiche e ne capisci i discorsi anche in relazione ad uno storico e ad atteggiamenti chiari, non filtrati e allo stesso tempo non per forza ottusamente schierati, ma sanamente critici e appassionati verso la propria squadra e le altre. Questo crea nuove nicchie di fidelizzazione anche al personaggio, che rinforza ancora di più un’altra mecca del marketing contemporaneo, il bond, il legame con il prodotto, capace di creare ambassadors più che clienti.

Chiudo qui. Un consiglio. Ascoltate con attenzione questi e tanti altri podcast sportivi che stanno nascendo, perché sono qualcosa che sta cambiando un mondo anchilosato da una parte e verso la deriva trash dall’altra.


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