CI RACCONTI COS’ERA IL LUNA PARK DI BUENOS AIRES? – DARIO TORROMEO

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UNA DOMANDA. Ho pensato di fare una sola domanda ai migliori giornalisti e scrittori sportivi che abbiamo in Italia. Inizio con il peso supermassimo della boxe, Dario Torromeo, al quale ho semplicemente chiesto “CI RACCONTI COS’ERA IL LUNA PARK DI BUENOS AIRES?” E Dario ha tirato fuori questo gioiello. Solo chi è stato lì può raccontarlo in questo modo.

“Tito, dimmi quanto”.“Quanto cosa?”“Quanto sei famoso in Argentina?”.“Dario, facciamo una scommessa. Tu mi spedisci una cartolina, come indirizzo metti Tito Lectoure, Buenos Aires. Se mi arriva, offri una cena. Altrimenti, pago io”.Juan Carlos “Tito” Lectoure è stato il più importante manager dell’America Latina. È stato soprattutto il boss del Luna Park di Buenos Aires dal 1956 al 2000. Un’Arena ereditata dallo zio Josè che, assieme al socio Ismael Pace, l’aveva inaugurata il 5 marzo del ‘32.Tito era nato nel ’36, nella casa dei genitori. La famiglia Lectoure viveva da tempo nel barrio di Balvanera, a pochi passi dal mercado de Agosto dove era cresciuto Carlos Gardel. Il Luna Park sarebbe diventato la casa dell’artista. Ne avrebbe onorato la scomparsa, a fine giugno del ’35, trasformandosi in camera ardente. Ogni anno lo avrebbe celebrato nel “Giorno del tango”, in cartellone l’11 dicembre: il giorno della nascita del musicista.Le riunioni di pugilato si svolgevano rigorosamente di sabato, per tradizione e convenienza. Era la scelta migliore per portare gente al botteghino. Con il tempo il Luna Park avrebbe però aumentato il ritmo degli spettacoli. Due a settimana: il mercoledì, con il programma ripreso in diretta tv, e ancora il sabato. Tito ne avrebbe gestito l’attività per più di quarant’anni, con oltre tremila appuntamenti pugilistici. Durante la settimana riusciva a fare allenare contemporaneamente fino a cento pugili. Ma quello stadio non ospitava solo la boxe. Negli altri giorni c’era il circo, il pattinaggio su ghiaccio, i concerti rock e addirittura gli Harlem Globetrotters. Un Palazzo dello Sport diventa famoso per il talento dei protagonisti che recitano in quello spazio. Uomini che con le loro imprese fissano i ricordi nel cuore della gente. Poi, anche quando ci hanno lasciato per sempre, grazie alla magia del passaparola, continuano a vivere nei racconti di chi li ha visti combattere.E di eroi con i guantoni il Luna Park ne ha celebrati tanti.Carlos Monzon, ad esempio.Era l’11 novembre del ’72.Benny Bad Briscoe veniva ancora una volta in casa del nemico per prendersi quello che pensava gli appartenesse. Nato ad Atlanta, residente a Filadelfia. Lavorava otto ore al giorno per il comune. Prima impegnato nella derattizzazione, poi nella raccolta rifiuti.“Come uccidevamo i topi? Li chiudevamo in una stanza, poi andavamo a cacciarli con una mazza da baseball e li schiacciavamo”.Era un po’ quello che, perdonatemi la durezza del linguaggio, cercava di fare con i rivali. Li chiudeva in un angolo del ring e tirava randellate fino a quando quelli non andavano giù. Briscoe inseguiva il mondiale dei medi, Monzon lo difendeva.Pioveva forte, acqua a secchiate su Buenos Aires. C’era poca gente quella notte al Luna Park.Il destro era arrivato veloce, preciso, potente, distruttore.Aveva centrato Monzon al volto.E allora Briscoe aveva cominciato a cercare freneticamente un angolo, uno spiraglio. Gli servivano per mettersi in pari con tutto quello che la vita fino a quel momento gli aveva negato. Era vicino al titolo come non lo era mai stato. Monzon era scosso, debole. Un altro destro, un altro ancora. Venti secondi alla fine del nono round. Un’eternità per un pugile in sofferenza.Erano mille e cinquecento gli spettatori che avevano sfidato la pioggia. Adesso urlavano, muovevano le braccia, saltavano sulle sedie, incitavano l’argentino. Ma lui sapeva benissimo che sarebbe stato inutile. Come sempre, poteva contare solo su se stesso. Nessuno è solo come un pugile sul ring.“In quegli attimi di confusione, di annebbiamento, vedevo davanti a me due Briscoe. Uno a destra, l’altro a sinistra. Due immagini confuse. Ho scelto quello a destra, mi è andata bene. L’ho colpito e ho capito che avrei recuperato e portato a casa anche quel match. Così è stato”.

Monzon non si era mai sentito amato al Luna Park.Rodolfo Sabbatini mi raccontava che, quando era volato a Buenos Aires e aveva proposto a Tito Lectoure un contratto per portare Carlos a Roma contro Nino Benvenuti, il boss non ci aveva pensato su più di due secondi.“Si può fare. Monzon non è certamente il pugile che mi riempie il Luna Park”.Il giovanotto veniva di Santa Fè e a comandare, nella boxe come nella vita, erano quelli della Capitale.“Quasi nessuno pensava a una sua possibilità di vittoria, andava in Italia a perdere”, dirà Carlos Losauro, all’epoca capo della redazione sportiva de “La Nacion”. A Buenos Aires faticavano a volergli bene.Non è un caso che tredici dei suoi quindici mondiali, Carlos li abbia disputati lontano dal mitico impianto.Tra Nicolino Locche e il Luna Park è stato subito amore. Il radar umano ha vissuto su quel ring cinque vittoriose difese del titolo superleggeri Wba. Lui era quello che intercettava i pugni degli avversari prima che potessero sfiorarlo. Per questo lo chiamavano El intoccabile, l’intoccabile. Detestava prendere colpi, li evitava con spostamenti millimetrici del corpo, li deviava con abili movimenti delle braccia. Artista della schivata e del gioco di gambe. Ballerino capace di muoversi disegnando le figure di un tanguero. Il Luna Park impazziva per lui. Quando combatteva, la gioia prendeva il sopravvento sul dramma della boxe.Padre e madre italiani, famiglia numerosa. Una leggenda costruita attorno al suo nome. Fumava Cigarillo Traicionero più volte al giorno, anche pochi minuti prima del match. Anche nello spogliatoio. Quattro tiri e via. Sigaretta e pisolino prima di infilare i guantoni e andare verso il ring. Mano sinistra fantastica, un professore. L’Argentina lo venerava come un dio e il tempio dove praticare quella religione era il mitico Luna Park.Era la notte del 4 settembre ‘65.L’Arena era piena come non lo era mai stata, c’erano almeno ventitremila spettatori. Undicimila avevano trovato posto a sedere, gli altri se ne stavano pigiati gli uni sugli altri, in piedi, nel parterre, sulle gradinate, in ogni spazio vuoto. Ovunque.Sul ring Avenamar Peralta e Oscar Ringo Bonavena, si battevano per il titolo argentino dei pesi massimi.Il primo si era esibito a lungo nella categoria inferiore, l’altro era un vero toro. Un personaggio entrato nel cuore dell’Argentina intera. Donnaiolo impenitente, amante della vita notturna e frequentatore di locali malfamati. Morirà ancora giovane. Ucciso da Ross Brymer, un buttafuori del bordello Mustang Ranch e guardaspalle del suo ex-manager americano Joe Conforte. Il movente del delitto non sarà mai del tutto chiarito, ma sembra che alla base ci fosse la gelosia di Conforte per una relazione che la moglie Sally avrebbe avuto con il campione argentino.

Peralta andava giù al quinto round, ma alla fine vinceva la battaglia, largamente, ai punti.Il Luna Park era il campo dei miracoli per chi amava la boxe. Lì qualsiasi cosa poteva accadere. Era il Madison Square Garden del sud. In quell’Arena si sono esibiti anche Horacio Accavallo, Santos Laciar, Sergio Victor Palma, Gustavo Ballas, Juan Domingo Roldan. La storia del pugilato argentino, e in generale quella di molti protagonisti americani, è passata da quell’impianto. Ho sempre visto il ring come una sorta di palcoscenico su cui si muovono artisti che mettono in scena drammi a tinte forti. Sul quadrato i pugili, attori o ballerini a seconda del ruolo che scelgono di interpretare, recitano il testo più difficile. Recitano la vita.Il Luna Park è stato per decenni la sede naturale di questa rappresentazione. Un teatro in cui andavano in scena sogni, illusioni, progetti e drammi. Dolore e gioia si mescolavano naturalmente.Salire sul ring del Luna Park era già un successo. Ma solo quando scendevi quei gradini sapevi se avresti potuto continuare a recitare nella magica Arena, nel regno del boss Tito Lectoure.
A proposito. La cena l’ho pagata io.