RECENSIONE “LA CADUTA DEI CAMPIONI” DI ULTIMO UOMO

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Lev Semënovič Vygotskij, uno dei più grandi pedagogisti del Novecento, sviluppò l’idea della zona di sviluppo prossimale, ovvero quello spazio psicologico che dal livello di sviluppo attuale che avevi già raggiunto nella tua crescita andava verso il livello di apprendimento potenziale, che si può raggiungere. In questo spazio di mezzo è fondamentale il sostegno e la spinta di un educatore o di un’altra figura fondamentale per fare quel passaggio di livello verso uno sviluppo successivo.
Parto da questa riflessione del grande pedagogista russo perché le storie raccontate dagli autori de L’Ultimo Uomo per il libro “La caduta dei campioni” fanno riflettere proprio su come tante delle carriere descritte sia siano impantanate nella zona di sviluppo prossimale, forse proprio perché non hanno trovato una figura educante capace di far fare loro il viaggio più difficile, dall’attuale al potenziale che il loro stesso talento poteva esprimere.
Il talento e l’oggi. Ci sono tante storie contemporanee nel libro perché, rispetto a prima in cui la coltivazione del talento poteva procedere lungo un pendio molto più dolce, oggi per coltivare il talento (il che tiene dentro concetti come classe, fisico, vita psichica, condizioni esistenziali nella loro generalità) serve una cura maniacale, anche perché si è quasi quotidianamente messi alla prova da piccoli e grandi esami che ne chiedono la certificazione. Oltre alla difficoltà psichica nel gestire il peso di un talento in un tempo vorace e così accidentato di prove, spesso accade che per qualche strano motivo, magari addirittura extra-sportivo, ci invaghiamo di un talento minore, ponendogli obiettivi troppo grandi per lui. Alcuni di questi talenti immaginati sono descritti nel libro e sono giustamente analizzati per quello che potevano effettivamente dare e che forse pensiamo sprecati solo perché siamo noi a valutarli in base a parametri assolutamente fuori scala.
Il libro è un bellissimo viaggio fra mondi possibili, la magia è leggere le storie e crearsi continuamente distopie in cui Adriano vinceva cinque Palloni d’oro, George Best portava l’Irlanda del Nord in semifinale ai Mondiali, Rūta Meilutytė avesse già sei medaglie d’oro olimpiche al collo. Tutte cose che sarebbero potute succedere se…
Raccontarsi, ragionare, andare a vedere cosa c’è dentro, sotto e oltre quel “se” è un esercizio narrativo e saggistico di grande interesse. Non è solamente un “What if” come tanti libri di storia e tanti prodotti mediali ci hanno raccontati fino a oggi, è anche una sorta di lamento, perché quelli raccontati sono donne e uomini che avevamo davanti a noi, in cui abbiamo creduto e che ci hanno anche sussurrato qualcosa riguardo alla nostra di vita.
Per questo il libro è un susseguirsi di μοιρολογ, lamenti funebri greci che in questo caso piangono il possibile assente. I μοιρολογ si tenevano solo con il sole, quando calava la notte bastava il silenzio per farti percepire il dolore. Ma non solo. Il silenzio della notte serve anche a farti pensare a quello che verrà, perché la vita delle speranze, anche se frenata dall’attesa di un talento mai in accelerazione, non si blocca mai del tutto, e ce ne sarà di sicuro uno nuovo su cui mettere il cuore in subbuglio già domani.