Dallo scudetto ad Auschwitz di Matteo Marani


Nel giro di pochi mesi, la primavera del 2007 ha sfornato tre libri il cui filo conduttore è il rapporto terribile che l’antisemitisimo ha intrecciato con il mondo del calcio. “La partita dell’addio” di Nello Governato, che ha come tema l’ultima parte della vita di Matthias Sindelar nella sua amabile Austria sotto il giogo nazista, “L’allenatore errante” di Leoncarlo Settimelli, che narra, attraverso illuminazioni poetiche, la storia dell’allenatore del Grande Torino Egri Erbstein e “Dallo scudetto ad Auschwitz” di Matteo Marani, biografia di Arpad Weisz, sono tre libri paralleli e, come pezzi di un puzzle, incastrabili uno nell’altro.

Il primo è il libro di un’anima, di uno spirito libero costretto nelle prigioni dell’irrazionale politico.
Il secondo è il libro di un cuore che ha pulsato forte per tenere sveglia una memoria difficile.
Il terzo è il libro di una mente, di un cervello che conosce e riconosce il male, avvista e accetta una fine troppo non umana per poterla combattere.

Matteo Marani ci guida con la leggerezza dello storico arguto tra le vicende di un uomo un po’ più normale degli altri: moglie, figli, casetta nel quasi centro di Bologna, automobile, impegni. Quel po’ è dovuto al fatto che di mestiere Arpad Weisz faceva l’allenatore di calcio. Del Bologna seconda metà degli anni ‘30 per la precisione, una squadra formidabile, in cui coesistevano la forza celebrale di Andreolo, la genialità semplice di Biavati, in un primo momento il penetrante coraggio di Schiavio e l’astuzia graziosa di Reguzzoni. Il tutto mixato e fatto vibrare dalle disposizioni di questo ungherese piccolo e dai tratti sfuggenti, di un’intelligenza sottaciuta e messa in disparte e per questo di maggiore valore.

Nella prima parte il libro ci descrive come quell’uomo diviene l’allenatore di calcio per eccellenza in quel periodo. La sua carriera si dipana attraverso squadre come il Padova, il Bari, l’Inter, fino ad arrivare a quel Bologna che dà 4 goal al Chelsea (nel periodo in cui gli inglesi venivano da Marte con un’idea del pallone totalmente diversa dai terrestri) in una partita scandalosa per quanta superiorità consapevole è dimostrata sul campo. In questa fase il tocco è graziato, Marani non spinge mai il tasto del monumentalismo post-mortem, né della memoria santificata: tutto è nell’ovatta di una mitografia dolce e mai aggressiva o stancante.

Nella seconda parte poi, il libro diviene un diario ragionato sulla fine della ragione.
Dalle disposizioni razziste dell’Italia fascista, all’allontanamento forzato verso Parigi, al nuovo incarico presso la squadretta (divenuta subito squadra grazie alle sue semplici parole sul calcio) olandese del Dordechtschte Football, fino alla razzia nazista di corpi spediti verso i lager, di Arpad Weisz si ascolta soprattutto il suo sentire razionale, i suoi pensieri, la sua energia e creatività celebrale.

Marani ne suppone le idee, i ragionamenti, le riflessioni. La grande domanda a cui cerca di rispondere è: “Cosa pensava un uomo intelligente di quello che gli stava accadendo in quel momento?”

Marani, da buon romanziere in questo caso, non dà risposte, non tanto perché non ha chiaro dentro di sé l’animo di un uomo come Weisz di fronte alla totale scempiaggine dell’altro, ma perché, come riesce a capire alla fine della sua dettagliatissima ricerca e a farci capire alla fine del suo libro, un uomo non può comprendere le ragioni di qualcuno che non è più uomo.

Da dove viene l’armonia di Moutinho

Questi Europei sono smorti parecchio (ovviamente l’Italia si è distinta dando fin troppe emozioni). Però un calciatore tra i tanti che hanno smanicato qualcosa in Svizzera e Austria mi ha toccato gli occhi: Joao Moutinho del Portogallo.

Per fisico, armonia di tocco e leggerezza di pensiero somiglia ad un tale di Langoiran del ’52 che mise in crisi le regole del gioco il 21 giugno del 1982, in quella mestizia bollente di Valladolid.

Juve o Milan? Meglio il Foggia del Collettivo Lobanowski


Volevo segnalare questo libro molto interessante, dal titolo, francamente, geniale.
Piùche sprecare parole su questa tastiera macchiata, lascio la parola a chi lo sa fare molto meglio di me.

Prefazione di Darwin Pastorin

Il calcio è letteratura. Camus; Arpino Soldati; Brera Galeano Marias; Pasolini Montalban Soriano; Hornby Valdano. Ecco una formazione ideale di scrittori che hanno dedicato romanzi, racconti, poesie al pallone. Abbiamo, addirittura, un campione vero, Jorge Valdano: ieri mundial nell’86 in Messico con l’Argentina, al fianco di Diego Armando Maradona (uno dei più grandi poeti del Novecento), e oggi narratore intelligente, ironico e disincantato. Il genere calcistico-letterario imperversa nelle librerie, fa “tendenza” e il fenomeno sembra destinato a durare a lungo. Ma, a mio avviso, mancano le novità, le voci nuove, il libro capace di sorprenderti. E’ facile, piuttosto, trovare il “già letto”; oppure quella stanca biografia, quella scontata autobiografia, quella novella tirata giù senza passione, mero esercizio di stile (ma quale stile?).
Ero pronto a rassegnarmi ai tempi e alle mode, in attesa di un miracolo. Di una lettura, di nuovo, capace di sorprendermi. Ed eccola arrivare. Grazie agli autori del “Collettivo Lobanowski” e al loro folgorante lavoro: “Juve o Milan? Meglio il Foggia”. La storia di un fenomeno calcistico (il Foggia di Zeman, soprattutto, e poi la gloria e la caduta e la rinascita di una gloriosa società) diventa lo spunto per un romanzo di ricordi, di ribellioni, di fughe da fermo; dove il calcio ritorna ad essere espediente letterario, “momento” politico e sociale, e la stagione del pallone si trasforma, come per una improvvisa rovesciata, nella stagione della vita. Con, in sottofondo, una splendida colonna sonora.
Certo, la scrittura risente della lezione di Nick Hornby: ma gli allievi sono promossi a pieni voti. Non solo allenatori, giocatori, partite vinte e partite perse, televisioni private, gol e autogol: il libro è attraversato dal vento della giovinezza, della precarietà, i dribbling si confondono con gli amori, i colpi di testa con le amicizie, Foggia diventa la città-simbolo, di un modo di essere e di pensare, non solo di giocare.
Mi sono divertito, pagina dopo pagina. Di un divertimento puro: per le peripezie degli autori, tra una partita e l’altra, tra una trasferta e l’altra, per quell’incessante andirivieni di umori, passioni, sensazioni. Per quella fitta ragnatela di nomi, di riferimenti, di canzoni, di luoghi. La vicenda calcistica del Foggia diventa epica, epopea, mito, diario quotidiano, con Zeman amato e criticato, santo e presuntuoso: un personaggio presente anche quando è assente; un personaggio che, ancora adesso, fa discutere, divide: con le sue accuse, le sue prese di posizione, il suo voler stare sempre e comunque sulle barricate.
Gli autori del “Collettivo Lobanowski”, insomma, ci riportano al bel leggere di calcio. Con una prosa incalzante, dove, una riga dopo l’altra possiamo trovare un centrocampista, un presidente americano, un famoso telecronista, una cantante alla moda, una ragazza dagli occhi belli, un compagno di banco. Ci voleva, almeno per me, questa boccata di aria pura e nuova. Ci voleva un romanzo così. Ci voleva, per davvero. E in certe sere di mezza luna, confortato dal miagolare dei gatti, leggerò alcune parti del libro all’amico che mi sta sempre al fianco, a quell’argentino capace di mettere insieme Stanlio e Ollio, Obdulio Varela e il figlio di Butch Cassidy: al mio Osvaldo Soriano.

Dopo questa prefazione: siamo tutti foggiani, almeno un po’.

Calcio e potere di Simon Kuper


Questo libro non è la testimonianza ultima di un calcio sfumato nelle nebbie dello show-biz necessario e totalizzante, non è l’apologia finale di un universo di segni identificativi e di matrici storico-culturali infuse in uno sport così pieno di elementi particolari e caratterizzanti, non è il necrologio delle sensazioni che il calcio produce nelle diverse zone del mondo.
È evidente l’estetizzazione delle pratiche sportive, e calcistiche in particolare, avvenute da venti anni a questa parte, per favorire una globalità d’approccio al sistema-sport (che è sistema di capitalizzazione degli investimenti), ma le dimensioni particolari e tribali che il libro sviscera non sono andate del tutto perdute.
Il libro di Simon Kuper, Calcio e Potere, è prima di tutto un diario di viaggio di un giovanissimo giornalista coraggioso e capace di comprendere in tutti i paesi toccati le leve semantiche di base per scrivere di un fenomeno sociale di immensa portata.
In secondo luogo è un dossier dettagliato e profondo delle interrelazioni peccaminose (ma anche fruttuose, perché vederci sempre il peggio) tra le istituzioni e il fenomeno calcio, in un rapporto di rimandi e rimbalzi incessanti e spesso decisivi per istituzioni e capi di stato.
In terzo luogo è un’inchiesta politica che vuole estrarre dalla gestione dello sport di ogni paese preso in esame delle indicazioni chiare sui modelli di governo e gestione della cosa pubblica.
Infine è un saggio sociologico capace di entrare nei meandri psichici ed etologici di chi il calcio lo possiede semioticamente e ne sviluppa i codici di riconoscimento, ovvero i tifosi, tribù di consumatori di emozioni e (sempre più per i club) di magliette dei propri idoli.
In questo viaggio del mondo appresso ad una sfera, Kuper ci fa vedere, forse per la prima volta in un’analisi onnicomprensiva di questo tipo, cosa sono stati questi anni ’90: anni in cui nuove realtà nazionali sono nate e con esse nuovi spiriti di patria hanno avuto cittadinanza prima di avere identità, anni di sviluppo di appartenenze nuove di zecca che richiamano però mitologie del passato, anni di spettacolarizzazione dei garretti, una volta infangati e oggi fotografati, anni di rinascita di ideologie che seguono i gusti della massa e non viceversa, come era invece successo in tutti decenni precedenti del ‘900, anni, per fortuna, dove le incrostazioni della storia sono state lavate avvicinando uomini e paesi, fondendo idee e desideri, anni di apertura agli altri e di “storica” accettazione del diverso.
Questo libro va letto perché è uno dei pochi che ci fa capire da quale strada veniamo. Anche se nell’aria c’è una indicibile voglia di fare retromarcia.