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Vuoi vedere che il ciclismo diventa lo sport degli anni ’20

Quando nel 2012 deflagrò il caso Armstrong, c’era chi scriveva che il ciclismo come lo avevamo conosciuto sarebbe sparito. Avremmo visto qualcosa di diverso, cosa ancora non si sapeva, ma il fatto che non doveva esserci più quello sport si stava diffondendo in maniera quasi evidente.
Al di là dello stress da farsa pluriennale a cui ci aveva costretto l’americano, il grande problema in quel momento era l’assenza di grandi corridori, capaci di contrastare con il bello e il vero l’andazzo del “sono tutti dopati”. Il Giro d’Italia nel 2012 vedeva questo podio: Ryder Hesjedal – Joaquim Rodríguez – Thomas De Gendt. Il Tour de France di due anni prima ebbe questo: Andy Schleck – Samuel Sánchez – Jurgen Van Den Broeck. Non stiamo parlando di campioni epocali e forse neanche di atleti appena ricordabili, se non dagli addetti ai lavori. Il De profundis era pronto, nel 2020 il ciclismo poteva non arrivarci e invece…
Se seguite Suiveur e il loro podcast “Oltre la corsa” conoscete meglio il panorama ciclistico mondiale che non è mai stato così futuribile. Il ciclismo ha avuto un solo cambiamento importante dal momento in cui Armstrong è definitivamente caduto: la discesa in strada della Sky, che ha rilanciato l’importanza della squadra nella conquista delle vittorie individuali dei vari Wiggins, Froome, Thomas e ora che è diventata Ineos, Egan Bernal.
La Sky/Ineos ha tolto un po’ di polvere dal ciclismo ma non poteva strappare improvvisamente le croste di anni chimici e assurdi. Chi poteva riuscirci? Ovviamente nuovi campioni e mai come quelli che stanno arrivando saranno, riprendendo il termine usato prima, epocali. Uno si è già mostrato, Egan Bernal, evoluzione dello scalatore classico, classe 1997. Con lui in strada nei prossimi anni ci saranno Wout van Aert, classe 1994, tre volte campione del mondo nel ciclocross, che al Tour di quest’anno ha vinto una tappa e ha dimostrato di essere un puledro fantastico. Uno che non c’era in Francia è Mathieu van der Poel, classe 1995, ciclista totale che potrebbe vincere tutto quello che vuole, giri o corse di un giorno, quando vuole. Basta? No, c’è Remco Evenepoel, classe 2000, per tutti la cosa più vicina a Merckx che stiamo per vedere all’opera.
Uno sport moribondo meno di dieci anni fa potrebbe diventare lo sport più interessante e pieno di talento degli anni ’20. Un po’ come è accaduto al tennis quando in una sola generazione si sono sfidati Federer, Nadal, Djokovic e nel periodo migliore, Murray.
Profezia e similitudine spiegano una cosa fondamentale, che a volte dimentichiamo: per rendere cool uno sport, se proprio questa deve essere la smania di tutti, basta davvero poco: avere grandi campioni che lo praticano. In realtà sembra poco, ma non accade così spesso (quanta atletica avete visto da quando si è ritirato Bolt?).

“Pedalare” di John Foot

Pedalare_John_FootLeggere Foot è puro relax emozionale. Riesce a farti leggere, dopo tutte le volte che lo hai fatto, della Cuneo-Pinerolo dandoti la bellezza della scoperta. Tanti ci provano, pochissimi ci riescono. Ma la cosa straordinaria è il riuscirci senza svisare verso punti di vista strampalati o chiedendo aiuto a mezzo mondo (chi c’era, chi forse c’era, chi non c’era e voleva esserci, ecc.). Scrive con la leggerezza della prima volta e percepiamo il gusto della novità.
“Pedalare” è un libro di scienza e coscienza, ed è di grande onestà intellettuale farlo terminare (o comunque far terminare la parte che possiamo definire sport) nel 1984, nel momento in cui Moser, con Conconi e Ferrari a fargli da guardiaspalle, cerca e trova due record dell’ora a Mexico City. In quel momento non inizia il doping ma ne inizia l’era, l’epoca in cui tutto viene scritto dalla costruzione chimica dell’atleta.
Il ciclismo dei pionieri emerge per quello che ho sempre pensato: il primo vero sport. Anche fra giochi al massacro e pause nelle cascine, il ciclismo dei primissimi crea uno sport e forse lo sport come lo conosciamo oggi.
L’epoca di Coppi e Bartali è una fantastica storia del nostro paese e del dopoguerra, il momento più sincero della nostra identità. Gli anni ’60 con la pista è un altro fatto che abbiamo dimenticato, gli anni di Merckx sono stati coraggiosi e per i tanti che li hanno vissuti, indimenticabili.
Il doping in tutti questi anni c’è sempre stato. Ma veniva dopo l’atleta. Dagli anni ’80 diventa una semplice condizione necessaria per raggiungere l’obiettivo e lo sport ciclismo è diventato una fiction, magari anche piena di colpi di scena, ma così vicina ad un reality che lo puoi vedere mentre fai altro, tanto sai già come va a finire.
Altra cosa: la traduzione è molto ben fatta, non fa perdere quello stile piano che è il plus del libro.

Era il Mondiale degli scalatori

Nibali_Campionato_Mondo_FirenzeAnche quest’anno uno degli eventi più esaltanti fra tutti (niente mi fa andare in bagno 30 volte in 7 ore) è terminato. Che non abbia vinto l’Italia non toglie nulla a quello che è il Campionato del mondo di ciclismo.
Però abbiamo perso per colpa nostra…. e questo un po’ rode. E nello specifico, non abbiamo perso per colpa della condotta della gara su strada, ma per quella che era la squadra a giocarsi il Mondiale (forse questo è il motivo della sua unicità, sembra un gioco di strategia vero, non come le partite di calcio che si vincono perché hai i giocatori migliori…. e basta).
Mi sono incazzato a fine gara per un motivo: salita di Fiesole e quella di via Salviati erano per scalatori puri, non c’azzeccavano nulla i passisti (Cancellara, Gilbert e Sagan al primo allungo si sono disintegrati). Se un finale di gara termina con Rodriguez, Nibali e Rui Costa fra i primi quattro vuol dire che le salite erano vere. Bastava un altro scalatore puro e Nibali non restava solo contro tre che giocavano a sfiancarlo, bisognava comprendere bene il percorso e chiarire fin da inizio anno ad un Rabottini o addirittura ad un Cunego che questo era l’anno in cui al Mondiale erano fondamentali.
Anche in corsa le cose si potevano raddrizzare in questo modo: a partire ai -50 km non doveva essere Visconti, l’altro da giocare sulle salite vere, ma Paolini. Ottima invece la fuoriuscita di Scarponi, che ha incendiato la gara. E pure il finale: con quell’azione Scarponi-Nibali l’idea era di far arrivare Nibali da solo al traguardo? Penso di sì. Ma, essendo plausibile che qualcuno tenesse il passo, era necessario che soprattutto Pozzato lo seguisse per giocarsi la sua volata ristretta.
Scrivo di getto, perché con gli scalatori che abbiamo in Italia questa era un gara da vincere. Quando avremo di nuovo questa possibilità?
La gara si poteva vincere, ci sto pensando da quattro giorni.

Come giudicare Pantani?

Lo sportivo che mi ha dato più emozioni dal mio primo ricordo telesportivo (Italia-Francia, ottavo Mundial ’86) è stato Marco Pantani. Aveva tutto dell’eroe romantico: la sfortuna abile nel baccarlo sempre, il fisico appassito, con le spalle strette e la faccia bianca anche dopo un mese in spiaggia a Cesenatico, la disperata idea che lo riempiva di voglia: sfidare i mostri del ciclismo contemporaneo (Froome sul Ventoux non era in sé, dopo tanti anni di Tour in tv ho desiderato al più presto il ritorno delle Falde del Kilimangiaro).
Storia di oggi è la certezza che Pantani era sottoposto abitualmente a interventi dopanti, e con lui in pratica tutti coloro che hanno vinto anche solo il Giro della Basilicata dal 1994 al 2000. Tutti in fondo sapevamo che quel ciclismo era farmaceutico ma il desiderio di un Pantani unico pulito era l’utopia che non volevamo abbandonare.
Adesso tutti, sorretti dal mio ricordo, ripetono: se tutti erano dopati, Pantani era comunque il più forte di tutti e ingiustamente (termine che può avere un senso nel discorso generale… incredibile!) fermato dai potenti.
È giusto pensare che in un mondo di fantasia (il ciclismo degli anni ’90-2000) reggono gli stessi parametri valoriali del mondo normale? Il corpo dice 40 di ematocrito, se via doping vai a 50 e vinci, non sei paragonabile. Ma se tutti sono chimicamente a 50, il tuo valore resta integro e classificabile?
In senso stretto (ed etico) questo discorso non ha senso: aver raggiunto un traguardo grazie a qualcosa di oltreumano non è un’attività sportiva.
Eppure, sia pure per la sola logica, le vittorie di Pantani restano inattacabili.Sono in confusione, non so aggiungere altro.
Purtroppo il ricordo resterà per sempre macchiato, anche se il panno era già lercio.