Che romanzo sarà? I miei dieci favoriti.

I Mondiali di ciclismo a Imola si sono già tenuti nella storia. Era il 1968 e il lotto dei favoriti era molto ampio: c’erano Eddy Merckx, Michele Dancelli, Joaquim Agostinho, Herman Van Springel e Felice Gimondi. Vinse una seconda punta, Vittorio Adorni, dopo una fuga controllata dagli italiani e dal suo grande amico Merckx, con nove minuti di vantaggio sul secondo.
Oggi il circuito è più duro rispetto al 1968 e bisogna essere in grande forma per giocarsela. Il percorso è di 258,2 chilometri, con nove giri del circuito e quasi 5000 metri di dislivello. Le salite dove poter fare la differenza sono due: prima si scala il Mazzolano, 2,7 chilometri, con una pendenza media intorno al 6% ma con punte ad inizio ascesa che arrivano al 13%. La seconda è il Gallisterna, per altri 2,7 chilometri di salita che al centro ha una sorta di muro al 14% di pendenza. Qui si deciderà tanto.
Di fronte a un Mondiale e a un percorso del genere la lista dei favoriti si assottiglia, ma Imola è sempre Imola e quel precedente con la vittoria del non pronosticato Adorni allarga la batteria dei papabili almeno a 10 corridori.

1 – JULIAN ALAPHILIPPE
Non ha iniziato alla grande come lo scorso anno questa strana stagione, ma ha praticamente usato il Tour per allenarsi e arrivare al meglio in questo Mondiale. Scatti, fatica, chilometri nelle gambe per sopportare una gara di 258 chilometri. Il suo obiettivo è sempre stato il Mondiale di Imola e quando Alaphilippe vede un traguardo possibile, è durissima batterlo.

2 – WOUT VAN AERT
Chi invece è diventato una stella assoluta del ciclismo internazionale in questo 2020 è stato Wout Van Aert. Ha vinto Strade Bianche, Milano-Sanremo e due tappe al Tour de France. È così in forma da arrivare secondo nella crono iridata vinta da Ganna. Un mezzo gradino dietro Alaphilippe solo perché il francese ha concentrato ogni suo sforzo per questo obiettivo.

3 – MARC HIRSCHI
La Sunweb al Tour de France è stata spettacolare, presente quasi ogni giorno in fughe pericolose e capace di vincere per tre volte. Il migliore dei suoi è stato lo svizzero Marc Hirschi, un classe 1998 che ha dimostrato di aver fatto un salto di qualità enorme. Il percorso è eccezionale per le sue caratteristiche, sarà di sicuro fra i grandi protagonisti.

4 – JACOB FUGLSANG
Non esiste corsa in linea importante degli ultimi anni che non veda favorito il danese Jabob Fuglsang. Per adesso nel 2020 ha vinto “solo” il Giro di Lombardia con una prova di forza meravigliosa. Anche lui ha concentrato molte delle sue energie sulla prova iridata.

5 – LUKA MEZGEC
Vuoi non mettere in questo 2020 uno sloveno fra i favoriti? In una squadra con Roglic e Pogacar, i due potrebbero, oltre che provarci, anche proteggere Mezgec, che è molto veloce e se arriva con un gruppetto di fuggitivi vince lui. Attenzione alla wave slovena.

6 – MICHAL KWIATKOWSKI
A differenza della Slovenia dove ormai ci sono più capitani che gregari, la Polonia ha da anni puntato sempre e solo sull’uomo della Ineos. Lo farà anche quest’anno e Kwiatkowski è stato un altro uomo bravo nel crescere in condizione con il passare del Tour. Sul muro del Gallisterna potrebbe piazzare il colpo vincente.


7 – MICHAEL WOODS
Date un percorso duro e un Mondiale a Michael Woods e saprà sempre essere protagonista. In quello di Innsbruck nel 2018 fu bronzo a sorpresa (fra gli Under 23 vinse Hirschi. Attenzione allo svizzero). Il canadese riesce sempre a capire quando parte la figa giusta, muovendosi con grande intelligenza tattica.

8 – MICHAEL MATTHEWS
Altro uomo Sunweb da tenere d’occhio è Matthews, che ha una buona condizione ma soprattutto un’ottima squadra, tenuta insieme da Richie Porte in buona forma al Tour, che può proteggerlo fino all’ultimo giro.

9 – MIGUEL ANGEL LOPEZ
La Colombia porta la solita squadra di possibili cavalli pazzi, difficile dargli una strategia precisa che tenga in riga tutti. Se davvero riuscissero a creare confusione nelle altre squadre, potrebbe emergere Miguel Angel Lopez, il colombiano più in forma in uscita dal Tour de France, dove ha vinto anche una tappa. Per vincere il colombiano dovrà esserci corsa molto dura e potrebbe sicuramente accadere.

10 – ALBERTO BETTIOL
Non è una gara adatta ai nostri corridori migliori. Non abbiamo una squadra in grande forma generale. Non abbiamo una grande punta su cui mettere tutte le nostre fiche. Però corriamo in casa e, come dicono anche all’estero, noi siamo “La squadra”, capace di tirare fuori una grande corsa anche dove non ci sarebbero le possibilità. Purtroppo Nibali non è in condizione, altrimenti punteremmo tutto su di lui, Diego Ulissi invece sì, ma il tracciato non è completamente aderente alle sue caratteristiche (anche se in corsa potrebbe diventare il nostro capitano), ci resta Alberto Bettiol, vincitore di una Fiandre nel 2019. Il Fiandre è pieno di muri, a Imola c’è quello del Gallisterna. Magari Bettiol…

Vuoi vedere che il ciclismo diventa lo sport degli anni ’20

Quando nel 2012 deflagrò il caso Armstrong, c’era chi scriveva che il ciclismo come lo avevamo conosciuto sarebbe sparito. Avremmo visto qualcosa di diverso, cosa ancora non si sapeva, ma il fatto che non doveva esserci più quello sport si stava diffondendo in maniera quasi evidente.
Al di là dello stress da farsa pluriennale a cui ci aveva costretto l’americano, il grande problema in quel momento era l’assenza di grandi corridori, capaci di contrastare con il bello e il vero l’andazzo del “sono tutti dopati”. Il Giro d’Italia nel 2012 vedeva questo podio: Ryder Hesjedal – Joaquim Rodríguez – Thomas De Gendt. Il Tour de France di due anni prima ebbe questo: Andy Schleck – Samuel Sánchez – Jurgen Van Den Broeck. Non stiamo parlando di campioni epocali e forse neanche di atleti appena ricordabili, se non dagli addetti ai lavori. Il De profundis era pronto, nel 2020 il ciclismo poteva non arrivarci e invece…
Se seguite Suiveur e il loro podcast “Oltre la corsa” conoscete meglio il panorama ciclistico mondiale che non è mai stato così futuribile. Il ciclismo ha avuto un solo cambiamento importante dal momento in cui Armstrong è definitivamente caduto: la discesa in strada della Sky, che ha rilanciato l’importanza della squadra nella conquista delle vittorie individuali dei vari Wiggins, Froome, Thomas e ora che è diventata Ineos, Egan Bernal.
La Sky/Ineos ha tolto un po’ di polvere dal ciclismo ma non poteva strappare improvvisamente le croste di anni chimici e assurdi. Chi poteva riuscirci? Ovviamente nuovi campioni e mai come quelli che stanno arrivando saranno, riprendendo il termine usato prima, epocali. Uno si è già mostrato, Egan Bernal, evoluzione dello scalatore classico, classe 1997. Con lui in strada nei prossimi anni ci saranno Wout van Aert, classe 1994, tre volte campione del mondo nel ciclocross, che al Tour di quest’anno ha vinto una tappa e ha dimostrato di essere un puledro fantastico. Uno che non c’era in Francia è Mathieu van der Poel, classe 1995, ciclista totale che potrebbe vincere tutto quello che vuole, giri o corse di un giorno, quando vuole. Basta? No, c’è Remco Evenepoel, classe 2000, per tutti la cosa più vicina a Merckx che stiamo per vedere all’opera.
Uno sport moribondo meno di dieci anni fa potrebbe diventare lo sport più interessante e pieno di talento degli anni ’20. Un po’ come è accaduto al tennis quando in una sola generazione si sono sfidati Federer, Nadal, Djokovic e nel periodo migliore, Murray.
Profezia e similitudine spiegano una cosa fondamentale, che a volte dimentichiamo: per rendere cool uno sport, se proprio questa deve essere la smania di tutti, basta davvero poco: avere grandi campioni che lo praticano. In realtà sembra poco, ma non accade così spesso (quanta atletica avete visto da quando si è ritirato Bolt?).

“Pedalare” di John Foot

Pedalare_John_FootLeggere Foot è puro relax emozionale. Riesce a farti leggere, dopo tutte le volte che lo hai fatto, della Cuneo-Pinerolo dandoti la bellezza della scoperta. Tanti ci provano, pochissimi ci riescono. Ma la cosa straordinaria è il riuscirci senza svisare verso punti di vista strampalati o chiedendo aiuto a mezzo mondo (chi c’era, chi forse c’era, chi non c’era e voleva esserci, ecc.). Scrive con la leggerezza della prima volta e percepiamo il gusto della novità.
“Pedalare” è un libro di scienza e coscienza, ed è di grande onestà intellettuale farlo terminare (o comunque far terminare la parte che possiamo definire sport) nel 1984, nel momento in cui Moser, con Conconi e Ferrari a fargli da guardiaspalle, cerca e trova due record dell’ora a Mexico City. In quel momento non inizia il doping ma ne inizia l’era, l’epoca in cui tutto viene scritto dalla costruzione chimica dell’atleta.
Il ciclismo dei pionieri emerge per quello che ho sempre pensato: il primo vero sport. Anche fra giochi al massacro e pause nelle cascine, il ciclismo dei primissimi crea uno sport e forse lo sport come lo conosciamo oggi.
L’epoca di Coppi e Bartali è una fantastica storia del nostro paese e del dopoguerra, il momento più sincero della nostra identità. Gli anni ’60 con la pista è un altro fatto che abbiamo dimenticato, gli anni di Merckx sono stati coraggiosi e per i tanti che li hanno vissuti, indimenticabili.
Il doping in tutti questi anni c’è sempre stato. Ma veniva dopo l’atleta. Dagli anni ’80 diventa una semplice condizione necessaria per raggiungere l’obiettivo e lo sport ciclismo è diventato una fiction, magari anche piena di colpi di scena, ma così vicina ad un reality che lo puoi vedere mentre fai altro, tanto sai già come va a finire.
Altra cosa: la traduzione è molto ben fatta, non fa perdere quello stile piano che è il plus del libro.

Era il Mondiale degli scalatori

Nibali_Campionato_Mondo_FirenzeAnche quest’anno uno degli eventi più esaltanti fra tutti (niente mi fa andare in bagno 30 volte in 7 ore) è terminato. Che non abbia vinto l’Italia non toglie nulla a quello che è il Campionato del mondo di ciclismo.
Però abbiamo perso per colpa nostra…. e questo un po’ rode. E nello specifico, non abbiamo perso per colpa della condotta della gara su strada, ma per quella che era la squadra a giocarsi il Mondiale (forse questo è il motivo della sua unicità, sembra un gioco di strategia vero, non come le partite di calcio che si vincono perché hai i giocatori migliori…. e basta).
Mi sono incazzato a fine gara per un motivo: salita di Fiesole e quella di via Salviati erano per scalatori puri, non c’azzeccavano nulla i passisti (Cancellara, Gilbert e Sagan al primo allungo si sono disintegrati). Se un finale di gara termina con Rodriguez, Nibali e Rui Costa fra i primi quattro vuol dire che le salite erano vere. Bastava un altro scalatore puro e Nibali non restava solo contro tre che giocavano a sfiancarlo, bisognava comprendere bene il percorso e chiarire fin da inizio anno ad un Rabottini o addirittura ad un Cunego che questo era l’anno in cui al Mondiale erano fondamentali.
Anche in corsa le cose si potevano raddrizzare in questo modo: a partire ai -50 km non doveva essere Visconti, l’altro da giocare sulle salite vere, ma Paolini. Ottima invece la fuoriuscita di Scarponi, che ha incendiato la gara. E pure il finale: con quell’azione Scarponi-Nibali l’idea era di far arrivare Nibali da solo al traguardo? Penso di sì. Ma, essendo plausibile che qualcuno tenesse il passo, era necessario che soprattutto Pozzato lo seguisse per giocarsi la sua volata ristretta.
Scrivo di getto, perché con gli scalatori che abbiamo in Italia questa era un gara da vincere. Quando avremo di nuovo questa possibilità?
La gara si poteva vincere, ci sto pensando da quattro giorni.