Come giudicare Pantani?

Marco Pantani

Lo sportivo che mi ha dato più emozioni dal mio primo ricordo telesportivo (Italia-Francia, ottavo Mundial ’86) è stato Marco Pantani. Aveva tutto dell’eroe romantico: la sfortuna abile nel baccarlo sempre, il fisico appassito, con le spalle strette e la faccia bianca anche dopo un mese in spiaggia a Cesenatico, la disperata idea che lo riempiva di voglia: sfidare i mostri del ciclismo contemporaneo (Froome sul Ventoux non era in sé, dopo tanti anni di Tour in tv ho desiderato al più presto il ritorno delle Falde del Kilimangiaro).
Storia di oggi è la certezza che Pantani era sottoposto abitualmente a interventi dopanti, e con lui in pratica tutti coloro che hanno vinto anche solo il Giro della Basilicata dal 1994 al 2000. Tutti in fondo sapevamo che quel ciclismo era farmaceutico ma il desiderio di un Pantani unico pulito era l’utopia che non volevamo abbandonare.
Adesso tutti, sorretti dal mio ricordo, ripetono: se tutti erano dopati, Pantani era comunque il più forte di tutti e ingiustamente (termine che può avere un senso nel discorso generale… incredibile!) fermato dai potenti.
È giusto pensare che in un mondo di fantasia (il ciclismo degli anni ’90-2000) reggono gli stessi parametri valoriali del mondo normale? Il corpo dice 40 di ematocrito, se via doping vai a 50 e vinci, non sei paragonabile. Ma se tutti sono chimicamente a 50, il tuo valore resta integro e classificabile?
In senso stretto (ed etico) questo discorso non ha senso: aver raggiunto un traguardo grazie a qualcosa di oltreumano non è un’attività sportiva.
Eppure, sia pure per la sola logica, le vittorie di Pantani restano inattacabili.Sono in confusione, non so aggiungere altro.
Purtroppo il ricordo resterà per sempre macchiato, anche se il panno era già lercio.

Bettini non va allo stadio

Non mi voglio per forza maestra lamentare del vecchiume italico, ma anche la conduzione di una squadra nazionale di ciclismo mi ci fa pensare. La squadra ieri era da metà classifica, non aveva campioni alla Contador né specialisti alla Gilbert eppure ha guidato la corsa come ha sempre fatto l’Italia negli ultimi 15 anni di Mondiale.

Con una squadra media come la nostra, era quasi ovvio che il fuoriclasse avrebbe vinto poggiandosi sulla nostra fatica, e così è stato. Cosa ci è mancato? L’attimo di follia giovane che la squadra di metà classifica deve avere (e che nel calcio, come in tutti gli altri sporti italiani, nessuno ha): impostare una prima soluzione non su Nibali, marcatissimo e non adatto al finale, ma su Moser, capace di scompaginare tutto mandando all’aria qualsiasi marcatura. Bettini non l’ha fatto e forse non l’avrebbe fatto nessuno, imperniando sull’unico capitano d’esperienza una gara persa in partenza.

In Italia queste cose difficilmente avvengono e se le fa il Milan, che propone El Shaarawy uomo-faro dell’intera squadra, allo stadio non ci va più nessuno.

Neanche Bettini.

Il nostro modello è in crisi. Londra ci farà svegliare?

Riemergo dal divano olimpico per sputare fuori una sentenza: lo sport italiano è in crisi. 
Miracolose le medaglie passate e future in questa Olimpiade o frutto di eccellenze che tutti i paesi bene o male hanno in qualche disciplina.
Per creare un’azienda efficiente bisogna investire molto, in strutture e personale. Nel risparmio spesso si creano inefficienze. Questa legge è così chiara che vale per tutto. Nello sport italiano abbiamo proprio questo problema.
Abbiamo buoni giovani, potenziali campioni, e grandi tradizioni. A chiudere il cerchio serve la gestione moderna dell’atleta, un investimento secco, forte, in strutture da mettere a disposizione, metodi per l’aggiornamento costante, diagnostica per la parametrizzazione di tutti i fattori, continue occasioni per il benchmarking e l’analisi comparata.
Domanda: quante volte un nostro judoka è andato in Giappone per partecipare ad un torneo locale? Un nostro allenatore è andato mai in Cina per fare uno stage di lavoro pagato dalla federazione? Perché non diamo la possibilità a Lodde e ai suoi allenatori di gareggiare più spesso contro Hancock nelle gare che fa in Nebraska?
Alcune volte forse ci è capitato (ricordo rapidi stage americani per nuotatori e velocisti dell’atletica) ma siamo ancora profondamente attaccati al nostro vecchio modello che si basava su due capisaldi: la tradizione che fa scuola e la contestualizzazione del campione straniero.
Per 30 anni abbiamo portato a casa i riferimenti e, studiandoli a fondo nel nostro contesto, abbiamo acquisito (oltre a dare ovviamente) know how fondamentale per creare il campione nostrano.
Penso ad esempio a quello che erano i campionati di pallavolo, pallanuoto, per l’Europa basket e calcio fino a 10 anni fa. Portavamo a giocare nel nostro paese i migliori atleti avendo di conseguenza grandi nazionali in questi sport. Oggi si va in Inghilterra per il calcio, in Russia per il volley e addirittura in Serbia e Ungheria per la pallanuoto.
L’altro nostro fiore all’occhiello era la storia sportiva legata ai territori. Contest di scherma, ciclismo, tiro, lotta, hanno punteggiato le piccole storie delle comunità locali e hanno portato alla luce i migliori talenti italiani. Oggi tanti di quei tornei addirittura familiari in alcuni casi, in altri con atleti internazionali attirati dal Belpaese, non ci sono più e manca lo scouting di base per beccare il campione potenziale.
Un modello è terminato perché non abbiamo più soldi pubblici e privati da distribuire al territorio per la costruzione di una squadra forte o per l’organizzazione di un torneo.
Quale sarà il futuro? Mi ributto sul divano per il momento.