La fucillata di Goodwood

Adesso, sono partito vai che vado bene cazzarola se mi prendono, sono solo duecento metri e dai con questi pedali Giuseppe che qua finisce subito e sei campione dai non ti stancare proprio adesso non mi fare lo scherzetto che va a finire che dai va a finire che ti mancano le forze acido lattico latte di che oggi vado cazzo se vado vai dai ma chi me lo ha fatto fare sono pochi metri eppure si sente dai si sente la stanchezza di tutta sta corsa ma è troppo lunga dai troppo pesante per tutti e per me dai non ce la faccio sì ce la faccio che fanno si staccano vai vai dai Giuseppe che si staccano non vedi che non rispondono vogliono cercano ma non ce la fanno vai che sei il migliore ma chi ti batte chi ti batte dai vanno sempre più indietro basta resistere mantenere la velocità dai picchia su sti pedali non ti fermare dai Giuseppe vai che si staccano sempre di più non ci credono più ci credono ancora vai che non ti prendono dai che guarda il traguardo sta lì è vicino vicinissimo sempre più vicino vedo quasi la linea e vedo la gente ferma che aspetta i fotografi dai che stavolta ti fanno un bell’articolo con le foto dai tu con le braccia alzate che vinci con la maglia azzurra dai Giuseppe non mi tradire adesso le ginocchia bene i polpacci bene e le caviglie sono tirate dai Giuseppe che batti pure moser quello mi sta sul si è fatto da parte e sono stato più tranquillo dai così che stavolta vinci tu sì mancano cinquanta metri e che ci vuole loro resistono ma non guadagnano dai Giuseppe che non guadagnano dai ancora uno sforzo eccoli non ce la fanno dai vai non rispondono si arrendono dai si giocano il secondo sono primo dai altri dieci metri che si giocano il secondo altri 5 metri che non giocano più i polpacci restano fermi ma servono solo le gambe e i quadricipiti resistono dai vai due metri vai Giuseppe dai che solo due metri ah ho vintolo dai ho vinto che bello dai un mentro ho vinto dai ……………………………………………………………………………

Ho vinto, sì beh tutto sommato, c’è da dire che, in effetti, va bene anche così. Dai, va bene.

Gli ultimi giorni di Marco Pantani di Philippe Brunel


Marco Pantani, il ciclista noto anche alle pensionate di Voghera, che esce fuori dal libro di Philippe Brunel “Gli ultimi giorni di Marco Pantani” è un’icona straziante dei nostri tempi che maciullano i talenti e assopiscono le voglie per scopi esistenziali inutili ma di facciata, come l’auto potente sempre un km all’ora più veloce, la donna al proprio fianco più sensuale, sempre un centimetro quadrato in più di corpo siliconato, la seratina sballata, per ridursi a fantasmatico visitatore di una realtà che non si capisce bene perché non è accettata per quello che mestamente propone.

Pantani era un ragazzino mai al centro delle attenzioni degli altri; le ragazze lo guardavano con profumata indifferenza, gli amici lo tenevano appresso per pigrizia, la madre e il padre lo conoscevano senza caprine in fondo l’immaginazione. Poi ad un tratto diventa il migliore ciclista del pianeta e il mondo inizia a guardarlo fisso, senza staccargli i terribili occhi di chi chiede.

Ma Pantani dà, senza risparmio. Adesso che qualcuno aspetta che Pantani Marco respiri per applaudirlo, il Pantani Marco si concede in tutto, corpo e pensiero.

Dà tanto, troppo, tutto. Qualcuno decide che basta così. Giunge il tempo di fluttuare sulle corde della mediatica esistenza-inesistenza. Essere l’unico gallo del pollaio spettacolar-sportivo alla fine stanca lo spettatore-tifoso. E questo non deve mai accadere. Altrimenti poi l’audience.

Possono essere state le scommesse illegali, le analisi del sangue fasulle, i reclami del patron della Mapei, gli americani che vogliono far esplodere Armstrong senza ostacoli tra le ruote, gli organizzatori del Giro d’Italia che vogliono dare un freno al doping necessario, ma di fondo c’è la volontà che è nello sport contemporaneo di far apparire stelle dal tragitto veloce, con un ciclo di vita mediale breve ma intenso, che sappiano carpire nel giro di cinque anni gli animi sempre vogliosi d’altro di spettatori fiacchi e distratti.

Tutto questo è accaduto a tanti ed è successo a Pantani. Quasi tutti hanno compreso la fondamentale tempistica del: “Non è più il mio momento”, e sono tornati nella cuccia dell’autografo per pochi intimi, Pantani non ha voluto farlo e di fronte alla incapibile realtà del biz quotidiano, ha aggredito l’unica persona con cui poteva prendersela: se stesso.

La droga è l’aculturale spia di una stanchezza d’interessi e piaceri. Dopo Madonna di Campiglio, Pantani, che viveva solo di vittorie per mostrarsi migliore per sé e per gli altri, poteva vivere qualche altro anno solo attraverso di essa. Come ha fatto, violentando un corpo costruito per la corsa in bicicletta.

Fino a morirne, non semplicemente suicidato, ma assassinato da un mostruoso altro da sé, che in quantità sempre maggiori si possono vedere, magari uscendo stasera, vagare lemmi e farfuglianti nei pressi delle discoteche di mezza Italia.

Il libro di Philippe Brunel è una stilettata profonda nel cuore del lettore. Fa un male cane vedere come è lo sport crudele, il ciclismo balbettante, le nuove generazioni non appassionate, l’Italia gretta e vigliacca, il senso di famiglia irritato, i media irrispettosi e noi distratti e ignoranti di fronte ad un uomo che, anche se nel silenzio dei cazzi suoi, gridava aiuto.

All’ultima pagina si pensa per qualche minuto ai tanti pomeriggi del Pantani show, con la malinconia dell’attimo che riusciamo a spegnere subito per borbottare contro la benzina che costa troppo.