Il calcio è coi pentagoni bianconeri. Riflessioni in lettura di Maglie della Serie A

 

Le_Maglie_della_Serie_A_Giorgio_WelterLeggevo il libro di Giorgio Welter “Le Maglie della Serie A” (Codice Atlantico Editore) in bus e alzando lo sguardo fuori dal finestrino mi sono accorto di un 6×3 con Higuain che promuoveva la Vodafone e una tariffa speciale per Napoli.
Per un caso di sinapsi involontaria ho connesso i due momenti e vi ho trovato una traccia critica.
Primo momento: ma quanto erano affascinanti nella loro minimal soul le maglie degli anni ’60 e ’70? I colori erano decisi, saturi, penetranti per gli occhi di chi vuole tifare o semplicemente riconoscere.
Mentre scrivo, sto vedendo Diretta gol serie B e riconosco soltanto le squadre che giocano in casa. Juve Stabia, Ternana, Palermo e le altre hanno una maglia bianca assolutamente insulsa, piena di scritte e marchietti inutili, oltre che invisibili. Anche per gli sponsor queste nuove maglie sono controproducenti. Vuoi mettere una maglia pulita di orpelli con il tuo marchio in vista. Emerge con una forza visiva totalmente diversa.
Secondo momento (composito): Higuain sul manifesto ha in mano un pallone coi pentagoni bianconeri, sul web ricordo di un banner che promuoveva una vacanza di calcio per bimbi e il pallone era coi pentagoni bianconeri, su Facebook un’azienda (non ricordo quale) voleva comunicare una sponsorizzazione calcistica e ricordo nitidamente un pallone coi pentagoni bianconeri nel visual, Betclick in tv fa palleggiare un tipo con un codino retrò con un pallone a pentagoni bianconeri (quattro indizi fanno più di una prova).
Il calcio per i creativi (e quindi per tutti noi, gente che compra) è quello semplice del pallone coi pentagoni bianconeri.
Questo vuol dire tante cose, ma la più importante è che il marketing sportivo e le strategie aziendali in generale hanno cercato di creare un’immagine del calcio in parte lontana da quella che i consumatori riconoscono. Scelta legittima, tutti fanno restyling. Ma se dopo più di trent’anni di maglie multicolor, palloni stravaganti e volontà di costruire l’atleta-fotomodello anche in serie D siamo ancora ai palloni coi pentagoni e alla nostalgia per i colori decisi delle maglie anni ’70 un motivo ci deve essere.
Perché il calcio pensa che sia così poco appeal il suo passato, mentre tutti gli altri sport (quelli “americani” in primis) riescono ad usare il passato in modo intelligente?
Parlando del libro, come accennavo, gli occhi hanno fatto un gran bel viaggio, fra colori, tinte e storie. Welter ha fatto un ottimo lavoro di archivio creando per ogni squadra che ha partecipato almeno una volta alla serie A un percorso sicuramente esaustivo e molto coinvolgente.
Un libro da leggere con il pantone fra le mani, per capire finalmente qual è il colore sociale della propria squadra del cuore.

Riflessioni sul servizio di Beppe Viola su Rivera

Rivera_Beppe_ViolaStamattina mi sono svegliato tramortito dai lipidi natalizi e mi è soggiunta la voce carezzevole e sapida di Beppe Viola. Era il famosissimo servizio su e con Rivera che prendeva il tram.
Appena finito, con De Zan che mi faceva gli auguri per il Natale 1978 (mi raccomando Rai, non eliminare mai queste parti che sono le più surreali e, non so perché, poetiche) ho pensato ad un possibile servizio del genere oggi, su un campione che sta per lasciare e viene accompagnato da un giornalista attraverso la sua città e la sua storia.
A me non piace sparare su tutto quello che oggi c’è, ma una cosa del genere purtroppo non è assolutamente possibile. Per troppi motivi che vanno anche al di là della sempre meno indispensabile “macchina organizzativa” (oggi serve molto meno rispetto a ieri, basta una telecamera discreta e tutti potrebbero fare il loro beppeviolismo).
Il primo grande problema è cosa direbbe un campione di oggi sulla sua carriera. Durante l’intervista, Rivera non brilla in grandi elucubrazioni. Dice quello che direbbe un terzino qualsiasi con una differenza: lui ha mosso un Paese. Il riverismo è arrivato in Parlamento, ne hanno parlato gli intellettuali. I 6 minuti sono stato caso nazionale. Lasciamo stare se è una deriva populistica che magari ha aperto all’inutilismo caciaresco di oggi, ma quello che lui aveva da dire in quel momento del servizio sulla sua carriera da calciatore era davvero importante. Faceva storia, nel suo piccolo ma la faceva.
Prendiamo un Totti o un Del Piero e intervistiamoli (oppure facciamoci un libro). Cosa ci dicono? Ci parlano della loro carriera. Perfetto. Ma sul campo, quello che Totti e Del Piero hanno fatto ha mosso un Paese come per Rivera, Mazzola o Picchi?
Il riverismo era scelta di campo “ideologica” che includeva un approccio di vita. Sembra un’esagerazione ma è così. Il riveriano non amava semplicemente la classe di un calciatore, ma si schierava con lui per la propagazione di principi generali: la voglia di proporsi attraverso i propri talenti in primo luogo. Non è solo una riflessione calcistica, è uno stile di vita. Gli antiriveriani invece propendevano per valori molto più tradizionalisti, immaginando che l’italiano fosse un semplice portato storico a cui adeguarsi. Combattere contro la nostra natura costruita dalla Storia era un peccato gravissimo. Una sfida persa in partenza.
Ad un certo punto del servizio parla Brera e ne fa un discorso prettamente sociologico, citando la borghesia, le appartenenza sociostoriche, le tare razziali. E’ il solito Brera d’accordo, ma crea intorno ad un calciatore un’analisi di cui il calcio è un tassello parziale. Si parla di un uomo e di quello che ha creato e si è creato intorno a sé. E come una nazione si è mossa con lui. Una cosa che prima succedeva soltanto ai re (gli artisti o parlavano ai ricchi o ad altri artisti. Per il popolo non servivano a niente).
Possiamo parlare dell’evoluzione sociologica di Totti e Del Piero? Purtroppo no. E non per loro mancanze, anche Rivera e gli altri hanno semplicemente giocato a calcio. Quello che manca è la capacità dei calciatori contemporanei di dire e fare (soprattutto fare sul campo) qualcosa di pregnante per una o più persone. Un passaggio di Rivera era un atto di accusa contro il conformismo del “tengo famiglia” italiano. Questo diceva Del Buono nel servizio. Oggi nessun campione ci fa nemmeno immaginare la proiezione sociale di un suo atto. Tutto vive e vegeta in quei 90 minuti. Niente esce fuori, tutto è autoreferenziale e poco interessante.
Tornerà un calciatore che saprà farci dire cose nuove anche su di noi grazie ad un suo tiro al volo?

La prima volta – Letteratura calcio

Lettratura Calcio
Letteratura Calcio
Liverpool Juventus – Letteratura Calcio

Questa cosa della nostalgia tenaglia mi ha preso la mano e ho pensato a 100 altri modi di… parlare di calciofilia acuta. Se nel post precedente ricordo i Mondiali dei 14 anni (il Mondiale che il calciofilo ricorda come quello dell’abbandonante passione e totalizzante agonia), mi è venuto alla mente un altro “Noi che”, secondo me (di questo inciso non ero convinto, ma non si sa mai che questo post lo legga una persona normale ), fondamentale.
Qual è, scavando nella memoria verace e non ricostruendo per racconto altrui, il primissimo ricordo di calcio che vi sovviene?
Vi dico il mio così abbiamo un punto di partenza: penso di ricordare me nel passeggino davanti ad un piccolo tv a colori con un centinaio di persone alle spalle l’11 luglio 1982, giorno del mio secondo compleanno e della finale mondiale. Questo è un flash ricostruito. Decine di persone in questi anni mi hanno parlato di me nel passeggino nel bar di Gaiano (il mio paese) in prima fila durante Italia-Germania, così mi sono convinto di avere quell’immagine in testa. Ma non è così. Purtroppo quello non é un mio vero ricordo e mi dà molto fastidio. Non solo perché sarebbe stato bello aprire l’album con la vittoria mondiale ma soprattutto perché, se scavo fino in fondo, il primissimo ricordo che ho di un prato verde riguarda la sera di Juventus-Liverpool all’Heysel. Ricordo la voglia di vedere quella partita che non iniziava mai e il prato verdissimo dove scorrazzavano un po’ tutti tranne i calciatori. Ad un certo punto mio papà mi fa: “Jvan, vatten’ a dorm’ ca riman aja ì a scol” (“Jvan, vai a dormire che domani c’è scuola”, per chi non conosce il gaianese). Quella è la mia prima immagine di calcio, sicuramente non è un granché ma con il conscio ci puoi fare poco.
Le due successive sono del Mondiale 1986, con me sul divano che piangevo per l’Italia eliminata dalla Francia (mia mamma dovette farmi la camomilla), e il palo di Julio Cesar che eliminò il Brasile ai quarti contro la Francia. Ovviamente adesso voglio sapere il vostro.

Muhammad Ali. Storia di una rivoluzione di Andrea Bacci

Ultimamente ho letto molta boxe. Colpa di Dario Torromero e Andrea Bacci, due scrittori diversi. Torromeo fa narrativa di prima mano, con le vicende viste, ascoltate e raccontate mentre accadevano. Il suo è un volare tra le memorie farcendo tutto di competenze e occhio.
Bacci invece è storiografo eccezionale, capace di mixare fonti primarie e secondarie e accordarle in un racconto trascinante. Il suo è scavo profondo, alla ricerca dell’oro e della verità.
Il buon Bacci mi aveva già rubato una settimana di sonno in pullman con Essere Myke Tyson, ma questa volta ha esagerato, facendomi perdere la fermata deputata alla mia discesa mattutina per colpa di “Muhammad Ali. Storia di una rivoluzione”. Il sottotitolo dice molto: Leggenda e storiografia del più grande.La storia di Ali è una nebulosa inestricabile. Si mischiano politica, sport, show business, dolore, accordi, mafie, pugni veri, soldi, religione, nuove metodologie di approccio allo sport in quanto disciplina e in quanto spettacolo.Come riuscire a districarsi è l’appello più che la premessa che Bacci fa ad inizio libro.
Con la pagina successiva si inizia a ballare: dati di cronaca, parole altrui, riprese giornalistiche, citazioni, ricordi, disamine tecniche, analisi psicologica, rivelazioni, indagine al limite del poliziesco.
Balla Ali e balla Bacci, è un fiume, non puoi pensare di mettere argini di valutazione e impostazione critica, devi lascarti trascinare, collegare le tante vicende e imprese, guardando tutto da punti di vista completamente destrutturati. Mai scegliere un metodo: sarebbe la decadente scelta dell’aneddotaro. Il metodo te lo impone Ali, con la sua intricatissima vicenda personale, pubblica e per i posteri, perché anche se ancora vivo è già storiograficamente notevole e pienamente influente sul suo tempo e il futuro che viviamo.
Bacci è perfetto nel fluire, nel navigare: se il web è ipertestualità, questi libri sono il 2.0 del biografismo: mai sviluppi statici, solo le interconnessioni tengono viva la lettura e lo stile.
Molto su Andrea ho detto nella recensione su Tyson. Inutile ripetersi. Adesso però ho una domanda per Andrea, di cui ho letto che questo è il suo capolavoro (io dico insieme a Tyson, anche quello è stato libro coinvolgente e scritto con stile forse ancora più nuovo): come pensare di fare un passo avanti dopo il più grande? Buttarsi nelle microstorie scegliendo i parallelismi con la Storia dello sport e non solo oppure cercare strade parallele a questa autostrada a 5 corsie che hai messo giù con un libro veloce e potente come pochi altri?