"1982" di Furio Zara

Ma perché quell’estate e quel mondiale del 1982 è un punto di partenza, un parametro, un termine di paragone? Tutti i viventi dai 6 anni in su, prendono quell’estate come riferimento a partire dal quale tutto è stato diverso, ogni cosa è cambiata. Chi allora aveva i capelli e dal 12 luglio li ha iniziati a perdere, chi aveva i figli piccoli da portare al mare e adesso i nipoti da sedare per l’iperattivismo, chi mangiava a sbafo senza mettere un filo di grasso e dal giorno dopo ha visto spegnersi irrimediabilmente quel perfetto metabolismo invidiato da tutti.
Il 1982 è l’anno dell’Italia, lo dicono addirittura i numeri macroeconomici, in salita da quell’anno in poi. Ma è l’anno dell’Italia soprattutto perché abbiamo vinto il mondiale di calcio, quello di Zoff e i guanti puliti, di Pertini che voleva vincere a scopone, se ne fotteva delle telecamere, di Bearzot molto simile al Prandelli europeo (con la differenza che ancora oggi c’è chi dice che Bearzot era un imbriagon incompetente con un culo grande così), di Bergomi 18enne con la faccia più anziana di oggi, di Collovati che nascose tutti i centravanti avversari mentre adesso nasconde la competenza dimostrata quell’estate dietro la voglia di protagonismo attira-sponsor, di Scirea, morbido come nemmeno Beck, di Gentile che aveva la forza di Chiellini senza il suo essere scoordinato, di Cabrini e Conti, i due migliori del mondiale, campioni mai troppo considerati per quello che hanno fatto vedere nella loro carriera, di un Oriali impressionante, capace di fare il Gattuso venti anni prima di Gattuso, di Antognoni, sfortunato ma bello (e per questo adorabile), di Ciccio Graziani, ad avercelo un attaccante che creava quegli spazi, di Paolo Rossi memorabile solo per quei 6 gol, il resto è normale amministrazione con condanna acclusa.
Questa lunga lista, i ricordi ricordati di tutti e tante altre suggestioni vengono fuori a getto continuo dal libro “1982. Un’estate, una promessa di felicità. Storia in due tempi e un intervallo” di Furio Zara, che non si riesce a capire perché non ce la fa a scrivere un libro piatto, aneddotistico, cerimoniale, senza verve.
Il libro di Zara riesce a rispondere alla domanda iniziale attraverso le storie di quel mondiale e che da quel mondiale sono continuate per giungere fino ad oggi. Zara non ha solo scritto un racconto fatto di epos con cui noi tutti colleghiamo link mentali molto differenti, ma ha disteso un percorso ricchissimo di panorami da ammirare, un tunnel di ricordi e cronaca che ti accompagna dove tu vuoi.
Il titolo dice molto. Una promessa di felicità. Quello è stato quell’anno magico. Mantenuta? Ritorniamo all’incipit. Quello che ci resta di più non è mai raggiungere uno status, un modello, un sogno, ma semplicemente il pensarlo, il percorrere la strada. Il 1982 ha fatto una promessa agli italiani, nessuno escluso. E per pegno ci ha dato un Mondiale di calcio entusiasmante. Quello è stato il momento in cui la strada è stata segnata, il sogno mostrato. Poi l’aver raggiunto o no il sogno, non può mai far nascere la stessa felicità.

Diretta Letteraturasportiva – Colonia-Bayern Monaco

Sabato scorso, per la partita Colonia-Bayern Monaco, ho pensato ad una diretta della partita un po’ particolare. Raccontare la partita al modo di Letteraturasportiva, partendo dal calcio per vedere dove ci portano le sensazioni di una partita. Vi riporto quello che è successo:

-10′ Colonia-Bayern Monaco: tra le probabili formazioni c’è anche Alaba, figlio di un musicista nigeriano. Il primo link che mi viene in mente riguarda L’età dell’oro, balletto del 1930 di Sostakovic in cui una squadra di calcio cerca di rimanere “sovietica” anche in un contesto e di fronte a tentazioni borghesi. Nella foto in basso le scenografie sono suprematiste e spettacolari.

Inizio Colonia-Bayern Monaco. E’ l’ultima di Podolski con la maglia del Colonia. Si sente la stessa tristezza di quando andò via il baffo sveglio di Klaus Allofs.
10′ Colonia-Bayern Monaco 0-0: Schermaglie senza grande costrutto. Il Leverkusen intanto ha segnato con Kiessling. A me il centravanti sgraziato ma efficace fa impazzire. Per questo posto un video dove il papà di tutti quelli come Kiessling fa furore:
23′ Colonia-Bayern Monaco 0-0: Ormai nemmeno in Germania ci sono più quei mediani tutto lavoro che hanno esaltato la nazionale. Forse l’ultimo è stato lui, fondamentale per la vittoria di Euro 1996:
32′ Colonia-Bayern Monaco 0-0: Podolski continua a sbagliare il tiro. Ha un tiro così pulito che credo sia il caso riprendere una frase di Vladimir Horowitz (altro russo, oggi è il loro giorno): “Io mi assumo dei rischi terribili. Perché il mio modo di suonare è molto chiaro, quando faccio un errore si sente”.
39′ Colonia-Bayern Monaco 0-1: Gol di Muller. E l’altro sapeva sfruttare abbastanza bene proprio i cross dalla destra (vedi primo gol, 61° della carriera con la Germania Ovest):
45′ Colonia-Bayern Monaco 0-1: Contento sta giocando molto bene. E mentre il padre decideva di chiamare il figlio Diego Armando in onore di Maradona, un altro italo-tedesco metteva paura a tutti i partenopei.
Intervallo Colonia-Bayern Monaco 0-1: Il presidente del Colonia è il grande Wolfgango e sembra troppo facile avvicinarlo all’altro Wolfgango. Ma se vi passa per la testa di guardare le sue azioni su questa musica ci troverete di sicuro delle assonanze pazzesche. Provate con la K467:
Intervallo Colonia-Bayern Monaco 0-1: Ero al cesso e riflettevo. Ma quando tocca palla Robben non sembra uno di quei quadri densi e puliti di Krieghoff?
Qui la diretta si è interrotta. D’altronde era un esperimento e 48′ sono bastati. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate.

"Pablito Mon Amour" di Davide Golin

L’amore per i miti d’infanzia è come le aziende (e il marketing ce lo spiega benissimo). La fase di start up è quella più affascinante, si scopre il mondo del nostro uomo (o donna, per quelli che sono già un passo più avanti) e si pesca a piene mani nei nostri desideri primordiali, che si sintetizzano in: “Vorrei diventare come lui”. La fase di ascesa poi tocca l’acme quando, da ragazzini, abbiamo esperienza in qualche modo del nostro mito; lo incontriamo per strada, guardiamo una sua performance e pensiamo che la stia realizzando per noi, litighiamo con qualche compagno di banco perché lui tiene per l’avversario diretto. Questa è la fase del matrimonio con il proprio mito, sincero e indimenticabile per il resto della vita. Arriva poi una fase di stabile maturità nei rapporti con il nostro, ne seguiamo le gesta ma ci rendiamo conto che è troppo anche degli altri per non allontanarsi un po’, e con i 14 anni inizia la fase di declino; lui ormai non gioca più come prima o non fa più gli stessi dischi del suo primo periodo, noi abbiamo conosciuto altri mondi e siamo partiti per altri lidi, iniziamo a pensare di conoscere troppo bene le cose del mondo per essere ancora pazzi di qualcuno.
Il processo completo spesso ce lo raccontiamo, con nostalgico imbarazzo.
Davide Golin, nel suo Pablito Mon amour edito da NoReply Edizioni racconta questa piccola-grande storia che ci accomuna, noi mortali che sogniamo l’immortalità della fama.
Essendo così diffuse, di storie come queste sono piene gli scaffali, ma Golin, grazie alla sua leggerezza vissuta e non immaginata, riesce a dire qualcosa di nuovo. Non so se volutamente, ma lo stille, i richiami al mondo giovanile del periodo e soprattutto il ritmo narrativo della storia personale che si confonde con quella pubblica, richiama tantissimo un libro che del genere potremmo dire ormai (a loro insaputa, magari) è un riferimento, “Juve, Inter, Milan? Meglio il Foggia”, del collettivo Lobanovski, da poco riedito con grande arguzia da Bradipolibri.
Come il libro del collettivo foggiano, i rimbalzi della storia tra Golin e Paolo Rossi parlano di molte cose: un luogo che viene scoperto, insieme ad una nazione, una realtà che viene vissuta, senza le remore da videogioco di cui oggi i ragazzini sono pieni, una storia d’amore vera e propria, perché pensare e palpitare per qualcuno/qualcosa è amore, per fortuna.
Una cosa che Golin sa fare perfettamente è usare i sentimenti. Non si abbandona all’ode dei tempi passati, quando i giovani “incanalavano il loro furore verso il meglio”, ma parla della sua storia con gli occhi di oggi, di quello che è diventato e siamo diventati, senza dirci in continuazione: “Eh prima… era tutta un’altra cosa”.
Quello che lui ha vissuto con Paolo Rossi lo sta vivendo qualcuno oggi per Pato e Cavani, e la faccia da neonato di Pablito rispetto a quelle robotizzate degli altri due non sottintende per forza un sentimento più vero e puro.
Da leggere e ricordare i passi della storia personale trafitti da stralci di interviste e articoli, un bel modo per mischiare saggio e romanzo, senza far disperdere il filo narrativo.

"La corsa del secolo" di Paolo Colombo e Gioachino Lanotte

Come scusa, prima di iniziare a digitarne, vorrei accampare quella ormai classica di Troisi (che è scritta anche sui muri delle librerie Feltrinelli e non mi sembra una gran pubblicità se di mestiere vendi libri): “Loro sono tanti a scrivere, solo io a leggere”. È per questo che è storia di questa settimana la lettura di “La corsa del secolo”, scritto da Paolo Colombo e Giachino Lanotte.
Ne parlo anche se sono fuori stagione, fuori tema e fuori occasione (doveva essere un istant book sui 100 del Giro, ma per fortuna è di più).
Il libro è un excursus sulla storia delle Italie che hanno fatto da sfondo e sostanza alla corsa dei ciclisti. L’alba è vicenda di coraggio e passione, come scritta molte volte, spesso senza questa pulizia documentale. Il bello viene coi campioni, la cui traccia non appesantisce lo scorrere delle pagine. Su Bartali-Coppi restiamo un po’ di più rispetto ai vari Girardengo, Guerra, Binda, ma quello che sono stati per tutti (braccianti lucani inclusi) lo merita. Scivola un po’ via veloce il testo dagli anni ’60 in poi, come a sottolineare una distanza tra quello che è stato un ciclismo non visto e per questo santificato, rispetto ad uno sport che è entrato “nelle case degli italiani” (le virgolette vogliono dire frase fatta e perdita del mistero).
L’analisi storiografica ha una base metodologica ben spiegata anche dagli autori nella prefazione e seguita in alcuni punti del testo, ma il libro, proprio per le premesse e per gli spunti storiografici che ha offerto doveva essere almeno il doppio in pagine. Ma la paura del peso cartaceo (o dello scroll infinito) oggi fa troppi delitti.