Viaggio intorno al calcio portoghese. Intervista ad Andrea Bacci sul suo libro "Gli occhi tristi della Pantera nera"

Dopo aver letto il libro di Andrea Bacci, “Gli occhi tristi della pantera nera”, ero intenzionato a recensire il libro e la sua coinvolgente storia. Ma parlarne mi sembrava limitante perché troppe cose nascondeva il libro che l’autore poteva tirare fuori. Per questo motivo ho contatto Andrea Bacci e l’ho intervistato su calcio, Portogallo, letteratura sportiva e altro.

Nonostante i vari Rui Costa, Figo e Cristiano Ronaldo, Eusebio è ancora oggi il vero monumento principe del calcio portoghese. Perché?

Probabilmente perché è stato il primo vero campione che ha calcato i campi di quel paese, il primo che ha trascinato la nazionale lusitana a quel clamoroso successo nel Mondiale inglese. Ma più probabilmente perché la sua è una specie di favola che è diventata realtà, la dimostrazione che anche i sogni, in un’epoca dura come quella portoghese sotto la dittatura, potevano in qualche modo realizzarsi.

Quali furono le ragioni vincenti del calcio portoghese degli anni ’60?

Credo che la ricetta coincida con quella dell’Olanda degli anni Settanta, oppure della Francia nel ’98 e nel 2000: il trovarsi, tutti insieme e nello stesso periodo. Calciatori che venendo pure da territori ed esperienze diverse riuscirono a creare un piccolo miracolo di amalgama e di clamorosi successi. Eusebio, nel nostro caso, rappresentò il classico puntale in cima all’albero di Natale, ma credo che anche senza di lui la squadra portoghese avesse potuto farsi valere: segno evidente è la vittoria della prima Coppa dei Campioni del Benfica, quella vinta senza la pantera nera.

Un viaggio in Portogallo è anche un viaggio in uno stato d’animo. Ti sembra giusta questa espressione?

Ogni paese del mondo ha le sue particolarità umane e civili. Così come il nostro, anche quello portoghese ha il suo. Noi abbiamo pizza e spaghetti, e un po’ di menefreghismo; loro hanno il fado insieme a nostalgia e orgoglio che diventa modo di vivere. Guarda Mourinho…

Il calcio portoghese riflette in parte l’anima portoghese?

Domanda difficile e difficile risposta. Gianni Brera diceva che da noi il catenaccio rappresentava la nostra indole di gente abituata a essere succube degli eventi e mai protagonista; forse nel calcio portoghese è evidente quella eterna condanna a essere incompiuto che magari sarà una delle loro peculiarità sociali.

Potremmo dire che Eusebio è stato il primo campione planetario africano o per te prima degli anni ’60 c’era già stato qualcuno del suo livello (Fontaine ad esempio)?

Fontaine è stato un buon giocatore, sicuramente. Ma non ha certamente segnato una squadra di calcio e una nazione sportiva come è riuscito a fare Eusebio. Per fortuna che oggi, attraverso internet, si riesce a godere della bellezza del gioco di questo straordinario campione: dovessi un giorno incontrare i tre ragazzi americani che hanno fondato Youtube, li abbraccerei come i fratelli maschi che non ho mai avuto!

La generazione dei fenomeni giovanili non è riuscita a vincere nulla, neanche l’Europeo di casa. Perché il calcio portoghese sbaglia sempre le occasioni giuste?

Perché quando ha grandi centrocampisti manca di un portiere e di una punta, quando ha gli attaccanti gli mancano i difensori, quando ha i difensori mancano i fantasisti. Sono degli incompiuti che devono avere forse più umiltà quando giocano insieme, ma sono certo che prima o poi raccoglieranno tutto quello che hanno seminato in questi ultimi quindici anni, e in maniera clamorosa.

Quali sono per te le prospettive del calcio lusitano?

Ottime, direi. Cristiano Ronaldo può essere decisivo per almeno altri sette-otto anni, se non si lascia travolgere dalle donne e dalla bella vita. Se trovano una punta che metta dentro tutto il lavoro del centrocampo fanno bingo, che sia Mourinho ad allenarli o meno.

Il tuo libro è una sorta di racconto di memorie con al centro il grande campione del Benfica. Perché hai pensato di non risolvere il progetto libro con la semplice biografia sportiva?

Perché mi sembrava che il personaggio e la sua storia meritassero un tipo di approccio un po’ diverso e fantasioso, quasi da fumetto. Io non sono un romanziere ma solo un modestissimo saggista dilettante, mi sono cimentato in un campo non mio con umiltà e rispetto, ma credo che sia venuto fuori un buon prodotto, certamente particolare e non da grande pubblico, ma sicuramente non scontato o noioso.

Cosa dà di più al libro questo tipo di approccio narrativo?

La possibilità di attrarre lettori che getterebbero via il libro dopo tre pagine se fosse il classico saggio di un calciatore che ha giocato tot partite e segnato tot gol. La possibilità anche di divertirsi scrivendo e di entrare maggiormente nel discorso anche un po’ in maniera autobiografica.

Cosa pensi della letteratura sportiva italiana?

Che meriterebbe molta più attenzione da parte dei lettori, ora che anche le grandi case editrici, e penso alla Rizzoli o alla Mondadori, hanno deciso di pubblicare storie sportive in maniera continuativa e non casuale. Ci sono tantissimi ragazzi, oltre al sottoscritto, e penso ai Caremani, ai Calzaretta, ai Castellani, ai Bolognini, ai Morelli, e mi scuso con gli altri che adesso mi sfuggono, che meriterebbero anche loro più attenzione dagli editor delle grandi case editrici, così come già succede per i Garlando, gli Audisio e i Perrone. Non che pubblicare per Limina o Bradipolibri sia sconveniente, tutt’altro: però i librai mettono sempre in evidenza i libri di certe case editrici e mancano un po’ di coraggio nel proporne altri. Inoltre sono certo che oltre alla storia del solito calciatore o del solito allenatore di calcio sia bello poter proporre anche storie di sport diversi, magari storie dimenticate: penso ai miei libri sul lottatore Maenza, sul ciclista Panizza e sul pugile Jacopucci.

Da autore molto prolifico quale sei, quali sono i prossimi argomenti che stai pensando di approfondire per un tuo prossimo libro?

Ne ho uno nel cassetto, bellissimo, che per ora ho proposto solo a Limina: trentacinque episodi di successi sportivi, da Eugenio Monti a Lewis Hamilton, raggiunti all’ultimo momento superando difficoltà che parevano insormontabili e risultati ormai già scritti, intitolato “E’ finita si dice alla fine. Storie di vittorie impossibili”. Chi fosse interessato si faccia avanti: costo poco e trovarmi è molto facile…
Corea del Nord a Sudafrica 2010. A presto un dossier sui calciatori che agli ordini di Kim Jong Hun hanno compiuto una grande impresa. Per adesso gli highlights del match e le grandi paure del 93′ e del 94′.

La squadra perfetta di Giancarlo Dotto


Di fronte al libro di Giancarlo Dotto “La squadra perfetta” il critico prende un paio di giorni di riposo assoluto e alimenta le riflessioni a base di capretto. La domanda più pressante che questo striminzito critico si fa in questi giorni di passione è: “Ma le parole usate da Dotto per descrivere una squadra di calcio sono effettivamente denotanti, nel senso le dobbiamo prendere per realmente pensate dall’autore, oppure fanno parte di un gioco fumoso di connotazioni varie a cui l’autore ci vuole indirizzare per poi scappare via, ovvero sono tutte parole che giocano su bilanciamenti metaforici che vanno dall’iperbole, all’eufemismo, dalla metonimia irridente alla sineddoche cervellotica?”
Mi spiego meglio: il Dotto quando usa parole come perfezione, mitologia, unico, forte, mondo, genio lo fa in senso autoevidente, cioè dando a quelle parole il significato puro e semplice che esse hanno per la collettività, oppure è tutto un giro vorticoso di sensi ulteriori che ci parlano sorridendo nel tentativo di impressionarci.
Se quelle parole sono così come le leggiamo, allora Dotto è un anacoreta del razionale, ha ormai abbandonato da tempo i lidi dove si misurano le cose e spara cazzate in aria per ascoltare il rimbombo della ricaduta. E questo libro diventa un Vangelo per stupidi.
Se invece quelle parole sono l’altra faccia di una mitografia da giornale aziendale, allora Dotto rientra nelle fila di chi sa e dice magari velando solo un po’. E questo libro diventa una macchietta fuori luogo.
La squadra di Sacchi è stata una squadra che ha effettivamente portato in Italia un tipo di calcio geometrico e fatto di ritmi veloci, ma non era l’unico esempio a quel tempo (Benfica di Eriksson in primis) e non era una novità (il Feyernoord di Happel del ’70 vinse giocando con fraseggi sostenuti e movimenti senza palla la Coppa dei Campioni).
Ha partecipato a tre Coppe dei Campioni consecutive sporcando di molto il gioco “sacchiano” nelle partite davvero toste contro Stella Rossa, Malines, Bayern Monaco, Benfica e Olympique Marsiglia.
Ha vinto un campionato per differenza fisica più che tattica.
Ha vinto due Coppe Intercontinentali contro squadre sgasate. E il Medellin avrebbe anche meritato la vittoria.
Ha vissuto molto sulla forza tecnica dei singoli, tutti grandi calciatori e adatti a ricoprire diversi ruoli.
Dotto fa di questa squadra una lode che non sappiamo fin quanto filtrata da doveri aziendali.
Allora un tifoso del Bayern Monaco della squadra degli anni ’70 che dovrebbe scrivere?

Un manicomio tra i pali


Il ruolo del portiere è una molecola mai insipiente dell’ingranaggio calcio. Ha poche possibilità di diventare protagonista più o meno quante ne ha di essere inutile: dicotomia irrisolvibile e senza speranza. In un ruolo così “algoritmicamente” complicato si affermano persone di un certo “spessore”, diviene logico, e si mettono in mostra uomini che nella loro inutilità apparente brillano di luce propria. Luigi Guelpa con il libro “Un manicomio tra i pali” della Limina editore ha tirato fuori questo bagliore consistente che differenzia i portieri dagli altri calciatori, questa scintilla particolare che li fa rifulgere. Ed in ogni ritratto di Guelpa si scoprono pensieri, chissà perché, migliaia di chilometri lontani da quelli degli altri calciatori: si capisce perché un colombiano cresciuto tra pallottole e sacchetti bianchi vuole diventare un portiere oltre la geometria dello spazio recintato, si viene a conoscenza che un mercenario combattente di guerre putride ha voglia di scherzare con gli uomini e la loro cattiveria, si comprende il sacrificio di un portiere che si trancia la fronte per vedere l’Italia degli stadi e non quella della pastasciutta, si ammira un tedesco odiato perché figlio di Hitler che fa breccia nelle anime degli inglesi. Tutto ciò accade solo per i portieri e nel libro questo viene fuori perfettamente. Succede al portiere, io credo, perchè è un ruolo “di terra”, né di vento come l’attaccante o di mattoni come il difensore, il portiere si frammischia con la terra, ne diventa parte, la assorbe, la fa propria; una partita è un fatica fatta prima di tutto di fango e solo per un attimo di voli brevissimi e cadenti. E una cosa del genere segna il carattere non è acqua che scivola addosso.