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Pronostici Pallanuoto – Olimpiadi Londra 2012

In due anni siamo passati dalla figuraccia casalinga del mondiale di Roma alla vittoria cinese. Cambiando poco in uomini e moltissimo in motivazioni. Le sfide di World League e le altre partite internazionali hanno confermato che questi alti e bassi sono congeniti in questa fase di costruzione della squadra italiana e arriveremo a Londra dove possiamo fare qualsiasi cosa, bella o brutta che sia.
Le uniche due squadre veramente formate e formose del lotto sono soltanto la Serbia e la Croazia, che battiamo oppure ce le suonano senza un predominio secco.
Per me se le giocano queste tre, con la mina vagante Ungheria, un po’ troppo in fase di ricostruzione pensando al passato per dare i suoi frutti e gli Stati Uniti, che hanno ormai perso l’abbrivio di una pallanuoto fantasioso contro i carrarmati slavi di quattro anni fa. La Spagna fa sicuramente paura ma a lungo termine non dovrebbe reggere, mente le altre sono ottime squadre da girone. In questo casino vincono le collaudate: vince la Serbia.
Tra le donne abbiamo una squadra ancora più indecifrabile e possiamo anche in questo caso aspettarci di tutto. Le avversarie sono Grecia, Russia, USA e Australia. Con spirito combattivo il cuore oltre l’ostacolo, eroine di un paese diventeranno le pallanuotiste greche. E saremo un po’ felici anche noi.

Il senso degli sport di squadra per i Serbi

L’ultimo weekend ha certificato una verità (se nello sport esistono, ovviamente). La Serbia è tra le prime forze sportive al mondo, essendo campione europea di alcuni fra i principali sport di squadra (pallavolo maschile e femminile, pallanuoto maschile e ha perso in casa domenica la finale degli Europei di Pallamano maschile). Quello che mi piacerebbe sapere risponde alla domanda: c’è un motivo per cui i Serbi sono così forti negli sport di squadra?
Io ne ho trovati tre. Il primo riguarda la particolare fisicità degli atleti slavi, in particolari coloro che sono definiti Slavi del Sud (a differenza dei russi e dei “mitteleuropei” come ungheresi e cechi).
La capacità che hanno gli Slavi del Sud di gestire la loro grande potenza fisica abbinandola ad un’elasticità motoria che è rintracciabile sono nei popoli africani è quello che li rende speciali.
Il loro caratteristico forzare lo scontro fisico negli sport di contatto come pallanuoto, pallamano e basket non proviene dall’assicurazione della vittoria nello scontro grazie ad una maggiore potenza fisica assoluta, ma perché sono consci di una potenza che nell’armonia elastica della sua espressione trova la sua caratteristica principale e risulta difficilmente arginabile.
Legato all’espressione di potenza elastica vi è anche il secondo motivo, che è di carattere storico-antropologico. La penisola balcanica ha visto nascere popoli autoctoni, ma soprattutto confluire popoli diversi tra di loro che hanno portato degli elementi molto interessanti: primi fra tutti i romani su assist greco, con la loro volontà di potenza dell’individuo e del gruppo, in secondo luogo i tatari, fisicamente meno prestanti dei popoli europei che hanno fatto della capacità dinamica dell’attacco il loro punto di forza ed infine gli ottomani, coraggiosi e sordi di fronte alle difficoltà. Un po’ di queste caratteristiche sono rimaste nel Dna slavo e si mostrano in tutta la loro freschezza in quelle “battaglie” simulate che sono gli sport moderni.
Il terzo motivo è specificatamente culturale. Il mondo slavo esalta il difensore della patria. (Nevskij, Stefan Nemanja, Bela IV) e pone la difesa dello status quo e dell’etnia come principio politico fondamentale (anche questo ha portato al disastro degli anni ’90). Traslato nello sport questo humus che è del singolo e soprattutto del gruppo crea aggregazioni temporanee che possono portare a due conseguenze: il fallimento su tutti i fronti a causa di lotte interne fra i leader del gruppo oppure la vittoria, grazie ad una coesione che parte dal motto Dio, Patria, Nazione, simboli “parafascisti” di un modello sociale che sa creare grande coesione e comunità d’intenti.
Aspettiamo con grande curiosità i Serbi alle Olimpiadi per vedere come andrà a finire questa volta.

Serbia "La vita è un pallone rotondo" di Vladimir Dimitrijevic – 32 squadre-32 libri

Una delle domande più complicate a cui rispondere (paragonabile solo a qualche problema trigonometrico), sulla quale si sono spente le migliori menti della nostra generazione, è: cosa farà la Jugoslavia prima e la Serbia oggi al Mondiale? Per talento e conoscenza del calcio sarebbe sempre da semifinale, per quella voglia mai assopita di curare il proprio orto di follia, un paio di bastonate nel primo girone non gliele toglie nessuno.
Quest’anno in porta c’è un portiere affidabile e, in giornata sì, straordinario. Carriera iniziata con i bosniaci del Leotar di Trebinje, Vladimir Stojković, oggi è in viaggio tra lo Sporting Lisbona e il resto d’Europa, sprecando non poco la sua esplosività. La difesa può essere impermeabile e svagata, a seconda delle voglie. Al centro si piazzano tre dei migliori centrali in circolazione: Vidic, Ivanovic, Subotic. Sulle fasce ci vanno Lukovic dell’Udinese e Kolarov della Lazio. Tutto dipende dalla difesa a 5 o a 4, che ridefinisce anche i componenti del centrocampo. Stankovic è l’anima e non si tocca. Spesso a fare legna, a quel porcellino d’India di Radomir Antic piace Gojko Kačar più dell’ex Fiorentina Kuzmanovic. Al di là dei centrali, il salto di qualità è nelle mani di tre giocatori che possono sbilanciare il tutto: Nenad Milijaš, insider di professione, capace di sdoppiarsi ed essere presente come pochi. Alla Stella Rossa dominava, al Wolverhampton non sempre è presente a se stesso ed è un vero peccato. Zoran Tošić, che da enfant du pays a Zrenjanin è arrivato al grande Partizan, per poi sedurre Ferguson e il Manchester United. Infine Miloš Krasić, un potenziale campione che fino ad oggi ha fatto vedere meno di quello che vale. Corsa e tecnica su una fascia sinistra che domina nelle giornate di vena. Troppi anni al CSKA Mosca prima di diventare visibile per i grandi club europei. Il reparto più enigmatico è l’attacco: il Koller in gonnella Zigic prometteva più del suo andirivieni Valencia-Santander, Marko Pantelić, principe di Berlino con l’Hertha grazie alla sua astuzia flemmatica, Milan Jovanović, scoppiato all’improvviso allo Standard Liegi dopo anni a non far nulla con lo Shaktar in Ucraina e il Lokomotiv Mosca. Se due di questi tre trovano il periodo giusto di forma, vuoi vedere che la Serbia arriva almeno ai quarti?

Non sono un grande esperto di letteratura balcanica, ma se dovessi immaginarmi uno stile tipico di quei posti, che si ripercuote in altri ambiti culturali, inclusi il calcio (eresia!), “La vita è un pallone rotondo“ di Vladimir Dimitrijevic potrebbe essere un esempio perfetto. Baratri e vette in un solo lungo e solitario fluire, di pensieri e parole, su un tema che è il calcio, ma a pensarci bene la vita, come il titolo suggerisce. Dopo poche pagine la definizione che mi è venuta in testa è “Il più mancino dei tiri serbo”, ma la meraviglia di Berselli, con il passare delle pagine si allontana sempre di più. Memoria e cuore in Berselli diventano orme della Storia e pizzichi di una storia che a tratti si risveglia in un presente che è da vivere, comunque. Dimijtrevic, figlio di un benestante e per questo costretto a scappare in Svizzera e diventare, partendo da commesso di libreria, uno scrittore delle sue vicende, mette insieme pensieri più disparati, meno coerenti. Come se lo scrittore slavo non avesse uno scopo per scrivere, mentre è chiaro il motivo: ricordare per ricordarsi.
Il libretto pubblicato in Italia da Adelphi si muove piano, tra i diversi angoli della vita dello scrittore e il calcio, che da speranza di bambino diviene motore del destino (quando arriva in Svizzera riesce a trovare lavoro e a sopravvivere proprio grazie al pallone). Un grazie per la vita che il calcio gli ha dato, Dimitrijevic glielo doveva. I momenti più belli del libro sono le citazioni dei calciatori jugoslavi degli anni ’40 e ’50, grandi campioni che hanno impostato un modello di calcio seguito negli anni dalle diverse anime balcaniche. Tra i grandi calciatori che lo scrittore cita: Svetislav Glisovic, mito delle parole paterne, riferimento del calcio jugoslavo negli anni ’30, in Svizzera nei ’50, i fratelli Jozo e Frane Matosic, che esordisce nel 1935 nell’Hajduk Spalato, in una partita contro lo Slavija Sarajevo e segna una tripletta. Dopo la decisione di sospensione dell’attività sportiva da parte dei dirigenti dell’Hajduk, nel 1942 Matošić si trasferisce al Bologna, con cui milita in Serie A nella stagione 1942-43, nella quale realizza 13 reti in 28 incontri disputati. Più vicino a noi e vero tuffo al cuore, Dragoslav Sekularac, grande centrocampista offensivo della Stella Rossa degli anni ’60 con cui ha vinto 5 campionati. Dopo la Stella, gira molto, arrivando anche in Colombia, dove gioca con l’Indipendiente di Santa Fé e l’America di Cali. Argento olimpico a Melbourne 1956 al servizio di Veselinovic e Mujic e secondo all’Europeo di Francia ’60, a pensare questa volta per Galic e Jerkovic.

Euro Volley: Girone D, si salvi chi può

L’Italia un po’ all’alba un po’ al tramonto di Anastasi ha pescato un girone tosto come peggio non si poteva. La Bulgaria dei grandi protagonisti del nostro campionato appena qualificata per i Mondiali italiani del 2010 ha come attaccanti: Matej Kazijski, per me il miglior giocatore europeo per classe, potenza, lucidità, gestione delle energie in gara e concretezza per la squadra, Vladimir Nikolov, opposto passato dalle braccia di papà Stoychev per andare a Cuneo e trovarsi così così, Todor Aleksiev, altro martellaccio dalla mano che fa male. Con questi attaccanti, la difesa tende ad essere poco accorta e su questo, solo su questo le altre squadre del girone devono puntare. Anche se il coach Silvano Prandi gli ha già dato un assetto ed una logica difensiva preoccupante per gli altri. Se la Bulgaria fa tanta paura, il girone promette di non ammorbidirsi nemmeno un po’ con la Serbia. Nikola Grbic che non solo non invecchia ma migliora con gli anni, a dirigere i soliti cavalli pazzi: Ivan Miljković, opposto che soffrono tutte le squadre perché è rapido nelle scelte, Andrija Gerić è il solito noto che da centrale equilibra gli attacchi, Novica Bjelica, campione con Piacenza, altro centrale prepotente a muro. Gli attaccanti non sono quelli bulgari ma c’è zio Nikola che sa attivare i martelli (occhio a Saša Starović, che rispetto alle Olimpiadi ha un anno di più). Terzo ostacolo, che rispetto ai primi due sembra una pinzillacchera, la Repubblica Ceca del “gordo” Lebl al centro, David Konecny opposto e Peter Platenik come martello principe. Come arriviamo noi a questo appuntamento continentale? Vermiglio non si ritroverà Martino con cui ha ben giocato a Macerata, i centrali Birarelli-Fortunato sono forse un po’ mosci a muro, per i martelli siamo per l’usato scontato: Cisolla, Savani, Cernic, mentre gli opposti Lasko e Gavotto sono partiti forte in campionato ma a fine anno tiravano il fiato. Libero nuovo: Farina. Tra problemi di usura, poca esperienza e amalgama, in questo girone D che Dio ce la mandi buona.