L’identità nazionale passa attraverso lo sport. Il caso Slovenia di Stefano Lusa

Riprendo da Osservatorio Balcani questo bellissimo articolo di Stefano Lusa sul sentirsi sloveno nel periodo della “patria allargata”. Il giornalista tira in ballo politica, identità e cultura. Ed una parte importante la fa anche lo sport. Buona lettura.

“Negli anni Ottanta in Slovenia la prospettiva del paese cambiò repentinamente. Fino a quel momento era stata orgogliosamente ancorata alla Jugoslavia ed ai Balcani. Lubiana del resto non aveva avuto alternative.

Per Taras Kermauner, un vecchio scrittore non organico al regime, gli sloveni per sopravvivere dal punto di vista nazionale avevano dovuto voltare le spalle all’Europa. Scegliendo la propria sovranità erano andati contro il centroeuropa e avevano guardato ad Oriente: alla Russia prima e alla Jugoslavia poi. Così si erano “deeuropeizzati”, ma avevano sfruttato la Jugoslavia per emanciparsi.

La tagliente valutazione era stata fatta nel 1985, nel corso di un incontro segreto tra intellettuali sloveni e serbi che il regime avrebbe potuto definire della “destra borghese”. Tra di essi c’era anche Dobrica Ćosić. Si trattava di uno degli esponenti più in vista dell’Accademia delle scienze serba, che aveva già iniziato la riflessione sulla “triste” sorte dei serbi in Jugoslavia.
Le aspettative di allora, le delusioni, ma anche vent’anni di cambiamenti.

In quel periodo gli sloveni, però, si stavano sempre più rapidamente allontanando dai Balcani e cercavano di aggrapparsi a qualcos’altro. Nella repubblica, oramai, gli scrittori, che si consideravano i veri e propri custodi della nazione, stavano riflettendo sulla “dolce morte” del popolo sloveno ed in generale di tutto il centroeuropa. Non era altro che la prosecuzione del dibattito scatenato da Milan Kundera con le sue teorie sulla sparizione dell’Europa di mezzo.

Le chiacchiere da salotto, però, si collocavano in un mutato contesto sociale. In Slovenia, come in tutto il resto della federazione, la crisi economica si era fatta pesantemente sentire. Gli sloveni, vista la posizione geografica della repubblica, potevano meglio di altri paragonare lo standard di vita jugoslavo a quello del “decadente” occidente. Gli scaffali vuoti dei negozi della federazione si contrapponevano a quelli pieni di ogni ben di Dio di Trieste o Klagenfurt.

Nel paese erano, poi, successe altre cose. Lubiana stava riscoprendo Jože Plečnik. L’architetto aveva ridisegnato in chiave post-moderna la capitale ed aveva lasciato la sua impronta anche su Praga. Sino a quel momento il suo lavoro era stato considerato decadente. Ora, invece, si cominciavano a tirare paragoni tra le due città, che facevano parte di un mondo che era stato comune nel periodo austro-ungarico.

Riavvicinarsi alla Mitteleuropa voleva dire anche allontanarsi dai Balcani. Gli sloveni, del resto, parevano alquanto infastiditi dall’afflusso di lavoratori provenienti dalle altre repubbliche jugoslave. Quegli immigrati erano considerate persone senza cultura e portatori di valori diversi da quelli sloveni. Parlavano un’altra lingua (il serbocroato) e si pensava non avessero per nulla intenzione di imparare lo sloveno e di adattarsi allo stile di vita della repubblica. Per certi versi erano visti come uno strumento per “jugoslavizzare” la Slovenia.

I “fratelli del sud”, come venivano chiamati sprezzantemente, però, rappresentavano una minaccia effimera. In realtà si trattava di operai scarsamente specializzati, che andavano a svolgere mansioni che gli sloveni non volevano più fare. Trovavano lavoro in qualche catena di montaggio o nell’edilizia.

L’aumento dell’uso pubblico del serbocroato fece preoccupare molto gli sloveni. La leadership politica, infatti, sin dall’inizio degli anni ottanta precisò che in Slovenia l’unica lingua ufficiale era lo sloveno e che non era ipotizzabile istituzionalizzare qualsivoglia forma di bilinguismo.

Non poche critiche, infatti, erano piovute all’indirizzo della televisione pubblica, che a volte non provvedeva a sottotitolare dichiarazioni in serbocroato. Di mira erano stati presi anche i libri di testo universitari. Alcuni volumi specialistici, infatti, non erano disponibili in sloveno e gli studenti si trovavano costretti ad usare quelli stampati a Belgrado o Zagabria.

Tutta questa attenzione per la lingua si tramutò anche in un mutato atteggiamento dei politici, sempre più messi sotto accusa per la scarsa propensione ad usare lo sloveno negli organismi federali. Forse proprio per questo, nel maggio del 1988 – nel pieno della crisi jugoslava – Janez Drnovšek, quando divenne presidente della federazione, pronunciò il suo discorso d’investitura in sloveno. Prima non era mai successo.

A livello sociale il riposizionamento della Slovenia nel centroeuropea passò anche attraverso lo sport. Già negli anni Settanta iniziò a crescere la passione per lo sci. Si trattava di una disciplina che era molto popolare in Austria ed in Svizzera. Due paesi questi spesso presi a modello dagli sloveni.

Il campione svedese Ingemar Stenmark cominciò a vincere in coppa del mondo con degli sci prodotti in una piccola località slovena. Quel fatto inorgogliva l’industria nazionale, che poteva, così, competere e addirittura vincere il confronto con i migliori produttori occidentali. Sull’onda di quei successi nacque un’agguerrita pattuglia di sciatori.

Nel 1980 Bojan Križaj vinse la sua prima gara di slalom in coppa del mondo. In Slovenia l’avvenimento venne accolto con lo stesso entusiasmo di una vittoria ai mondiali di calcio. Lo sci diventò lo sport nazionale. Durante le gare tutti cercavano di stare attaccati al televisore e sui posti di lavoro spuntavano miriadi di radioline. Gli appuntamenti di coppa del mondo, che facevano tappa in Slovenia, divennero delle vere e proprie feste nazionali, accompagnate da fisarmoniche che suonavano polchette e dall’immancabile presenza dei Kurenti (le maschere tipiche di Ptuj).

Quegli atleti inorgoglivano gli sloveni. La squadra era composta da sloveni ed in essa si parlava sloveno. Certo correvano per la Jugoslavia, ma quelle vittorie erano percepite come successi esclusivamente sloveni. Ovviamente si gioiva anche per le vittorie della nazionale jugoslava di pallacanestro e si soffriva durante le partite della bizzosa rappresentativa calcistica della federazione, ma se vinceva uno sciatore si festeggiava di più. Proprio nello sci, però, emergeva meglio il rapporto tra la “patria allargata”, ovvero la Jugoslavia e quella propriamente detta, la Slovenia.

Un rapporto questo che si ruppe con l’inasprirsi delle tensioni nazionali nella federazione e che si dissolse (anche dal punto di vista sportivo) nel giugno del 1991. Quando la Slovenia proclamò l’indipendenza erano in pieno corso a Roma gli europei di pallacanestro. La Jugoslavia era la favorita indiscussa. In quella squadra c’era anche lo sloveno Jure Zdovc. La leadership politica slovena gli chiese di abbandonare la squadra quando iniziò l’intervento armato in Slovenia e lui se ne andò. La finale si disputò tra Italia e Jugoslavia. Nel palazzetto dello sport qualcuno si azzardò ad esporre uno striscione per nulla profetico: “Jugoslavia unita, Italia campione”. Gli azzurri persero quella partita e la federazione si dissolse”.

Articolo di Stefano Lusa, via Osservatorio Balcani

Eurobasket 2009: Girone C grandi firme

Il Gruppo C è un bella sciarada, molto difficile da risolvere. La squadra superfavorita è sicuramente la Spagna, abbonata all’argento da troppo tempo per non puntare all’oro. La squadra ha poco da dirci in quanto a novità, molto in quanto a completezza del roster. I play sono Ricard Rubio, quinta scelta al primo giro del draft 2009, dai Timberwolves ancora poco capito e forse dirottato in Europa. In nazionale ha fatto già il fenomeno alle Olimpiadi e quest’anno deve stupire insieme all’amico Pau Ribas, passato al Tau Vitoria dopo la convivenza con Rubio al Badalona. Messi così in regia, va a finire che Juan Carlos Navarro fa la guardia con pochi minuti e José Calderon può essere lasciato a Toronto. La guardia di minutaggio alto è la migliore matricola della NBA (per me), Rudi Fernandez, mentre l’ala forte la fa il fratello scarso, che è diventato qualcuno, Marc Gasol. Al centro uno degli artefici dell’anello di Los Angeles, Pau Gasol. Insomma che vuoi di più? Ah, c’è pure Felipe Reyes che al Real detta legge e in nazionale porta le borracce e Alex Mumbru, potenzialmente devastante nel gioco agile nel pitturato con Gasol. Tutto questo ben di Dio messo nelle mani di Scariolo, ormai “Hispanico” per gli amici. A dar fastidio alla corazzata iberica la Serbia, squadra come sempre capace dell’impossibile nel bene e nel male. I grandi talenti ci sono e insieme potrebbero dare come risultato: disastro o capolavoro. Milos Vujanic arrivò 23enne alla Fortitudo per incantare Bologna e sfiorare campionato ed Eurolega. Da qui inizia il tour delle migliori squadre europee per arrivare all’Efes Pilsen, che sa tanto di ennesima tappa temporanea. Nelle qualificazioni ha dedicato le migliori attenzioni proprio all’Italia, due volte top scorer della squadra nelle due sfide contro di noi. Nelle altre partite i protagonisti sono stati anche Zoran Erceg, ala-centro dell’Olimpiakos che ci mette il fisico e Nenad Krstic, centrone senza paura che da rookie con i Nets nel 2004-05 segnò 18,3 punti di media con 7,5 rimbalzi nelle sfide del primo turno di play off contro i Miami Heats. La guardia è Milos Teodosic, che a me personalmente fa impazzire perché è slavo dalla testa ai piedi. Ma su tutti, ad essere il centro di gravità permanente è un 23enne, arrivato questa estate alla corte di Messina e del grande Real che Florentino vuole mettere su: Novica Velickovic, ala grande di classe e armonia. Il grande lavoro come sempre è dell’allenatore, Dusan Ivkovic che non sembra avere il pelo sullo stomaco per tenere a bada tutte queste teste matte ma non si può mai dire. Dal canto suo la Slovenia è un gradino sotto la meravigliosa follia di una Serbia, ma quanto a campioni che possono molto non scherza. Basta citare Matjaz Smodis, per me la migliore ala grande difensiva del mondo, Jaka Lakovic, play dall’estro irrefrenabile e l’Italia sconfitta all’ultimo secondo nella prima partita di Euro 2007 ne sa qualcosa, Rasho Nesterovic (se è convocato), insieme a Belinelli da quest’anno ai Toronto Raptors, ma la meraviglia di fine anni ’90 a Bologna non gliela renderà mai più nessuno, anche se con Erazem Lorbek al centro possono davvero diventare devastanti per classe e potenza. Infine la Gran Bretagna che finalmente riunisce le forze e si prepara per Londra 2012. Dopo la batosta in Israele subita nella prima partita di qualificazione, molti pensavano che una squadra raccolta in giro non avesse futuro, invece i giocatori ci sono eccome: prima di tutto il duo di Chicago, Luol Deng-Ben completare una frontline di ali grandi e centri davvero pericolosi. Manca chi innesca la miccia di tutte queste bocche da fuoco, ma Ben Gordon può anche portare la croce.