Note di viaggio in Cina – Il taccuino dello sportofilo

Per parlare del senso profondo che la cultura fisica e lo sport in particolare hanno in Cina basterebbe il video di apertura di questo post.

In un mix di etica di regime, spiritualismo taoista e cultura tradizionale a 360° la cultura fisica per i cinesi è un modo di essere prima che di mostrarsi, un modello esistenziale assolutamente naturale e mai fuori contesto.

Nel viaggio che ho fatto in Cina ho visto ottantenni fare stretching alla fermata del bus, donne incinte prodursi in profondi piegamenti laterali al supermercato, bambini fare ginnastica di gruppo con il sorriso di chi sa quel che fa.
Tutto in piena autocoscienza e con la totale padronanza delle proprie facoltà fisiche, come se il corpo fosse ancora strumento di benessere quotidiano e non lanterna magica di qualità superumane oppure sacca di indifferenziato, secondo la bipolare concezione occidentale vigente ormai da più di un ventennio.

Ma la cosa sensazionale è l’idea secondo la quale il corpo e il curarlo sono espressioni di processi naturali, da vivere con e nella natura. Un concetto che si mostra in tutta la sua forza quando vedi persone che praticano il Tai Chi sotto gli alberi oppure quando incontri qualcuno che si massaggia il petto e la schiena battendosi contro un albero.
La natura non è solo il nostro ecosistema vitale, ma la faccia del divino, per cui curare il corpo a contatto con essa diventa una forma di preghiera.

E rendersi conto che gli addominali sono degli esercizi spirituali è scioccante e insieme meraviglioso.

Solo da qui si può partire per capire l’esplosione cinese negli sport olimpici (ovviamente a chiudere il cerchio servivano gli investimenti extraboom degli ultimi 10 anni).

Altra nota dolce per lo sportofilo è vedere Lin Dan oppure Wang Hao, il Toto Cutugno del tennistavolo cinese (secondo ad Atene, Pechino e Londra nel singolo), trattati da veri eroi popolari, con le loro facce enormi a promuovere bagnoschiuma e la tv di Stato che li segue mentre tornano a casa dopo le vittorie di Londra.
Badminton, tennistavolo, tiro a segno, sollevamento pesi sono anche in Cina sport secondari, ma avendo lo status di sport nazionali hanno grandi riconoscimenti. Lo sportivo poi è considerato da tutti per quello che è e quando va in tv parla dei suoi allenamenti senza cercare di ballare per buscarsi qualcosa di extra.

Lo sport diventato ormai una vera mania però è il basket (abbiamo visto almeno sette playground all’interno della Citta Proibita… mah). Qui la globalizzazione e Yao Ming hanno fatto fare il salto di livello, ma c’è anche un altro motivo: i cinesi, fisiologicamente piccoli, adorano tutto quello che è grande.
I cestisti sono dei veri e propri miti, non tanto per i risultati ma in quanto proiezione di una nazione che vuole espandersi anche nei corpi.

Il nostro modello è in crisi. Londra ci farà svegliare?

Riemergo dal divano olimpico per sputare fuori una sentenza: lo sport italiano è in crisi. 
Miracolose le medaglie passate e future in questa Olimpiade o frutto di eccellenze che tutti i paesi bene o male hanno in qualche disciplina.
Per creare un’azienda efficiente bisogna investire molto, in strutture e personale. Nel risparmio spesso si creano inefficienze. Questa legge è così chiara che vale per tutto. Nello sport italiano abbiamo proprio questo problema.
Abbiamo buoni giovani, potenziali campioni, e grandi tradizioni. A chiudere il cerchio serve la gestione moderna dell’atleta, un investimento secco, forte, in strutture da mettere a disposizione, metodi per l’aggiornamento costante, diagnostica per la parametrizzazione di tutti i fattori, continue occasioni per il benchmarking e l’analisi comparata.
Domanda: quante volte un nostro judoka è andato in Giappone per partecipare ad un torneo locale? Un nostro allenatore è andato mai in Cina per fare uno stage di lavoro pagato dalla federazione? Perché non diamo la possibilità a Lodde e ai suoi allenatori di gareggiare più spesso contro Hancock nelle gare che fa in Nebraska?
Alcune volte forse ci è capitato (ricordo rapidi stage americani per nuotatori e velocisti dell’atletica) ma siamo ancora profondamente attaccati al nostro vecchio modello che si basava su due capisaldi: la tradizione che fa scuola e la contestualizzazione del campione straniero.
Per 30 anni abbiamo portato a casa i riferimenti e, studiandoli a fondo nel nostro contesto, abbiamo acquisito (oltre a dare ovviamente) know how fondamentale per creare il campione nostrano.
Penso ad esempio a quello che erano i campionati di pallavolo, pallanuoto, per l’Europa basket e calcio fino a 10 anni fa. Portavamo a giocare nel nostro paese i migliori atleti avendo di conseguenza grandi nazionali in questi sport. Oggi si va in Inghilterra per il calcio, in Russia per il volley e addirittura in Serbia e Ungheria per la pallanuoto.
L’altro nostro fiore all’occhiello era la storia sportiva legata ai territori. Contest di scherma, ciclismo, tiro, lotta, hanno punteggiato le piccole storie delle comunità locali e hanno portato alla luce i migliori talenti italiani. Oggi tanti di quei tornei addirittura familiari in alcuni casi, in altri con atleti internazionali attirati dal Belpaese, non ci sono più e manca lo scouting di base per beccare il campione potenziale.
Un modello è terminato perché non abbiamo più soldi pubblici e privati da distribuire al territorio per la costruzione di una squadra forte o per l’organizzazione di un torneo.
Quale sarà il futuro? Mi ributto sul divano per il momento.

Il social WOM per "La Grande Sfida"

Sport e web communities 2.0, il tema può essere già vetusto eppure in Italia i brand sportivi di alto livello fanno ancora poco. Le squadre di calcio fanno quello che possono e il Milan come sempre si mette in testa a tirare il gruppo. La Juve con il nuovo sito ha pensato di seguirlo a ruota continuando un flusso che parte dalle vittorie sportive dell’era Berlusconi e si sposta ovviamente anche su tanti altri campi.
A l di là delle squadre di calcio che muovono le passioni e i “Mi piace” potremmo dire per “accadimento indiretto”, gli sport in generale, i brand di tanti altri sport e soprattutto gli eventi hanno poco social appeal forse perché debole è la proposta creativa per il mondo web.
Una buona attività la stanno invece svolgendo gli organizzatori de “La Grande Sfida”, evento in parte non convenzionale (un incontro di tennis one shot, due coppie per noi italiani di grosso impatto – le Williams contro Penneta-Schiavone -, sicuramente uno spettacolo di gioco fluido a cui fa solo da appendice il punteggio) in cui la parte del leone nel battage promozionale la sta facendo un coinvolgimento dei blogger e dei web opinion leader in quanto a fatti sportivi.
Anche il sottoscritto è stato contattato, informato e seguito. Dal punto di vista del WOM esteso una best practice da tenere in considerazione e su cui impostare campagne low budget che possono dare buoni frutti. Se fossi un Direttore marketing di una società di calcio mi interesserei.