Thomas Eakins, lo sport nel mondo che cambia.

Grazie ad Artsblog, sono venuto a conoscenza di una retrospettiva molto interessante (purtroppo lontanuccia, al Lacma di Los Angeles, titolo: “Manly Pursuits: The Sporting Images of Thomas Eakins” – fino al 17 ottobre), di quello che per antonomasia è il pittore dello sport: Thomas Eakins.

Le nervature dei lottatori, la concentrazione degli scacchisti, il popolo che freme e sta diventando pubblico, lo sport che esce dall’artigianato delle piazze di paese per diventare spettacolo. Tutto questo è reso perfettamente dall’estro di Eakins, capace di far brillare con i colori aspri della polvere americana un mondo in divenire.

Via Artsblog.

Spot olimpici – Immagini dello sport per gli altri paesi

In giro per la rete, ho pescato diversi spot per le prossime Olimpiadi della neve a Vancouver. Eccone un po’. Ci sarebbe da fare una bella disquisizione sull’immagine dello sport nelle varie nazioni, però è troppo complicato e ho troppo poco tempo. Se ci ragioniamo insieme però, ci possiamo divertire.

GERMANIA

USA

AUSTRIA

SPAGNA

CINA

INGHILTERRA

Calcio come instrumentum regni – Il caso Togo

Le riflessioni su calcio, Africa e attentati “mediatici” sono partite un attimo dopo lo sparo. Riporto e rimando all’articolo di Moris Gasparri che mette in evidenza alcuni punti interessanti: la grande Europa nel pallone, il calcio al fianco del potere, i calciatori azzittiti, l’attentato che può creare emuli.

“Il tragico attentato alla nazionale di calcio del Togo ha catturato in questi giorni l’attenzione della stampa internazionale ed ovviamente anche della stampa italiana. Non poteva essere altrimenti. Vuoi perchè Mourinho dovrà fare a meno di Eto’o, vuoi perchè Ancelotti sarà privo di Drogba, vuoi perchè il Napoli sembra essere sulle tracce del nuovo Maradona delle Piramidi, al secolo Mahmoud Shikabala, la Coppa d’Africa è un evento che nelle ultime settimane è stato al centro delle cronache calcistiche, che in Italia, con buona pace dei benpensanti, formano larga parte del tessuto connettivo della nostra (debole) identità nazionale.

Proviamo però ad aggiungere al cordoglio sentito e sincero nei confronti dei giocatori togolesi e dei loro connazionali qualche riflessione ulteriore, per non annegare tutto nella consueta retorica di circostanza.
Anche se sono ancora in pochi a rifletterci sopra con la dovuta attenzione che l’argomento meriterebbe, il calcio è oggi un elemento geopolitico di primaria importanza, soprattutto per descrivere le traiettorie storiche di due continenti come Europa ed Africa, che, assieme al Sudamerica, rappresentano oggi i maggiori centri di diffusione di questo sport.

Consapevolmente o meno, noi europei sublimiamo infatti nel calcio – la cui potenza d’attrazione economica e mediatica supera quella di ogni altra dimensione sportiva su scala globale – le ambizioni continuamente negate di poter contare e “pesare” nella definizione degli scenari del XXI secolo. Un esempio su tutti è illuminante. L’annosa domanda sui confini del nostro continente – che a livello politico continua ad essere un elemento di frammentazione e di debolezza strategica in seno alla UE – a livello calcistico è diventato al contrario il trionfo strategico-economico-mediatico della Champions League, in cui gli opposti si armonizzano e assieme all’Europa “bruxellese” dei 27 stati membri convivono felicemente le principali squadre di club di Turchia, Russia, Israele e chissà, tra qualche anno, le squadre dei paesi della sponda sud del Mediterraneo.

Uno scenario da Grande Europa, governata dal “grande politico” Michel Platini. E se a livello geopolitico siamo costretti a sognare i sogni altrui – di Obama, della Cina, dell’India – a livello calcistico sono gli altri che sognano di emularci. Provare per credere.
La scorsa estate la nazionale di calcio indiana in tour in Spagna ha pareggiato per 1-1 in amichevole con il Castelldefels, la terza squadra di Barcellona che gareggia nella terza serie spagnola. Bene, all’indomani del match i quotidiani indiani riportavano la notizia con un enfatico quanto deferente “L’India ferma l’Europa”.

Spostiamoci sul versante Africa. Il calcio africano è da sempre intimamente legato a quello europeo. Europei sono gli allenatori che nel corso degli ultimi trent’anni hanno progressivamente “esportato” il know-how tecnico che ha permesso la crescita ad alti livelli del calcio africano (tra cui molti italiani, dal “pioniere” Bersellini a Scoglio, passando per Dossena). Europei sono i club dove giocano le principali icone sportive del continente nero. Più di tutti però, il calcio è oggi per l’Africa, e soprattutto per le sue élite politiche, un potente strumento d’immagine e di legittimazione in chiave interna ed internazionale, utile per proiettare alla ribalta del presente la volontà di uscire dal perpetuo stato di minorità geopolitica e geoeconomica.

Non a caso le federazioni calcistiche dei vari stati africani sono spesso delle vere e proprie emanazioni del potere governativo, e non sono casuali i passaggi dal calcio giocato alla politica, come testimonia l’esempio dell’ex centravanti del Milan George Weah. Il calcio come moderno ed efficace instrumentum regni, insomma. In questo senso la concomitanza tra la Coppa d’Africa e i Mondiali sudafricani del prossimo giugno rappresenta per molti una sorta di congiunzione astrale. Sudafrica ed Angola sono infatti le due nazioni-emblema di questa volontà di riposizionamento africano, pur nella diversità dei rispettivi regimi politici (una democrazia elettiva nel primo caso, un regime autoritario nel secondo) e dei rispettivi sistemi economici (l’economia più sviluppata del continente di contro ad un’economia fondata sulla rendita petrolifera nel secondo).

Ma non tutti sono preda dell’entusiasmo.
Ad esempio, per gli osservatori più disincantati la Coppa d’Africa con i suoi sbandierati ritorni economici non cambierà assolutamente nulla per le condizioni di vita dell’enorme massa di poveri angolani, come è spiegato bene qui.

Torniamo ora all’attentato. La tragica vicenda occorsa alla nazionale del Togo ha spezzato questa immagine dell’ ”Africa Shining”, mostrandone il suo fondo conflittuale ed irrisolto. Una perfetta inversione tattica: se il calcio è instrumentum regni per i capi di stato africani, allo stesso tempo può diventare un’arma simbolica potentissima per le rivendicazioni dei contropoteri locali e delle fazioni in lotta contro i governi. E’ questo lo spietato calcolo alla base dell’attacco al bus togolese effettuato dalle milizie del Fronte per la liberazione del Cabinda.

Questa connotazione geopolitica del calcio africano ha ovviamente delle conseguenze. Nel calcio come instrumentum regni, i calciatori sono un dettaglio. Non stupisce perciò che la preoccupazione di tutti gli attori in gioco sia stata quella di andare avanti. Ha vinto la via “cinica” degli organizzatori, per i quali è meglio proseguire come se niente fosse accaduto, perchè fermare lo spettacolo significherebbe fermare la potente macchina politico-economico-mediatica di cui si è detto sopra. In fondo si è trattato di un incidente di percorso, dovuto alla scarsa cautela dei dirigenti della nazionale togolese, così si sono giustificati gli organizzatori.

Ancora, il ripetuto ordine di ritorno in patria e di abbandono della competizione lanciato dal primo ministro del Togo Gilbert Houngbo ha avuto la meglio sulla volontà dei giocatori di partecipare ugualmente alla Coppa d’Africa, in ossequio al ricordo dei membri dello staff uccisi nell’agguato di venerdì. “Siamo obbligati ad obbedire”, questa la mesta risposta data dal capitano della nazionale togolese Adebayor, stella del City di Mancini. Per una strana inversione del destino, quelle che da noi sono delle icone mediatiche apparentemente irraggiungibili ed onnipotenti (ed Adebayor è tra queste) in suolo africano si sono tragicamente trasformate in mere pedine alla mercè del potere politico. Pensateci su se in questi giorni vi capiterà di assistere ad un match della Coppa d’Africa”.