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La distanza dal Barcellona

Quanto siamo lontani dal Barcellona? Poco, molto, non ce lo dice il livello di un campionato quanto mai barboso né il cammino di Juve e Milan in Champions League. Ce lo dice invece il gol della scorsa settimana della Juve al Palermo. È un gol classico del repertorio di un centravanti classico(il raddoppio è necessario). Palla a Vucinic, difesa della palla e tacco a smarcare il centrocampista per l’inserimento. Un gol il cui merito è di Vucinic ma che avrebbe fatto fare anche Toni, tanto è vero che Montella lo ha rispolverato e risulta un giocatore fondamentale in questo campionato.
Messi e il Barcellona gol di questo tipo non li realizzano mai. Perché?Perché tendono a giocare con la palla scoperta invece che coperta. Buona regola italiana da sempre è non aggredire con la palla scoperta perché richiede un proiezione offensiva della squadra molto aggressiva. Se si attacca con palla scoperta non si può lasciare da solo il portatore di palla ma bisogna accompagnare l’azione con molti uomini, così da aprire spazi e dare la possibilità del passaggio. Chiaramente un atteggiamento del genere sbilancia la squadra se la linea difensiva è bassa, aprendo grandi spazi di corsa per le ripartenze. L’unico modo per risolvere la questione è tenere una difesa fissa a centrocampo e fare pressing selvaggio per riconquistare la palla il più velocemente possibile.
Ma in Italia tutto questo non è ancora passato e si pensa sia molto meglio servire la punta centrale di spalle alla porta, il quale distribuisce per gli inserimenti calmierati dei centrocampisti. In questo modo non serve un accompagnamento costante di tutta la squadra in quanto bastano due uomini che hanno la bravura e la fortuna di muoversi bene per arrivare al tiro. E così è accaduto per il gol di Lichtsteiner contro il Palermo. Giocando così però saranno poche le speranze di migliorare un calcio sottilmente sparagnino e passivo, surclassato sempre da squadre capaci di essere molto più attive in tutte e due le fasi di gioco con gli undici giocatori in campo.
Iniziamo a giocare con la palla scoperta e il Barca si riavvicinerà.

La crisi e la difesa a tre

Tra il 1997 e il 2002 il calcio italiano è entrato in crisi, d’identità oltre che di risultati. Le squadre italiane hanno pian piano perso posizioni nel ranking UEFA, i trofei continentali non cascavano più come pere mature, la Nazionale è stata brillante solo ad Euro 2000. A livello tattico il sacchismo aveva ormai terminato il suo influsso e i tentativi di innovazione di Zaccheroni non davano riscontri positivi in campo internazionale.

Oggi viviamo una situazione anche peggiore: le squadre di club sono evidentemente inferiori alle altre, anche piccole, tatticamente non tiriamo fuori idee nuove da un po’ e, a differenza di dieci anni fa, i grandi calciatori ci lasciano senza piangere. Il lippismo, fatto di zona spuria e intensità nel raddoppiare le fonti di gioco avversario, è tramontato e lo zemanismo, anche moderato, è un’isola troppo insicura.

Cosa lega le due fasi? La difesa a tre. Caso? No.

La difesa a tre, nata come idea fortemente offensiva con Cruyff nel Barcellona di inizio anni ’90, in Italia è diventata, dopo il Parma di Nevio Scala, una tattica prudente, che permette di ingolfare le zone nevralgiche del campo e allo stesso tempo di tappare le ali con raddoppi continui. Quando si affronta una sqaudra schierata con tre difensori è quasi impossibile trovarsi in sistema puro (ad es. 2 vs 2) in fase di contrattacco ed è molto difficile aggredire dalle fasce per accentrarsi. In questo senso la difesa a tre è perfetta quando si gioca per mantenere posizioni e non per trovare nuove idee, per vincere le partite da vincere e perdere quelle da perdere.

Chi emerge da questo piattume? Sembra strano ma è il Milan con Allegri che cambia spesso idea e gioca un calcio molto più europeo nel concetto di iniziativa e Montella che usa la difesa a tre ma lo fa alla Cruyff, tanto è vero che vince una partita con gol di Pasqual in ripartenza.

Shakhtar e Rosso Fiorentino – Parlando di Manierismo

Ieri mattina ho parlato di calcio con Sandro Modeo (per chi non lo sapesse è l’autore de L’alieno Mourinho e Il Barca. Beati coloro che non li hanno ancora letti perché ancora non hanno scoperto due tesori) e come spesso accade si parte da Florenzi ed Estigarribia e si finisce con il parlare di Curzio Malaparte o qualche grande scienziato della mente svedese di cui (anche del problema che dimentico sempre i nomi scandinavi devo un giorno parlare con Modeo) mi sfugge il nome.

Nella nostra traiettoria di ieri abbiamo lamentato la pochezza della voglia di gioco in Italia, in cui il periodo di crisi, che come spesso succede porta con s’è il ripiego nel consueto, si vede anche nel calcio.

In Europa invece si percepisce forte l’effetto doppler del Barcellona guardiolano che da esempio inimitabile ha creato una sorta di manierismo tattico (il termine è di Modeo, non scherziamo che veniva in mente a me), capace di produrre copie asettiche e vuote oppure piccoli gioielli come lo Shakhtar visto con la Juve, abile nell’imperniare un ritmo di gioco fraseggiato molto barcellonista grazie alla bravura di Lucescu nel far coesistere i brasiliani intorno ad un’idea tattica solo in apparenza lasciva.

Lo Shakhtar è un pó come Rosso Fiorentino (che adoro), manierista nello stilema e nelle forme ma geniale nella proposizione di temi tradizionali con occhi del tutto nuovi.

Un quadro su tutti, Lo sposalizio della Vergine, dove Giuseppe sembra un bellimbusto appena ricomposto dopo aver posato per Michelangelo, dove la folla si accalca intorno ai protagonisti come con i vip contemporanei, tanto per vedere e poi parlare di com’era grassa quella dal vivo, e dove tutto è dominato da una mestizia inconcepibile per la gioia dell’evento. E invece il genio di Rosso è qui, perché la Vergine e la sua missione perdono ogni mistero se quello che significa Maria viene sistematizzato da un matrimonio riparatore.

Questo sproloquio per dire che dal grande esempio nasce sì la maniera, ma anche questa può raggiungere vette irraggiungibili.

In Italia siamo già alla Controriforma.

La Nazionale degli adattati

Sono stati gli allenatori stessi a farsi da sé una legge ormai matematica che riguarda la loro importanza per una squadra di calcio. Sull’argomento si sono espressi Capello, Lippi e anche Sacchi, il quale in gioventù la pensava diversamente. Per tutti l’allenatore in una squadra di calcio conta il 20% al massimo.
Questo valore tutto sommato molto basso non rende giustizia a molti degli allenatori che hanno lavorato con alcuni dei calciatori della nazionale italiana impegnata in Polonia e Ucraina. 
Molti dei nostri calciatori della nazionale giocano in ruoli in cui sono stati adattati e spesso reinventati  grazie all’intuizione di allenatori bravi nel credere alla loro capacità camaleontica.
Se partiamo dalla difesa, possiamo fare il nome di Abate, ex ala destra d’attacco del Napoli in serie C pensato esterno basso prima nel Torino ma soprattutto con Allegri nel Milan contemporaneo.
A centrocampo tutto ruota intorno a Pirlo, in passato la mezzapunta più talentuosa e incostante del nostro futuro, riadattato regista difensivo da un Ancelotti a dir poco geniale e visionario, Claudio Marchisio, per Lippi una mezzapunta alla Boateng mentre Conte gli ha ridato l’interno dentro del centrocampo, Thiago Motta, nato volante e a tutti gli effetti oggi mezzala tecnica, Antonio Nocerino, da tutti considerato mediano alla Gattuso mentre Allegri lo ha scoperto incursore coi controfiocchi, Alessandro Diamanti, per anni mezzapunta fragile e tocchettante, oggi nel Bologna seconda punta sempre più nel cuore dell’area di rigore. Anche in attacco Balotelli è nato seconda punta e adesso fa il centravanti, Di Natale nelle prime partite in Nazionale giocava ala destra e adesso gioca nel cuore dell’are di rigore, e sempre più Borini (ancora di più con Zeman alla Roma), da seconda punta si sta trasformando in specialista del tridente.
La nostra Nazionale, bella o brutta che sia, è stata modellata dalle mani di tanti allenatori che hanno sviluppato al meglio il materiale umano a disposizione sperimentando nuove posizioni e mansioni. Tutto ciò per dire che se è vero che questa Italia sta facendo bella figura agli Europei, allora sarebbe giusto che quel 20% aumentasse almeno un po’.

P.S. Anche Buffon è un adattato. Da ragazzo era esterno d’attacco.