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I difensori non ci sono più

Ecco il mio primo articolo per slowfoot.eu, nuovo gruppo di persone che amano vedere il calcio pensando anche ad altro.

La partita con la Russia di venerdì sera ha sancito una scandalosa verità: abbiamo la difesa peggiore tra le partecipanti ad Euro 2012. I nostri difensori hanno dimostrato di non possedere eccelsi fondamentali tattici né le necessarie attitudini fisiche e atletiche per essere ottimi difensori.
Abbiamo i difensori che potrebbe avere un Cipro, una Macedonia, un’Irlanda del Nord. Qualcuno ha corsa, un altro gioca bene sull’uomo, un altro sa quello che fa sui calci d’angolo avversari, qualcuno magari è anche bravo nell’anticipo, ma nessuno tra i convocati è un difensore a cui puoi affidare la (tipicamente italiana) gestione passiva della partita. E in queste ultime ore siamo tutti in ambasce per il soleo del polpaccio di Barzagli. Dico: Barzagli, mica Baresi. Se manca anche il miglior difensore italiano della nostra serie A rischiamo la confusione totale (del tipo, De Rossi centrale di difesa e un altro ipodinamico a centrocampo come Motta).
 Per l’Italia questa realtà è una iattura, ma ancor di più, come accennavo all’inizio, uno scandalo, per come e quanto abbiamo creduto nella difesa in un secolo abbondante di calcio e per e come quanto abbiamo saputo crescere, in passato, operai specializzati nel settore.
La nostra genìa difensiva viene da lontano, da quel figlio di Dio, Renzo De Vecchi, adorato dai giornalisti sportivi e dai tifosi perché capace di sventare le azioni avversarie con interventi acrobatici e decisi.
A partire da lui l’Italia si è guadagnata una meritata fama come terra di difensori. Per un buon difensore c’è chi come la Juve ha rischiato la serie B pur di portarsi tra le sue fila Virginio Rosetta e porre le basi per il quinquennio vincente; chi come il Torino proponeva alle spalle degli interni Mazzola-Loik il duo Castigliano-Rigamonti ad equilibrare una squadra perfetta proprio grazie al suo asse centrale; chi come l’Inter di Herrera ha reso esteticamente perfetto il controgioco passivo all’italiana, basandosi su una cerniera difensiva che poteva contare su Facchetti, Burgnich e Picchi; chi come il Milan di Rocco ha compreso l’utilità degli spazi larghi nei contrattacchi e ha esaltato difensori come Anquilletti, Rosato e Maldini; chi come la Juventus trapattoniana schierava tre quarti (Gentile-Scirea-Cabrini) della difesa campione del mondo. Perfino Sacchi, che ha imposto il ritmo attivo del pressing e dell’attacco cadenzato e non solo di rimessa, ha potuto contare su gente come Baresi e Maldini, abili nell’impostare il gioco a zona e quando serviva anche a metterci una pezza alla vecchia maniera.
 In tutte le migliori squadre della nostra storia l’assetto difensivo e le capacità atletiche e tattiche dei difensori non erano soltanto corollari importanti ma il vero fulcro su cui fondare la squadra.
 E adesso? Come siamo arrivati a questo punto, il punto più basso della nostra storia difensiva?

Le risposte possono essere tante e chi cerca di trovarne soltanto una la spara grossa.
 Il sacchismo esasperato di fine anni ‘90 non è il problema. È vero che i difensori non sono stati più impostati sull’uomo e con un sistema di gioco troppo passivo la difesa in linea chiana è alla mercé degli avversari, ma insieme all’impostazione difensiva a zona, abbiamo insegnato anche delle varianti molto interessanti, che ci hanno sempre permesso di non giocare mai in sistema puro (ad esempio 2 vs 2) ma con chiusura di linee in diagonale e verticali che hanno creato la densità giusta per tenere botta.
Il problema non è neanche la difficoltà dei giovani difensori di oggi di affermarsi subito come invece i loro colleghi di attacco. Il difensore nasce difensore e visto già in giovane età può scalare le vette della fama e del professionismo molto velocemente (vedi Santon o Nastasic).

La vera grande lacuna della nostra scuola è l’impostazione monofunzionale dell’atleta chiamato a difendere. Per alcune partite Allegri, a corto di centrocampisti, ha preso Thiago Silva, il più forte difensore del mondo, e lo ha messo a centrocampo, così come van der Wiel in Olanda ha giocato spesso esterno alto, così come in Spagna Piqué è a tutti gli effetti un centrocampista.
Chi dei nostri difensori convocati all’Europeo può giocare fuori ruolo?
 La risposta la dice il silenzio, diceva il saggio, ed è il vero grande guaio. Per rispettare la tradizione dell’impostazione del difensore di un certo tipo, lo abbiamo fossilizzato in pochi compiti altamente specifici, non adeguandoci ad un calcio in grande evoluzione per quel che riguarda la fase offensiva. Mentre quando ci attaccano in massa con attaccanti di ruolo resistiamo perfettamente e vinciamo le Champions League (l’Inter 2010 e anche il Chelsea 2012, perfettamente italiano da questo punto di vista), quando affrontiamo squadre senza attaccanti di ruolo andiamo in bambola completa e prendiamo tre gol da una Russia ancora in collaudo.
 Forse dovremo dire addio alla nostra scuola difensiva, abbandonare definitivamente la nostra pretesa voglia di tradizione nel ruolo e aprirci al nuovo. Se non subito, quasi.

Archeologia dello sport 13 – De Zolt, Compagnoni, Torino, Varese campione d’Europa

Dalle Olimpiadi di Albertville la 50 km che chiude la sessione dello sci nordico a quella edizione di Les Saisies. Dietro il norvegese Dahlie, si piazzano De Zolt e Vanzetta, argento e bronzo rispettivamente. Commento rai di Giacomo Santini. Per De Zolt è il secondo argento olimpico dopo quello di Calgary 1988.

La prima vittoria in Coppa del Mondo per Deborah Compagnoni. Arriva nel gennaio 1992 ad un mese dai Giochi di Albertville, che riserveranno alla valtellinese un meritatissimo oro in supergigante ma anche un lungo stop per una caduta nella prima manche del gigante. Da Tmc con Andrea Prandi.

Filmato dedicato al Torino che nel 1992 sfiora la grande affermazione in Coppa Uefa, nella finale di ritorno con l’Ajax, dopo il 2-2 al “delle Alpi” serve una vittoria per vincere il trofeo. Tre legni impediscono ai granata la grande affermazione continentale Lo 0-0 di Amsterdam nella telecronaca di Bruno Longhi per Canale 5 (con Roberto Bettega)

Varese quinta Coppa dei Campioni di basket nel 1976. Immagini Rai. Audio rielaborato.

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"Il mio circuito si chiama Paradiso" di Carlo Nesti

Quando ho preso in mano il libro di Carlo Nesti, “Il mio circuito si chiama Paradiso”, non mi aspettavo di restare per buoni dieci minuti fuori dal tempo, come invece mi è successo su un pullman che da Salerno era diretto a Napoli. Le vicende personali di atleti, presidenti di società, tifosi, addetti ai lavoro dello sport non mi fanno impazzire e cerco di leggerci sempre e solo quella scia di gossip che un libro di vita deve portarsi con sé (è una squallida dichiarazione, ma a volte sono un lettore da discount).
Il libro di Carlo Nesti, approcciato con sufficienza, ha letteralmente cancellato il pensiero e mi ha scaraventato in una storia semplice ma profondissima, fatta di quasi nessun fatto eclatante eppure vivace ed emozionante.
Da dove vengono allora le emozioni in un libro che è la storia di una vita e di un percorso di fede che mette insieme strade molto diverse tra loro (uomo, marito, giornalista)?
Vengono dalla semplicità, dalla totale apertura di Nesti che ha saputo lasciare, con il suo stile asciutto e morbido, correre le mani sulla tastiera non programmando di insegnarci niente.
La storia di Carlo (di Nesti ne perdiamo subito le tracce) è anche un viaggio tra e nella fede e questo vuole essere il motivo in più su cui riflettere. Il grande tema che il libro ha il merito di farsi scappare spesso è: può l’uomo del 2000 inoltrato affrontare le avances della vita con valori alti, così alti che ormai per molti è solo fumo?
Non è un tema da nulla, è una delle questioni più complesse che la teologia deve affrontare.
La fede non ha più richiami fatti di carne, comprensibili dall’idraulico sotto casa. L’idraulico riceve altri messaggi che l’industria culturale ha reso molto più comprensibili.
Negli anni ’50 per mio nonno il messaggio di fede si confondeva con i ritmi del suo quotidiano, lo viveva perché gli arrivava semplice e nascosto nelle cose di ogni giorno, mentre ogni segmento di cultura era qualcosa di altro e inarrivabile (anche il messaggio politico socialista era molto più comprensibile e vissuto con grande semplicità). Oggi la cultura è un flusso di quotidianamente visto, sentito, addirittura letto (poco su giornali e libri, molto su internet). La fede (e ogni messaggio politico) è diventata lontana e molti rinunciano al cammino.
Nesti racconta i tratti semplici di una fede vissuta mentre si diventa uomini, professionisti e si percorre questo cammino che non esclude la crescita, anzi la migliora.