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Semiologia delle figurine Panini – Appunti 1a parte

Da qualche giorni s-ragiono sulla semiologia delle figurine Panini (tra pochissimo capirete perché) e, facendole scorrere tra le mani, ho avuto un’idea assolutamente piccola, ma è giusto dirla.
Riprendendo le categorie di Barthes, le figurine Panini mi sembrano l’espressione massima dello studium, che regola una visione “piana”, di contesto, che fa emergere le evidenze “ambientali” e “storiche” del soggetto fotografato.

Guardiamo:

Un giovane calciatore è titolare della Fiorentina, storica squadra italiana, che quell’anno indossava una divisa con un viola più acido del solito. L’anno della fotografia è il 1975, in quanto la coccarda della Coppa Italia che campeggia in basso a destra si riferisce alla vittoria del 1974-75 contro il Milan nella finale di Roma (Casarsa, Guerini, Rosi – Bigon, Chiarugi). Dalla capigliatura si poteva dedurre comunque che il periodo in cui è stata scattata la foto erano gli anni ’70, ben prima dell’arrivo degli sponsor di maglia e tecnici. Il collo-camicia è un richiamo alle vecchie divise degli anni ’30.


Calciatore non più giovanissimo, un po’ nostalgico degli anni ’80 nel capello al limite del cotonato. Gioca in un Udinese di inizio anni ’90, in serie A, durante il saliscendi della doppia promozione 1991-92 – 1994-95.

Continuando l’analisi però mi accorgo che anche i punctum delle figurine dicono la loro…

"Tra i legni" di Giuseppe Manfridi

Il libro “Tra i legni” di Giuseppe Manfridi non è uno dei tanti “prospettici biografici con retrogusto naif” che ogni tanto leggiamo in Italia, mutuando uno stile, anzi direi un genere, direttamente dalla letteratura sportiva anglosassone.
Non è, ma purtroppo fino ad oggi nessuno lo ha scritto, un libro che vive dell’epopea quotidiana delle biografie americane. È un libro a sé stante, dove Manfridi mette insieme le sue diverse esperienze e miscela intorno ad un sostrato stilistico chiaramente teatrale, ricordi, testimonianze, cronaca, storia del calcio.
Dopo aver letto decine di biografie tutte molto simili, questo libro di Manfridi è davvero spiazzante. Cerchez la metaphore: non è un refolo di aria fresca, come si ripete in questi casi, ma un caldo vento d’estate, che fa bene non solo a Ricky Gianco. La storia di Zoff è presa per evidenze, a spizzichi, degustando lentamente la grazia di un uomo di altri tempi, certamente migliori. La retorica del “prima si stava meglio” con Zoff però scompare. Lui non vuole essere il portavoce di un modello di vita e di un mondo (contadino, sereno, serio, pratico, saggio), è semplicemente un italiano normalmente educato in un periodo in cui si fa quel che si fa, si dice che si deve dire, si vuole quel che si vuole. Sembra facile, ma, guardiamoci attorno, non è più così.
Zoff vuole e crede di poter parare palloni. Lo fa, senza eroismi, senza disperati percorsi. Il pregio più grande di questo libro è l’aver saputo parlare di un monumento (per gli altri, Zoff si considera un ex calciatore e allenatore) senza scriverne le storielle alla Garibaldi e senza perdersi nei meandri del “si racconta che”.
Manfridi ha creato un’opera di grande sostanza stilistica, che richiede l’attenzione del lettore per comprendere lo svolgimento delle vicende biografiche, insieme al suo coinvolgimento all’interno di un flusso di parole dosate alla perfezione.

Lippi, perché?

Ci sono poche analisi da fare, ma una sola domanda che nessun giornalista e commentatore italiano ha rivolto a Lippi dall’inizio dei Mondiali (forse per paura che il carro dei vincitori veramente parte). Perché strutturare la Nazionale sulle tre sqaudre che hanno giocato il peggior calcio italiano, Juve, Fiorentina e Udinese, sopratutto nel girone di ritorno, e lasciare a casa i calciatori delle tre sqaudre migliori della seconda parte del campionato, Roma Sampdoria e Inter?