Spagna e Portogallo nel cuore di cinque ragazzi

Mi scuso per la mia assenza, causata da una meravigliosa vacanza nei paesi iberici con altri quattro compagni di viaggio: il fenomenico Pellegrino, dopo la vacanza detto il “Cuentero” o anche “Lubrano, il disidratato Pierluigi, dopo la vacanza detto “El flaco” o anche “Animale strano”, la parabolica Sara, dopo le vacanze detta “Signorina Comino” e la occhi profondi Sara, dopo le vacanze detta “La Guidatrix de Sivilla”. Io sarei rinominato dopo la vacanza “El monumento è a due passi”.

Per onorare le terre in cui siamo stati metto in bella vista due meraviglie iberiche. Piede d’avvoltoio Butragueno, semplicemente ma non semplicisticamente detto “El Buitre”:

E il cuore di falco Mario Coluna, con la sua stilettata di luce accecante nel pomeriggio brumoso al Wandkorf di Berna l’ultimo giorno di maggio del 1961.

Un giorno in pausa

Quasi quasi oggi mi rifriggo un po’ di internet. Veleggio a piena forza sul mio sito preferito: www.storianazionaledicalcio.it.

E’ troppo spassoso passare il tempo con Zoff, Piola, Bulgarelli, ma anche con dioscuri oscuri, molto meno incliti, vedi William Negri, Ciccio Cordova, Castano. Bello tutto azzurro, come piace a me. Vediamo… una sezione quadriennale e basta. 1974 – 1977… il mio periodo più dolce, oggi è veramente una giornata speciale.

1974… allora mi lancerei subito sui tabelloni di Italia Bulgaria 0 – 0, le partite stupidotte, quelle trattate da sorelle sceme e ritardate, sono quelle che vado subito a palombare fino al fondo. Wow si apre….. che goduria l’attesa di notizie nuove. Amichevole a Genova, periodo di Natale. Mio papà nel ’74 era incinto di 21 anni, secondo me l’ha vista con le basettone sporgenti ed il baffo d’ordinanza post-sessantottino. Un tal Martini terzino sinistro. Ah, sì quello della Lazio scudettata che sculettava arroganza e maschiezza. Santarini libero. Il Santarini di : “Tela do io la erre moscia” di Oronzo Canà. Non lo sapevo che si era sporcato anche in azzurro. Damiani ala destra, era il festival dell’uvulare spinto. Re Cecconi che sostituisce Causio. Barone per paggio, ottima scelta. Che lupo quel Bernardini. Boninsegna – Chiarugi coppia di sfondatori. Anch’io adoro Bonimba, ho tifo e colera del Napoli, ma il Bonimba in strombazzata volante contro il Torino mi fa paura solo a vederlo. Quel Di Biase di Chiarugi, chissà quante frammischiate in area di rigore. Da far venire l’onfalite. Antognoni seconda partita. Il calcio di collo destro di Antognoni è una delle cose più goniometriche che esistono. C’era un odore di purezza quando colpiva i pentagoni optical. Da vertigine. Loro non hanno niente di conosciuto. Soliti ferrovieri del CSKA Sofia che randellavano i garretti dovechessia. L’arbitro Gonnella, strano italiano tra italiani. Non capisco…. misteri del 29 Dicembre.

1975…. URSS – Italia 1- 0. Dove c’è sovietico c’è casa. Mosca 8/6/1975, sai che leccornia l’arietta del disgelo sui baffoni di Benetti, eccolo di nuovo il ri – addensamento di sostanze microrganiche nella mia calotta. E Romeo il carrozziere rispunta. Che sballo di squadra. Sembra un ottovolante tattico. Bernardini e le droghe leggere, ottima fusion. Rocca terzino sinistro col due, Savoldi con agilità da panzer austroungarico arrugginito, ala destra, G. Morini ala sinistra, non ce n’erano più, è logico. Chinaglione, cinghialone da nove slabbrato per canotta due taglie inferiore. Risposta esatta. Loro: Onishenho e Blochin, midollo della Dinamo Kiev vincitrice della Coppa Coppe a Maggio. Due atleti da regime. Superuomini intelligenti e con due sfere nello scroto da rabbrividire. Segna il due, Konkov, secondo me su calcio d’angolo con capocciata iridescente, oppure su punizione da guercio. Dove la va la va.

1976…. 7/4/1976 Italia – Portogallo 3 – 1. Ho una foto di mia madre del ’76. Aveva una gonna giropassera. Ma era cortissima davvero. Non sembrava lei quando vidi quella foto. “Mamma”, le dissi subito saporoso “ma eri onicofaga?” Come fai a dire a tua madre che nel ‘76 vestiva con delle gonne vertiginose, se un secondo prima ti ha ripreso perché parli con la bocca piena. A sto punto è meglio un bel passaggio a livello su una frase insensata. Tardelli terzino, là è nato. Ah, anche Tardelli e come lo adoravo. Da piccolino volevo essere Tardelli. Poi sono diventato io. Mutazione genetica del cazzo. Rocca. Poverino. Si spataccò un ginocchio proprio in nazionale. Ogni volta che lo vedevo allenare l’Under 19 era sempre incazzato. Pensava alla gioventù, lo si vedeva dalle pupille contratte. Si ricordava di quando correva duro per i campi e magari in quel momento non poteva, altrimenti si sfibrava subito un tendine. Rocca è stato per me sempre un uomo infelice. Pecci-Antognoni. Che centrocampo. Giancarlo voleva la palla ed Eraldo la passava a Causio, sghignazzando per il poco humor. I gemelloni davanti. Due sarcofaghi dalla forza di quattro megattere. Pulici somiglia a papà, non è che voglio parlare per forza della mia famiglia però davvero ci somiglia. Ha la stessa aria da operaio FIAT che pensa alla busta paga, lo stesso scalpo a macchie marroncine e la stessa mascellona da pescatore del Mar Ligure. E siccome somiglio molto a papà, penso proprio che somiglierò a Pulici da cinquantenne. Antognoni, Graziani, Pulici, triangolo scaleno. Fraguito, ehehe che nome micragnoso. Conosco di là solo Jordao. Da me si dice “tien a ‘iord” quando sei un debosciato impenitente. E’ per tal ragione che questa mezzapunta lusitana mi ha sempre infrollito l’attenzione.

1976…. già è quasi finito il viaggio. Che cacchio! Per chiudere in bellezza sfottiamo un po’ il ricordo dell’albione maligna. Italia – Inghilterra 2 – 0. Questa partita l’ho vista alle quattro di notte nel ’92. Avevo dodici anni ed una leggera intolleranza all’uovo sbattuto. Tutta una notte in bianco mi fece degustare la meraviglia di questo incontro. Zoff da tutore dell’ordine in area copriva di traversine le zazzere squamose degli attaccanti inglesi. Cuccureddu, strepeva sulla sinistra, impaurendo Brooking con il tenore che in lui si nasconde. Tardelli, terzino destro di spinta, senza lode od infamia. Benetti, eccolo qui ancora mastodontico laocoonte della metà dei campi del mondo. In quel cerchio era una tigna perfetta, a quel mollaccione di Hughes gli scorporò un anno di vita. Poi mi vieni a dire come fa a non essere un onirico pensiero notturno. Gentile, stopper. Il solito stiletto d’acciaio. Mai un dubbio, mai un’esitazione. Un paralipomeni di Morini, in edizione cartonata. Facchetti, da parecchie partite libero. Harrison Ford slanciato nella nostra area di rigore che bacia il pallone con la fronte e schiaffeggia con il sinistro. Causio. L’MVP di quella partita. Una partita di una bellezza stordente fece il barone. Il goal di Bettega fu così. Palla di Benetti per Antognoni, alzata di capo e visione del sorpasso a sinistra di Causio dietro le spalle di Keegan, pallone smoccolato dal destro antognoniano tendente verso il baffetto. Prima dell’impatto vi è una danza caraibica in piena regola. Causio con due finte d’anca si frappone tra il pallone e Clement, spinge la pallottola con il tacco a superare a sinistra il terzinaccio, ma il pallone gli gonfia le mutandine a pois, accensione della freccia per il sorpasso a destra, immissione della seconda, terza e quarta marcia nell’avvicinamento al fondo, passaggio dosatissimo e girevole sulla giostra betteghiana. Scornazzata ragionevole del biancone. Palla a sinistra, portiere dall’altra. Causio come nella piazza di Lecce, un’azione folle e terrificante.

Capello, ragioniere in età. Graziani, bisonte dopo l’accoppiamento. Antognoni, vestale arrapante e negazionista. Bettega, un figo della madonna. A mia zia Annunziata piaceva Bettega. Mia zia si è sposta con Carmelo che fa il camionista, slitta sul Brennero due volte a settimana. Quando è lontano mia zia ricogita Roberto e quell’aria da poeta di corte. Basta adesso nazionale, è meglio vedere se c’è qualcosa da fare prima della lezione. Un’ultima cosa e poi attacco. Vorrei essere almeno Cuccureddu. In un prossimo cammino.

Da Marrakech a Baghdad di Luigi Guelpa


“Da Marrakech a Baghdad. Viaggio nel calcio di Allah” è un chilometrico set fotografico dove si susseguono personaggi e situazioni riconoscibili ma non per questo distraenti. Si inizia a leggere il testo con l’intento del viaggiatore nozionistico e il libro appaga pienamente questo approccio, discostandosi da questa mission per pochi spunti.

Il viaggio è una traccia di sabbia che va dal Marocco agli Emirati Arabi Uniti, dalla Tunisia all’Algeria, dall’Arabia Saudita all’Egitto. Il flusso dei protagonisti è un fiume di storie che scorre fresco di aneddoti poco conosciuti anche per l’esperto e pieno di aromi anche per chi vuole leggere un libro da cui farsi appassionare.

Nella Prefazione di Fausto Biloslavo si sente acre il tentativo di dare valore antropologico, sociale e storico ad un libro che parla di calciatori. Nel libro, ogni tanto, l’occhio lungo del maestro Biloslavo che “cazzeia” il figlio deviato Guelpa si sente, ed escono fuori articolati tentativi di spiegare qualcosa che va al di là di un gioco. Ma di quest’occhio Guelpa spesso se ne frega e si lascia andare alla sua passione per questo sport e per questo mondo.

Molto belli gli articoli che parlano dei protagonisti degli anni ’70 e ’80 come Madjer, Don Revie e Adnan Al Talyani, mitografie perse nella poca presenza mediatica, più “normali” quelli sui protagonisti già immersi nel flusso dell’immagine globale.

Alla fine del libro è molto bello aver assaporato dei sapori e visto dei colori che conosciamo meglio rispetto a 30 anni fa, ma che ancora incuriosiscono e velano misteri.

La serie di passaggi iniziali che cercano di tenere insieme gli articoli mi sembra inutile e pedante. Se un album è fatto di immagini lontane nel tempo e nello spazio, è inutile crearne una storia che le tiene insieme. Non dà nulla di nuovo e appesantisce.

Doppio passo di Beppe Di Corrado


Doppio passo di Beppe Di Corrado (Limina edizioni, euro 14, pag. 180) è un libro a due velocità. Come marchia a fuoco molto argutamente nell’introduzione l’autore stesso, il filo rosso del legame tra i protagonisti è un segno di vicinanza, un sintomo di prossimità, una medesima visione della salsa pallonara oppure, e questo diventa il momento-vertice del libro, un momento del tempo che unisce due atleti e due uomini.

La traiettoria cadente che dal collo destro vanbastiano si epifanizzò agli Europei di Germania ’88 è quel tratto di vita in comune che i due protagonisti voluti da Di Corrado devono avere per intraprendere un’esistenza su carta in doppio passo. L’alitare verso l’alto del tiro vanbastiano è l’ascesa di un modo di vedere il gioco-calcio assolutamente nuovo. Quel tiro fa scoppiare la valvola mediale del pallone-cinema e tutti noi tifosi, da allora, stiamo alla finestra alla ricerca del momento da ricordare.

Prima il pallone era un silenzio, era il pallone di Dasaev, era trasumanar ed organizzar, era l’asettica catena di montaggio per un congegno scassato. Il mettere insieme queste due figure è l’attimo più bello e riuscito del libro, che mantiene della coerenza solo nel Domenech-Milutonovic, due strambi attoruncoli che recitano da uomini di panchina, e in parte nel Socrates-Cerezo, con i brasiliani che si vendono madre, padre e figli pur di guadagnarci dalle giornate in spiaggia a prendere a calci una pezza e guardare annoiati l’ennesimo culo in salamoia.

Negli altri accostamenti ci sono slabbrati movimenti di avvicinamento, stanchi paragoni tra personaggi lontani come un Cesare e un Augusto qualsiasi. Stojkovic è l’alternativa per antonomasia, Raul è il marchio leader, Best è il pezzente che sbava da riccastro, Cantona è il miliardario che fa il barbone piacione, Zeman è l’arteriosclerosi, Capello la demenza senile, Bosman è il punto interrogativo, Cassano quello esclamativo.

Forse in questo stanno bene insieme questi quadretti en plein air, nella loro difficoltà di coincidenza, nell’asimmetria dichiarata, nella inincastrabilità forzata. Il libro in tutto resta godibile, con tratteggi di gusto e spuntini di accomodante didascalia.

In questo blog si vede e si discute di sport del passato, si recensiscono libri che hanno come tema la letteratura sportiva, si "poeta" sulle fughe, i goal, i pugni, le sgommate, si apre l'orecchio a chi vuole condividere i ricordi di una vecchia emozione ancora densa e sgocciolante dentro la pancia e la testa

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