La variante Y

E adesso…

Tutto puntato sui miei baffi a spiovere… lo sapevo

Proprio a me, che della vittoria mi frega quel niente per stare in vita, è un gioco che il destino poteva pure risparmiarsi.

Ma ve lo vedete tra 30 anni un tipo mezzo sciancato, con gli occhi appannati e questi baffi che mi ingrassano e invecchiano sulle pagine stroboscopiche delle riviste sportive tra transgender pieni di tatuaggi che calciano il pallone come se fosse una bestia da scacciare.

Non è solo poca fotogenia … è incapacità di moderare internamente i meccanismi dell’apparire … vabbè questo ve lo spiego dopo, in questo momento penso ad altro…

Ma io stavo così bene ad ascoltare da quelle radioline a transistor arancioni Karel Gott che vinceva per l’ennesima volta l’Usignolo d’oro, perché mai mi sono messo in testa l’idea di diventare calciatore di palloni.

Una sola cosa buona mi è successa da quando sono calciatore, ho incontrato il mito di mia madre, Hrabal, che pieno di quella testa scalena mi ha regalato uno strano libro, Un tenero barbaro è il titolo. Quando me lo diede guardandosi indietro mi disse: “Leggilo Antonin, ti servirà quando avrai bisogno di respirare a lungo”.

In questo momento voglio respirare a lungo, ma mi si deve essere bloccato un condotto e mi manca l’aria.

Quel tipo mezzo addormentato del nostro allenatore poi, mi ha preso in disparte prima dei rigori e mi ha detto: “Antonin tu sarai l’ultimo e quando calcerai pensa alla gravità terrestre”. Ma che vuol dire e poi sei stato muto fino adesso, perché aprire la bocca proprio con me.

Ma adesso risolvo tutto io, vado lì e mi concedo totalmente al vento, come mi schiamazza l’istinto così parto e tiro, per concentrarmi davvero un attimo dopo sulla cena a base di calamari promessa per qualsiasi risultato dal Presidente della Federazione.

No, niente colpi di testa, anche perché non credo che rasoterra spedisco il pallone in porta, e allora affidiamoci alla storia, scegliendo tra le mosse tattiche servite ai nostri cugini sovietici per vincere la guerra contro i tedeschi e ripetute a memoria da quegli smunti scolari kazaki…

Niente, non mi viene in mente niente… ah se fossi Asatiani, adesso saprei cosa fare.

Il panico, comunque, non serve a niente è meglio affidarsi all’algebra, materia di fine volontà.

Poniamo il problema: Io, Antonin deve far superare al pallone la linea bianca. Lui, Sepp, deve interrompere o deviare la traiettoria. Le soluzioni possono essere:

a) Tiro di collo destro nell’angolo sinistro, fintando con l’anca sinistra di tirare di piatto destro nell’angolo destro alto. Troppo prevedibile e quel biondo cenere lì ne sa troppe.
b) Tiro di esterno sinistro nell’angolo sinistro alto, fintando prima con l’occhio destro il tiro di collo sinistro nell’angolo destro basso e poi con la mano sinistra il tiro di piatto sinistro nell’angolo destro alto. Troppo complicato, la soggezione della difficoltà già mi fa arrossire. Il tedeschino lo capisce e non si butta affatto, mentre io tiro una cagatina centrale.
c) Tiro di piatto destro nell’angolo destro alto mentre finto con il ginocchio sinistro il tiro di esterno destro nell’angolo sinistro basso. Troppo abusato. Va a finire che il fantasmino azzurro cenere si affida ai sondaggi e para.
d) Altro… possibilità non contemplata perché il mio altro sarebbe far tirare Ondrus.

Ah ecco, c’è la variabile X secondo la quale la migliore soluzione sarebbe tirare di collo sinistro nell’angolo destro alto, fintando il tiro di piatto sinistro nell’angolo destro basso. Hmmm… variazione troppo impercettibile per un popperiano come Maier.

O la variante Z, per la quale segno se tiro di collo destro nell’angolo destro basso, fintando il tiro di esterno destro nell’angolo sinistro alto. Troppo attualista per un pensatore debole come quel tipo.

Allora niente, qualsiasi scelta è sbagliata, qualsiasi appiglio mi conduce ad una sola e disperata meta: la sparacchiata in tribuna. E così sia. Non indugio più, anche perché l’arbitro ha fischiato e ho paura che mi espelle per pensiero annoiante. A questo punto vado incontro al mio destino… per il resto della vita marchiato a fuoco con il titolo di infame, se proprio mi va bene…

Arrivederci a tutti…. Anzi

Addio…

Aspetta, c’è la variante Y… sto a due passi dal pallone è troppo rischiosa… ma quale rischiosa, è la scelta di chi vuole dimenticare e poi è l’ultima che mi è rimasta, no è complessa, non so se ce la faccio… macché è un soffio di poesia, a questo punto è meglio entrarci dentro, ma è una follia, senti meglio essere ricordato per demenza che per codardia…, ma è una stronzata Antonin pensaci almeno un attimo, basta ho deciso, ho scelto, la VARIANTE Y…

Un manicomio tra i pali


Il ruolo del portiere è una molecola mai insipiente dell’ingranaggio calcio. Ha poche possibilità di diventare protagonista più o meno quante ne ha di essere inutile: dicotomia irrisolvibile e senza speranza. In un ruolo così “algoritmicamente” complicato si affermano persone di un certo “spessore”, diviene logico, e si mettono in mostra uomini che nella loro inutilità apparente brillano di luce propria. Luigi Guelpa con il libro “Un manicomio tra i pali” della Limina editore ha tirato fuori questo bagliore consistente che differenzia i portieri dagli altri calciatori, questa scintilla particolare che li fa rifulgere. Ed in ogni ritratto di Guelpa si scoprono pensieri, chissà perché, migliaia di chilometri lontani da quelli degli altri calciatori: si capisce perché un colombiano cresciuto tra pallottole e sacchetti bianchi vuole diventare un portiere oltre la geometria dello spazio recintato, si viene a conoscenza che un mercenario combattente di guerre putride ha voglia di scherzare con gli uomini e la loro cattiveria, si comprende il sacrificio di un portiere che si trancia la fronte per vedere l’Italia degli stadi e non quella della pastasciutta, si ammira un tedesco odiato perché figlio di Hitler che fa breccia nelle anime degli inglesi. Tutto ciò accade solo per i portieri e nel libro questo viene fuori perfettamente. Succede al portiere, io credo, perchè è un ruolo “di terra”, né di vento come l’attaccante o di mattoni come il difensore, il portiere si frammischia con la terra, ne diventa parte, la assorbe, la fa propria; una partita è un fatica fatta prima di tutto di fango e solo per un attimo di voli brevissimi e cadenti. E una cosa del genere segna il carattere non è acqua che scivola addosso.

Partiamo

Questo è un blog in cui:

si vede e si discute di sport del passato.
si recensiscono libri che hanno come tema la letteratura sportiva.
si “poeta” sulle fughe, i goal, i pugni, le sgommate.
si apre l’orecchio a chi vuole condividere i ricordi di una vecchia emozione ancora densa e sgocciolante dentro la pancia e la testa.

Partiamo con una chicca che non ha bisogno di commenti.

Basta dire 07 dicembre 1977 Torino-Bastia…

In questo blog si vede e si discute di sport del passato, si recensiscono libri che hanno come tema la letteratura sportiva, si "poeta" sulle fughe, i goal, i pugni, le sgommate, si apre l'orecchio a chi vuole condividere i ricordi di una vecchia emozione ancora densa e sgocciolante dentro la pancia e la testa

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile, e cookies forniti e gestiti da Google per generare specifici messaggi in base alle abitudini di navigazione e agli interessi dei singoli utenti. Tali cookies non utilizzano, tuttavia, dati sensibili degli utenti.
Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.
Per ulteriori informazioni, e per disabilitare Doubleclick, seguire le informazioni riportate al seguente link: http://www.google.com/intl/it/policies/technologies/ads/

Chiudi