L’allenatore inascoltato e l’ala sinistra stronza

Come la risolvo questa merdona di partita contro questi tedeschi di merda. Anche quel coglione di Francis doveva fare le signorina con quel cazzo di tendine d’Achille. Si lamenta troppo quello. Vedi Shilton, lo abbiamo rimpinzato di antidolorifici e sta dove deve stare, e non si azzardasse a fare stronzate in porta. Quell’altro bastardo di Woodcock, che se non era per me giocava ancora sui campi di fango in periferia, se n’è scappato al Colonia, da questi tedeschi figli di troia, che poi sono tutti i uguali i tedeschi, i soliti stronzi. Non mi nominate nemmeno quell’ubriacone di Bowles, gli ho detto vai in panchina, se serve dare ritmo ti butto dentro. Se n’è andato in tribuna quel figlio di puttana, l’anno prossimo lo mando all’Hull City a scavare carbone coi denti. Chi mi resta, Birtles, ma è troppo fighetto per quei bestioni tedeschi, che dentro restano tutti dei nazisti stronzi e razzisti.
È iniziata la partita, cazzo avvisatemi.
Guarda tu questo bastardo di Kaltz, la fascia se la mangia, ma che cazzo ci può fare quel mezzasega di Gray.
– “Gray attacca lo spazio, non farti aggredire!”. Quello lì se lo mangia Gray, lo sbatte dove
vuole.
– “Vai Mills, vai, tira, tira!”. Mills è tanto un bravo ragazzo però è un coglione, è un
imbranato, nel calcio non si può essere imbranati. Guarda Magath, quello sì che sa cosa si fa sul campo, come si fanno tackle.
– “Bowyer porca troia, fatti sentire anche tu”. Che cazzone Bowyer, se non gli dai la carica si
addormenta per il campo. No, ma qui ne prendiamo almeno tre, come cazzo li vuoi fermare Memering, Milewski, poi c’è quel carrarmato di Hrubesch che entra fresco e poi c’è quel figlio di troia dell’inglese, non mi viene voglia nemmeno di nominarlo, con quei cazzo di capelli che sembra una mignotta.
– “Attaccalo, attaccalo duro Lloyd a quello!”. Solo Lloyd può fermarlo, ma deve svegliarsi
anche lui. Ma qua sembrano dormire tutti, qua ne prendiamo cinque.
Ah, eccolo, qua il signorino, Mister Robertson, come va? Dopo una ventina di minuti è ancora a letto, ma fa bene. Cosa le porto per colazione thé alla menta e biscotti al burro. O preferisce una bella fetta di torta.
– “Robertson, brutto stronzo, svegliati che giochiamo la Coppa dei Campioni”. Che stronzo.
Ma dove cazzo va adesso.
– “Robertson, non farti cambiare vaffanculo dietro. Ma dove cazzo va?” Mi fa veramente
girare le palle questo. No, ma io lo cambio, metto quel contadino di Gunn per rompere un po’ di tibie. Ma dove cazzo và?
– “Robertson torna dietro, che cazzo dribbli? Ma lo vedi che quello è Kaltz, ma che cazzo vuoi fare?” Ma che cazzo vuole fare?
No Birtles no, non ridargli la palla, cerca di farti fare fallo. Quel Nogly è un trattore, non scambiare, tienila, tienila.
– “Tienila!”Macchè l’ha ripassato a quel cazzone. Ma perché si deve incaponire, abbassa la
testa e parte sparato, ma dove va?
– “Dove vai?” Niente ormai è partito. Adesso vedi che Buljan gli toglie facile la palla e avvia il contropiede, noi siamo scoperti che anche quel cieco di O’Neill si è sganciato e quell’inglese schifoso ci fotte.
– “Gunn, riscaldati che quello stronzo di Robertson lo caccio”
– “Robertson, per l’ultima volta dove cazzo v… goooooooooooal!”
Glielo avevo detto attaccalo, che sto Kaltz non è poi così rapido.
– “Ah Gunn siediti!”

La guerra del football di Ryszard Kapuscinski


Questo libro è recensito a ragione in questo blog che ha come tema la letteratura sportiva. E non basta solo il titolo per farlo passare per buono. Spiego.

Nel libro “La prima guerra del football”, Ryszard Kapuscinski riporta una serie di dispacci scritti fra gli anni ’60 e gli anni ‘70 in cui le faccende piccole e medie del mondo in minore diventano grandi temi da cui partire per comprendere gli uomini e la realtà.

Kapuscinski sa trascinarti in giro con la sua pelle chiara senza forzare lo sguardo in nessuna direzione. E dire che scriveva da “servo di partito”. I personaggi, le situazioni, i mondi, la politica, le culture sono sempre analizzate attraverso un filtro rispettoso dell’altro, così lontano, soprattutto nel periodo in cui Kapuscinski scrive, ma per fortuna ancora così diverso da poter arricchire sotto tutti i punti di vista.

Una serie di dispacci del genere oggi, vedrebbero il povero cronista sbatacchiato con aerei comodi in realtà che hanno un solo sogno: diventare America. E in questo modo la cronaca si ridurrebbe a computare questo sogno pieno di sangue, violenza e soprusi. E soprattutto senza la coscienza di poter essere migliori diventando se stessi.

La caratteristica interessante del libro, che lo differenzia da un diario di viaggio cadenzato da lotte e guerre civili, è il contraltare “filosofico” che Kapuscinski fa intervallare alle sue avventure e alle faccende di quelle terre. In questo spazio “da scrivania” si comprende appieno il senso del viaggiare, il valore dell’apostolato dell’inviato speciale, la bellezza unica del capire gli altri. Ma soprattutto Kapuscinski si apre alla voglia vera di spiegare come ha visto l’uomo in giro per il mondo, come ha compreso con piccoli occhi la realtà comunque indecifrabile e inafferrabile, come è riuscito a vivere diventando migliore. Fare passare un po’ di questi insegnamenti su strada è lo scopo vero di un intellettuale.

Lo sport non rientra nei piani organizzativi dei viaggi, né nella struttura compositiva delle vicende narrate. Però lo si sente, in profondità, e soprattutto per gli occhi allenati di un lettore d’oggi. Tutte le disfide tribali che hanno insozzato e continuano a dilaniare il mondo, sono delle ignobili partite di uno sport che vuole la vita e dà in cambio niente.

La partita tra El Salvador e l’Honduras del 1969 che fa scoppiare la prima guerra del football richiamata nel titolo è un pretesto cretino che il potere usa sulla pelle dei poveracci spediti al fronte; gli slogan che si cantano in battaglia sono dei cori da stadio dove l’ignoranza è instillata a memoria, le schiere di soldati preparati alla guerra sono squadre da allenare al macello, i potenti che danno ordini secchi e irridenti sono allenatori terrificanti che decidono sulla vita, gli uomini di stato che credono di sapere il giusto sono presidenti assassini e voraci. Nelle parole di Kapuscinski la guerra diventa lo sport preferito dall’uomo che non merita nostalgia.

Matteoli e il tepore del tredicenne

Qualche anno fa, la Coppa Uefa era goduria vera. Vedevi la Juve in giallo contro l’Anorthosis Famagosta e quel porcellino da latte di Casiraghi sbizzarrirsi, oppure il Napoli di Maradona in un partita di tocchi delicati contro il Bordeaux di un declinante ma sempre ammaliante Tigana (nel goal annullato a Maradona c’è la sua caduta fisica e simbolica di fronte alla frenesia diegana, proprio lui che era stato frenesia pura) o ancora l’Inter contro l’Aston Villa e un campo da gioco da scenario post-bellico.

Ma una gara che mi ricordo con la grazia del 13enne, vista tra i fumi di un Circolo di cacciatori, mentre fuori la bruma di un fine novembre profondo scuriva i pensieri (ci vuole un po’ di melodramma) è questo Malines-Cagliari, capace allora come adesso di darmi un tepore particolare.

Mi ricordo soprattutto un cervello al servizio di piedi parlanti, una chioma anni ’70 che dava al volto un’aria da cucciolo infreddolito e una corporatura da ragioniere del catasto pronto per la pensione. Mi ricordo di Matteoli.

Gli ultimi giorni di Marco Pantani di Philippe Brunel


Marco Pantani, il ciclista noto anche alle pensionate di Voghera, che esce fuori dal libro di Philippe Brunel “Gli ultimi giorni di Marco Pantani” è un’icona straziante dei nostri tempi che maciullano i talenti e assopiscono le voglie per scopi esistenziali inutili ma di facciata, come l’auto potente sempre un km all’ora più veloce, la donna al proprio fianco più sensuale, sempre un centimetro quadrato in più di corpo siliconato, la seratina sballata, per ridursi a fantasmatico visitatore di una realtà che non si capisce bene perché non è accettata per quello che mestamente propone.

Pantani era un ragazzino mai al centro delle attenzioni degli altri; le ragazze lo guardavano con profumata indifferenza, gli amici lo tenevano appresso per pigrizia, la madre e il padre lo conoscevano senza caprine in fondo l’immaginazione. Poi ad un tratto diventa il migliore ciclista del pianeta e il mondo inizia a guardarlo fisso, senza staccargli i terribili occhi di chi chiede.

Ma Pantani dà, senza risparmio. Adesso che qualcuno aspetta che Pantani Marco respiri per applaudirlo, il Pantani Marco si concede in tutto, corpo e pensiero.

Dà tanto, troppo, tutto. Qualcuno decide che basta così. Giunge il tempo di fluttuare sulle corde della mediatica esistenza-inesistenza. Essere l’unico gallo del pollaio spettacolar-sportivo alla fine stanca lo spettatore-tifoso. E questo non deve mai accadere. Altrimenti poi l’audience.

Possono essere state le scommesse illegali, le analisi del sangue fasulle, i reclami del patron della Mapei, gli americani che vogliono far esplodere Armstrong senza ostacoli tra le ruote, gli organizzatori del Giro d’Italia che vogliono dare un freno al doping necessario, ma di fondo c’è la volontà che è nello sport contemporaneo di far apparire stelle dal tragitto veloce, con un ciclo di vita mediale breve ma intenso, che sappiano carpire nel giro di cinque anni gli animi sempre vogliosi d’altro di spettatori fiacchi e distratti.

Tutto questo è accaduto a tanti ed è successo a Pantani. Quasi tutti hanno compreso la fondamentale tempistica del: “Non è più il mio momento”, e sono tornati nella cuccia dell’autografo per pochi intimi, Pantani non ha voluto farlo e di fronte alla incapibile realtà del biz quotidiano, ha aggredito l’unica persona con cui poteva prendersela: se stesso.

La droga è l’aculturale spia di una stanchezza d’interessi e piaceri. Dopo Madonna di Campiglio, Pantani, che viveva solo di vittorie per mostrarsi migliore per sé e per gli altri, poteva vivere qualche altro anno solo attraverso di essa. Come ha fatto, violentando un corpo costruito per la corsa in bicicletta.

Fino a morirne, non semplicemente suicidato, ma assassinato da un mostruoso altro da sé, che in quantità sempre maggiori si possono vedere, magari uscendo stasera, vagare lemmi e farfuglianti nei pressi delle discoteche di mezza Italia.

Il libro di Philippe Brunel è una stilettata profonda nel cuore del lettore. Fa un male cane vedere come è lo sport crudele, il ciclismo balbettante, le nuove generazioni non appassionate, l’Italia gretta e vigliacca, il senso di famiglia irritato, i media irrispettosi e noi distratti e ignoranti di fronte ad un uomo che, anche se nel silenzio dei cazzi suoi, gridava aiuto.

All’ultima pagina si pensa per qualche minuto ai tanti pomeriggi del Pantani show, con la malinconia dell’attimo che riusciamo a spegnere subito per borbottare contro la benzina che costa troppo.

In questo blog si vede e si discute di sport del passato, si recensiscono libri che hanno come tema la letteratura sportiva, si "poeta" sulle fughe, i goal, i pugni, le sgommate, si apre l'orecchio a chi vuole condividere i ricordi di una vecchia emozione ancora densa e sgocciolante dentro la pancia e la testa

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