Ode per il primo goal mai segnato

Birmingham, mercoledì 02 marzo 1983, ritorno dei quarti di finale della Coppa dei Campioni: Aston Villa-Juventus.
Si narra che Paolo Rossi dopo pochi secondi abbia segnato. La televisione italiana, in pubblicità, non mostra la rete. Qualcuno pensa che questa rete, non vista, non sia mai stata realizzata.

Ode per il primo goal mai segnato

Per il catodico silenzio
(incolpevole e ovvio per il blocco dovuto)
non c’è stata mai la capoccetta
(alquanto lisa dopo le spuntatine spagnole)
di Pablito, nostro urlo e rancore
(disunderstantment nazionalpopolare).
Nessun fraseggio tra la canuta mente
(in attesa del cucù della senilità)
e l’adornante braccio
(lui sì in immaginifico overload).
Restano specchiati ricordi
(offuscati bensì dall’alcolica compresenza)
in chi esisteva lì
(densi come flutti accigliati)
troppo poco davvero
(e troppo inaffidabili)
per chi crede solo per schermo
(senza scherno né trip esterni).

La valigia del centravanti di Guy Chiappaventi


Nella valigia dei nove interrogati senza premure, Chiappaventi vi ha trovato un bel po’ di roba: calzini da calcio, quelli con la fibbia sotto ancora ad asciugare, bulloni sparsi nella testa di chi sa che è stato invocato e minacciato, lacci consumati dall’attesa del nuovo sempre troppo vecchio per chi si è spinto, giovane, troppo avanti nella beltà del vivere, palloni ormai dimenticati, lasciati stare in un angolo, come per punizione, come per dispetto, come per non vedere, come per sentire ancora una voglia che non ti può più, da sola, far drizzare in piedi. E poi in ogni valigia, a cercar bene, Chiappaventi vi ha trovato i particolari che fanno vita e che fanno uomo. Ha trovato i legamenti di Spadoni che hanno ballato poche estati e poi gli sono stati scippati dalla foga di un Bini carrarmatesco come sempre, un pezzo di cranio e di cervello di De Ponti, quel cranio che serviva sui calci d’angolo sul primo palo e quel cervello che serviva a mettersi la maglia nel fango di Avellino senza dirsi: “Ma chi me lo fa fare!”, la normalità piccolo-borghese di Chiodi, una solidità da risatella al bar e da furbetto del quartierino di quartiere, le foto di Penzo che segnava solo ai ciprioti, ai bulgari, ai lussemburghesi, perché era più facile troppo più facile, il nome di Calloni che ormai è marchio e slogan insieme; dovrebbe pagarli a suon di milioni il papà e la mamma perché portarsi addosso Egidio di nome e Calloni di cognome oggi è trendy, fin troppo trendy, quasi una macchietta da avanspettacolo, la boria di Zanone, ricco, bello, fortunato, con un sacco di figa per le mani e che rimpiange la sfortuna per non essere Paolo Rossi; ma prega la Madonna figlio mio che c’hai avuto questo culo nella vita, che cazzo vuoi di più, il cuore di Rebonato che vorrebbe trovare una donna da sposare per non rimanere il centravanti bello, le pubbliche relazioni di Incocciati che, se avesse giocato come lecca i culi, a quest’ora Van Basten era una bandiera dell’Az Alkmaar. In ogni valigia un percorso ed un peso, in ogni valigia anche della retorica da come eravamo, da libro cuore dei parastinchi, ma per farsi leggere meglio ci vuole, ci vuole anche questo.

La variante Y

E adesso…

Tutto puntato sui miei baffi a spiovere… lo sapevo

Proprio a me, che della vittoria mi frega quel niente per stare in vita, è un gioco che il destino poteva pure risparmiarsi.

Ma ve lo vedete tra 30 anni un tipo mezzo sciancato, con gli occhi appannati e questi baffi che mi ingrassano e invecchiano sulle pagine stroboscopiche delle riviste sportive tra transgender pieni di tatuaggi che calciano il pallone come se fosse una bestia da scacciare.

Non è solo poca fotogenia … è incapacità di moderare internamente i meccanismi dell’apparire … vabbè questo ve lo spiego dopo, in questo momento penso ad altro…

Ma io stavo così bene ad ascoltare da quelle radioline a transistor arancioni Karel Gott che vinceva per l’ennesima volta l’Usignolo d’oro, perché mai mi sono messo in testa l’idea di diventare calciatore di palloni.

Una sola cosa buona mi è successa da quando sono calciatore, ho incontrato il mito di mia madre, Hrabal, che pieno di quella testa scalena mi ha regalato uno strano libro, Un tenero barbaro è il titolo. Quando me lo diede guardandosi indietro mi disse: “Leggilo Antonin, ti servirà quando avrai bisogno di respirare a lungo”.

In questo momento voglio respirare a lungo, ma mi si deve essere bloccato un condotto e mi manca l’aria.

Quel tipo mezzo addormentato del nostro allenatore poi, mi ha preso in disparte prima dei rigori e mi ha detto: “Antonin tu sarai l’ultimo e quando calcerai pensa alla gravità terrestre”. Ma che vuol dire e poi sei stato muto fino adesso, perché aprire la bocca proprio con me.

Ma adesso risolvo tutto io, vado lì e mi concedo totalmente al vento, come mi schiamazza l’istinto così parto e tiro, per concentrarmi davvero un attimo dopo sulla cena a base di calamari promessa per qualsiasi risultato dal Presidente della Federazione.

No, niente colpi di testa, anche perché non credo che rasoterra spedisco il pallone in porta, e allora affidiamoci alla storia, scegliendo tra le mosse tattiche servite ai nostri cugini sovietici per vincere la guerra contro i tedeschi e ripetute a memoria da quegli smunti scolari kazaki…

Niente, non mi viene in mente niente… ah se fossi Asatiani, adesso saprei cosa fare.

Il panico, comunque, non serve a niente è meglio affidarsi all’algebra, materia di fine volontà.

Poniamo il problema: Io, Antonin deve far superare al pallone la linea bianca. Lui, Sepp, deve interrompere o deviare la traiettoria. Le soluzioni possono essere:

a) Tiro di collo destro nell’angolo sinistro, fintando con l’anca sinistra di tirare di piatto destro nell’angolo destro alto. Troppo prevedibile e quel biondo cenere lì ne sa troppe.
b) Tiro di esterno sinistro nell’angolo sinistro alto, fintando prima con l’occhio destro il tiro di collo sinistro nell’angolo destro basso e poi con la mano sinistra il tiro di piatto sinistro nell’angolo destro alto. Troppo complicato, la soggezione della difficoltà già mi fa arrossire. Il tedeschino lo capisce e non si butta affatto, mentre io tiro una cagatina centrale.
c) Tiro di piatto destro nell’angolo destro alto mentre finto con il ginocchio sinistro il tiro di esterno destro nell’angolo sinistro basso. Troppo abusato. Va a finire che il fantasmino azzurro cenere si affida ai sondaggi e para.
d) Altro… possibilità non contemplata perché il mio altro sarebbe far tirare Ondrus.

Ah ecco, c’è la variabile X secondo la quale la migliore soluzione sarebbe tirare di collo sinistro nell’angolo destro alto, fintando il tiro di piatto sinistro nell’angolo destro basso. Hmmm… variazione troppo impercettibile per un popperiano come Maier.

O la variante Z, per la quale segno se tiro di collo destro nell’angolo destro basso, fintando il tiro di esterno destro nell’angolo sinistro alto. Troppo attualista per un pensatore debole come quel tipo.

Allora niente, qualsiasi scelta è sbagliata, qualsiasi appiglio mi conduce ad una sola e disperata meta: la sparacchiata in tribuna. E così sia. Non indugio più, anche perché l’arbitro ha fischiato e ho paura che mi espelle per pensiero annoiante. A questo punto vado incontro al mio destino… per il resto della vita marchiato a fuoco con il titolo di infame, se proprio mi va bene…

Arrivederci a tutti…. Anzi

Addio…

Aspetta, c’è la variante Y… sto a due passi dal pallone è troppo rischiosa… ma quale rischiosa, è la scelta di chi vuole dimenticare e poi è l’ultima che mi è rimasta, no è complessa, non so se ce la faccio… macché è un soffio di poesia, a questo punto è meglio entrarci dentro, ma è una follia, senti meglio essere ricordato per demenza che per codardia…, ma è una stronzata Antonin pensaci almeno un attimo, basta ho deciso, ho scelto, la VARIANTE Y…

In questo blog si vede e si discute di sport del passato, si recensiscono libri che hanno come tema la letteratura sportiva, si "poeta" sulle fughe, i goal, i pugni, le sgommate, si apre l'orecchio a chi vuole condividere i ricordi di una vecchia emozione ancora densa e sgocciolante dentro la pancia e la testa

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