QUALE GARA TI SEI PERSO PER UNA TUA FESTA?

Capita a tutti noi. Si chiama senso del dovere o semplicemente causa di forza maggiore. Accade quando tu sei lì che devi obbligatoriamente assistere ad una gara sportiva, ne va della tua salute mentale, ma invece allo stesso tempo devi necessariamente essere presente ad un evento che ti coinvolge direttamente, a volte tropo direttamente.
Io ricordo come oggi il giorno della mia comunione, il 17 giugno 1990. Capite subito al volo cosa si stava disputando. La mattina ok, tutto liscio. Poi pensavo che il pomeriggio fosse abbastanza libero e invece fui costretto a non vedere Irlanda-Egitto, perché ero il festeggiato e dovevo fare gli onori di casa. Qualcuno mi dirà: “Che sarà mai, era solo Irlanda-Egitto dei gironi, peraltro terminata 0-0”. Oggi forse me la perderei con meno dolore, ma a dieci anni è un colpo che rimbomba fortissimo. Per fortuna con un po’ di adulti che si rompevano le palle in maniera colossale di stare a casa mia per la comunione del sottoscritto, riuscimmo a fare finta di partecipare alla festa e deambulare intorno al televisore, per vederci Corea del Sud-Spagna 1-3 giocata di sera.

LA STORIA DEL CALCIO IN 50 RITRATTI. INTERVISTA A PAOLO CONDÒ

Coloro che raccontano la storia del calcio si dividono fra chi crede che la crescita evolutiva sia dovuta soprattutto alle idee, regolamentari e tattiche in primo luogo e altri invece che ne descrivono i momenti salienti, parlando soprattutto dei calciatori, del loro corpo e del loro talento. Tu da che parte stai?

Non scelgo una strada fra le due, per me entrambe hanno la stessa rilevanza. Quando ad esempio studi il calcio totale, lo consideri un momento di storia e poi lo vedi rispuntare a distanza di 20 anni, prima al Milan e poi al Barcellona, capisci l’importanza delle idee nella storia del calcio. Ma dall’altro punto di vista è indubbio che tipo di acceleratore sono anche le singole personalità. Ti faccio l’esempio della politica: quanto è stato importante per la storia il movimento politico cubano? Ma allo stesso tempo quanto sono state fondamentali per la sua diffusione le sue icone, Fidel Castro e Che Guevara?
Ogni rivoluzione quindi deve avere una faccia e nello sport un corpo, perché è il corpo che innesca e accompagna una rivoluzione. Una volta in Gazzetta cronometrammo quanto tempo aveva il regista offensivo di costruire l’azione nel corso del tempo. Rivera aveva 4 secondi, prima di essere attaccato da un avversario. Maradona ne aveva 1 e già lo attaccavano quasi sempre in due. Oggi Frenkie de Jong ha detto in un’intervista che lui ha già tutto chiaro in testa prima che il pallone gli arrivi, perché sa già che l’intera squadra avversaria si muove in relazione a quello che sta per fare. I corpi devono per forza cambiare insieme alle idee.

I calciatori che hai scelto per il tuo libro sono lì anche perché hanno innescato momenti fondamentali per la storia del calcio. Qual è, fra gli altri, il tuo momento decisivo?

Per me l’Olanda dell’inizio degli anni ’70. Modeo ne ha perfettamente ha raccontato l’albero genealogico nel suo “Il Barca”. È un momento fondamentale perché fa la rivoluzione copernicana del calcio e costringe tutti, italiani compresi, ad evolvere nelle idee e nella preparazione atletica. Poi certo che c’erano i campioni, questo è ovvio. Non ho mai visto una squadra, tranne forse il Leicester di Ranieri, vincere senza campioni. Sono poi loro che mettono in pratica le idee attraverso i loro incredibili corpi.

Guardi un calciatore per la prima volta. Cosa cerchi prima, la straordinarietà fisica o l’eccezionalità cerebrale?

Qualche cosa che lo distingue e che me lo faccia restare in testa. La vita è fatta di 24 ore e sportivamente parlando devo fare delle rinunce. Seguo Serie A, Champions League, gran parte dei campionati esteri, ma per esempio non so nulla della Serie B. Per questo motivo, appena una squadra sale in A ho uno sguardo vergine su quasi tutti i calciatori che ne fanno parte e in quel caso faccio le mie valutazioni. L’ultimo che mi ha detto qualcosa di nuovo e speciale è ad esempio Falco del Lecce, visto alla prima di campionato contro l’Inter. In primo luogo infatti io guardo l’abilità tecnica, che resta sempre il primo motivo per cui il calcio è anche uno spettacolo. Poi approfondisci, per capire se ha anche altro.

Forster Wallace scrive: “Gli atleti sanno fare con il corpo cose che il resto di noi può solo sognarsi. Ma sono sogni importanti: compensano molte cose.” Chi ti ha fatto sognare più di altri?

Le scoperte, come la prima volta che ho visto Messi ad esempio, momento bellissimo. Era in una partita di Liga, forse contro il Getafe, l’anno che si concluse con la vittoria della Champions League del Barcellona nel 2006. Un altro calciatore visto per 15 minuti e che mi ha fatto subito sognare è stato Iniesta. Non ti nego che ho avuto anche momenti di cecità clamorosi. Mi portarono a vedere Batistuta quando giocava nel Boca e io dissi che onestamente non avevo visto niente di particolare. Bati invece era molto diverso da tutti gli altri. Come tutti i giornalisti mi piace il concetto di esclusività e l’idea di esserci arrivato prima degli altri.

Su quale fra i 50 che hai scelto per il tuo libro scriveresti un saggio? Su chi invece scriveresti un romanzo?

Il romanzo sui tre del Real Madrid, Di Stefano, Puskas e Gento. Nel libro racconto di Di Stefano e Gento il giorno in cui al Bernabeu si ricordava Puskas morto da poco. I due si diedero la mano, anche se l’argentino non poteva alzarsi perché era già malandato. In quel momento ho visto e capito cosa significa la gloria. Quello che resta alla fine di tutto è sempre la gloria e loro ce l’avevano addosso. Un saggio invece lo scriverei su Marco van Basten, una sorta di James Dean del calcio, di cui abbiamo goduto per troppo poco tempo.  

Fra 20 anni fai un altro top 50. Quale calciatore giovane pensi ci finisca dentro?

Oggi ti dico Joao Felix, che fa delle cose diverse dagli altri. Mi piacciono anche Jadon Sancho, Havertz, Sané, che a me piace tantissimo, Donnarumma è un portiere che potrebbe avere una grande carriera. In futuro però credo che non si possano non inserire Jorge Mendes e Raiola, se vuoi considerare davvero tutti gli elementi del calcio contemporaneo. La grande rinuncia che ho fatto per questo libro invece è stata Jurgen Klopp, uno che ha aggiunto qualche cosa di nuovo tatticamente, il gegenpressing in primo luogo, e anche per atteggiamento. Il suo spirito allegro, in mezzo ad allenatori che sembrano tutti intenti a scoprire la fissione nucleare. Sono convinto che questo atteggiamento segnerà il futuro. Perché chi vince viene sempre seguito.

L’ultima domanda è sulla Nazionale e il calcio italiano in generale. La prima cosa che manca sono i soldi, i calciatori o le idee?

Manca il coraggio di far giocare i giovani italiani. Mancini, che è un grande, convoca Zaniolo, che ancora non ha esordito in Serie A. Quello è un urlo, un sorta di SVEGLIAA!  urlato agli allenatori italiani. In Italia i talenti ci sono. Guarda Castrovilli ad esempio. A me l’idea dei numeri fissi per far giocare gli italiani giovani mi è sempre piaciuta. Magari è inattuabile, ma è un regola che non cambierebbe la bellezza dei campionati e servirebbe solo a costruire in tutti i paesi del mondo tanti nuovi giovani campioni.

QUAL è LA TUA PIù GRANDE FOLLIA TELESPORTIVA?

Da poco sono entrato in un Gruppo Facebook meraviglioso. Si chiama “Fratellanza Olimpica” e ti racconta tutto quello che accade negli sport olimpici minuto per minuto. Parlando con loro e seguendoli con attenzione, ho capito che essere sportomani vuol dire fare davvero tante follie, tutte a fin di bene ovviamente. Loro ne hanno fatte e ne fanno tante e io volevo raccontare la mia più grande follia telesportiva, fatta per amore dello sport.

28-29 luglio 1996, Olimpiadi di Atlanta. Interno notte, Gaiano.
Questa è la notte della finale agli Anelli di Jury Chechi. So che ci sarà ma non so quando, il programma delle finali della Ginnastica artistica è lungo e bisogna aspettare. La Rai non dà solo la Ginnastica quella notte. Ricordo perfettamente il Nuoto sincronizzato e frammenti di Hockey su prato, poi un po’ la memoria, un po’ la nebbia che piano piano scese a coprirmi (io amo tutto, ma il nuoto sincronizzato alle tre di notte un pochino abbacchia), mi fa perdere i contorni.

So solo che tra le sei e le sette di mattina vidi finalmente la finale degli Anelli e l’oro di Chechi, con quel “vola Jury vola” di Fusco ancora nelle orecchie (non so se citò “Spara Jury spara”, spero di si, qualcuno può chiederglielo?).

Nel mio paese solo io e il mio amico Antonio assistemmo in diretta a quella gara storica. Ancora oggi ne parliamo come due reduci, con la stanchezza e la felicità di quella notte negli occhi.
  

LA PARTITA. INTERVISTA A PIERO TRELLINI

Piero, hai azzeccato prima di tutto il titolo. Nonostante sia solo “una” partita durante quel cammino mondiale, quella è “La” partita per una generazione, oltre che per un gruppo di calciatori. Cosa c’è per te dentro quel titolo?

C’è l’unica partita possibile. Ma è una visione assolutamente personale. Di chi segue la realtà, la storia e, in questo caso, il calcio con approcci assolutamente soggettivi e quindi discutibili. È un’assolutezza relativa. Ma il merito di quella scelta va spartito. Perché quel titolo per me racconta un’altra storia di circolarità. Quando finii il libro scrissi una lettera a Giovanni Francesio, l’attuale responsabile della narrativa di Mondadori, che diceva pressappoco: “Se mai La partita avrà un editore, probabilmente tu saresti l’unico possibile”. Poi accaddero altri fatti e non la spedii. In seguito quel titolo è cambiato più volte. Finché poi il libro è finito proprio nelle mani di Francesio, persona meravigliosa, che, senza sapere la storia, ha proposto il titolo “La partita”. Il destino non esiste ma è bello vedere il caso cosa riesce a combinare. A volte è in grado di muoversi perfettamente, come su una partitura. Quel titolo e quell’editor c’erano già prima ancora di esistere.

“La partita” è un’opera a strati e linee incrociate. Hai scelto questa struttura per un motivo di accumulo documentale da sviluppare o tutto era nato già secondo questa idea strutturale?

Avevo notato che quei novanta minuti conducevano sempre a punti fermi, senza particolari variazioni sul tema. Sapevo che la partita del Sarrià era già una storia perfetta e io non avevo alcuna intenzione di stravolgerla, semplicemente volevo raccontarla a modo mio. Tra gli elementi della partita ce ne erano molti che ai miei occhi apparivano affascinanti. A volte erano semplici istanti, apparentemente insignificanti ma mi sembrava fossero stati fin dal principio trascurati. E ho sentito il bisogno di dilatarli. Ciò che più mi premeva, però, era ricostruire le vicende nascoste dietro ciascun aspetto, anche inanimato, per ricercarne non tanto le cause quanto le origini. Per poterci riuscire lucidamente ho fissato due parametri: lo spazio e il tempo. Il primo mi ha aiutato a capire quali fossero gli elementi (il prato, un pallone, due squadre, un arbitro, dei tecnici; intorno a loro cartelloni pubblicitari, fotografi, cameraman, giornalisti, personalità, etc. ), il secondo da dove questi provenissero. Ho quindi accumulato materiali che ho poi organizzato per livelli (umano, politico, sportivo, giornalistico, tecnico, filosofico, scientifico, sociologico, etc.), in seguito ho creato mappe e ho iniziato a incrociare i dati. Naturalmente ho battuto molte strade e montato più volte le singole storie. Finché, per compensare la complessità data dal numero delle storie, ho rinunciato a una versione caleidoscopica in favore di una impostazione più rettilinea, ordinata secondo una logica temporalmente lineare all’interno della quale i singoli filoni narrativi sono tra loro alternati.

Sottintendi spesso che quella partita e l’universo che gli gira intorno cambiano il calcio e lo sport in generale. Perché pensi che quell’evento scateni effetti così potenti? E qual è l’effetto che ancora oggi perdura con forza?

Italia-Brasile non fu il giorno in cui il calcio è morto, come disse Zico in seguito, ma quello in cui scomparve una certa ingenuità Non fu solo un cambiamento tattico, ma anche una trasformazione nei valori. La partita è anche ciò che esiste attorno ad essa: la politica, gli affari, il marketing, gli sponsor. Nel giro di poco tutte le stelle di quella partita (Zico, Socrates, Cerezo, Junior) e di quel Mundial, (Maradona, Rumenigge, Boniek e Platini) si precipitarono a giocare in Italia trasformando il nostro campionato nel più bello del mondo. Ma così cambiò tutto. Il calcio perse, se non la sua innocenza, che forse non aveva mai avuto, la sua spontaneità. E si trasformò in spettacolo, business, maniera in nome delle tre esse: stelle, schemi e sponsor. Le partite vennero dilatate, i numeri di maglia esplosi, i muscoli dei giocatori gonfiati e i cori preconfezionati.

Il libro è anche un’antologia di grandi personaggi e le loro storie. C’è qualcuno che è rimasto fuori dal grande discorso su Italia-Brasile ’82?

I personaggi sono già frutto di scelte arbitrarie. Se, ad esempio, tra i giornalisti italiani parlo prevalentemente di Brera, Soldati, Arpino, Del Buono, Cancogni, Sconcerti, Pastorin e Cucci scelgo di non parlare di altri. Pertanto molti, in nome di questa arbitrarietà, sono rimasti fuori. Io ho provato ad essere esaustivo nella scelta dei mondi da rappresentare: il calcio, il business, il potere, la stampa, la politica, etc. creando poi dei sottoinsiemi. Ma nel vaglio degli elementi primari, uomini e cose, ho dovuto fare una selezione. Il risultato di questa poi è stato saggiamente falciato dalle varie sessioni di editing, pertanto alcuni filoni, molte vicende e numerosi personaggi sono scomparsi dalla storia finale. Ma può essere che un giorno torneranno in vita.

A fine libro scrivi che tutto nasce anche da una mania, nata per l’emozione che ti ha dato quel match. Questa mania ti ha fatto accumulare informazioni e cose che la riguardavano. Dopo questo libro, la mania si è almeno in parte placata oppure c’è sempre qualcos’altro da sapere e far conoscere?

Se per mania intendiamo idea ossessiva, la partita non è l’unica che ho avuto nella testa in questi anni. A livello di eventi eclatanti, come molti della mia generazione sono naturalmente rimasto impressionato dalla vicenda di Moro, dal crollo del muro di Berlino o dall’11 settembre. Ma anche, in generale, dalle guerre persiane, dalle persecuzioni di Salem, dal tardo Medioevo, da Reagan e Gobiaciov, da Woodstock, da Pollock, da Masaccio, da Kafka, da Fitzgerald, da “2001” di Kubrick o “Vertigo” di Hitchcock e da molti altri. Poi ci sono tante storie infinitamente piccole. Mi interessano soprattutto i momenti di svolta, in particolar modo quelli impercettibili, spesso casuali. L’ossessività per me è un approccio. Ti porta a non essere sazio, a chiederti “i perché dei perché”. A scoprire cose forse inutili come il numero di matricola dell’orologio Seiko di Klein o la marca che lega il percorso della palla dal piede di Cerezo a quello di Rossi nel gol del 2-1. È un approccio estremo, totalizzante, teso all’onniscienza ma sempre umanamente arbitrario. Pertanto difettoso. Scrivere però aiuta a placarla. L’area ridotta di un libro impone un limite di spazio, nel contenuto, e di tempo, nella scadenza, che obbliga a chiudere l’impresa. Ad abbandonarla. Resta sempre qualcosa nella testa e quindi, rispondendo, c’è sempre altro da voler raccontare, ma, fortunatamente, se si entra nell’assemblaggio di una ossessione successiva, il gesto spasmodico, per quanto continui a esistere, in parte si rasserena.

Su quale personaggio di Italia-Brasile 1982 faresti uno spin-off book?

Probabilmente non su un calciatore.

Il passatismo è per i poveri di spirito. Ma per te ci potrà mai essere in futuro di nuovo “La partita” per un’altra generazione, oppure il calcio ormai non ha più quella forza sociale che aveva nel 1982?

Ognuno vive i miti della propria epoca con le proporzioni indotte da questa. Sicuramente continueranno a esistere bambini capaci di restare segnati da una partita. Ma con le modalità imposte dal contesto nel quale vivranno quell’esperienza. È difficile, ad esempio, che oggi si possa parlare di spontaneità. Perché questa è agonizzante. Vedere una stella del calcio o un primo ministro che parlano con la mano davanti alla bocca è già significativo. Lo stesso vale per le reazioni plateali e innaturali delle simulazioni o le esultanze studiate a tavolino. Al fischio finale di Italia-Brasile c’è una scena semplice e bellissima. Undici giocatori alzano contemporaneamente le braccia al cielo. Le stesse sollevate da Rossi, Socrates e Falcao durante la partita. Perché questo farebbe un bambino. Mentre la coreografia di una esultanza o la platealità per una gomitata che non c’è stata fanno parte del repertorio di un attore. E se reciti non sei autentico. Ma questo è il mondo oggi. Per questo parlo di parametri. Perché se da un lato la prima vittima è proprio il giocatore, costretto a perdere la sua istintiva spontaneità in nome di linee sommerse dettate dal marketing, dall’altro ci sono gli spettatori, testimoni ordinari di vite artefatte su tutti i fronti, dai social ai reality. La finzione, l’apparenza, la malizia sono nuovi valori, nel senso che sono ormai universalmente accettati. E quindi emulabili. Lo dico senza giudizio alcuno. I nuovi protocolli imposti da chi è in scena uccidono la possibilità di assistere a una rappresentazione sentita, passionale, emozionante e autentica. La spontaneità perduta, invece, non mascherava, anzi, metteva in luce una verità. Italia -Brasile è stato uno spettacolo autentico e in quanto tale è potuto diventare, al di là dell’impresa, una esperienza totalizzante, portatrice di valori, esempi e modelli, con grandi storie di solidarietà e riconoscenza, nessuna simulazione, un gioco pulito, neanche una palla spazzata via e avversari che passavano il pallone in caso di rimessa. Oggi inevitabilmente il fair play si è ridotto a categoria finanziaria, i calciatori hanno un modo di giocare più furbo, hanno imparato a cadere, a simulare, a ostentare dolore e a contestare la volontà dell’arbitro. Una totale assenza di sportività che non può non creare disamore in chi ha visto quello che esisteva prima. Perché anche l’emozione ha le sue regole. Quando, ventiquattro anni dopo il Mundial, Grosso segnò quel gol incredibile contro la Germania fu forse l’unico momento veramente emozionante del mondiale 2006. E fu bello anche perché scuotendo la testa urlò “Non è vero, non ci credo”, una frase che rispecchiava la spontaneità di un giocatore che fino a qualche anno prima giocava in serie C1. Questo dovrebbe essere il bello del calcio. La possibilità della favola. Poi però quando la squadra vinse il mondiale ci accorgemmo che, nell’insieme, quei giocatori erano molto diversi dai campioni del 1982, perché l’Italia e il mondo erano ormai cambiati. Gli azzurri di Bearzot, celebrazioni al Quirinale a parte, festeggiarono intimamente tenendosi dentro una gioia che, come fece capire Zoff, si sarebbe sporcata nell’ostentazione. Al Circo Massimo, invece, i giocatori di Lippi ostentarono i loro corpi come gladiatori e allora fu definitivamente chiaro per tutti che, semplicemente, era passata una generazione. Per questo tutti quelli che hanno vissuto il Mundial diranno sempre: “Nel 1982 fu un’altra cosa”. Fu davvero un’altra cosa. Ma il mondo cambia ed è naturale che sia così. Nel bene e nel male. Ci sarà “La partita” per un’altra generazione. Abiterà in un altro mondo e sarà portatrice di altri valori.

In questo blog si vede e si discute di sport del passato, si recensiscono libri che hanno come tema la letteratura sportiva, si "poeta" sulle fughe, i goal, i pugni, le sgommate, si apre l'orecchio a chi vuole condividere i ricordi di una vecchia emozione ancora densa e sgocciolante dentro la pancia e la testa

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