Maradona Stories – 3

Al “Centro Paradiso” Maradona faceva molte cose strane, purtroppo non le ricordo tutte ma una in particolare non la dimenticherò mai. A un certo punto, quando erano finiti i suoi specifici lavori sul fisico per i quali era sempre molto concentrato, andava in spogliatoio e prendeva un succo di frutta, uno di quei succhi con la bottiglina di vetro. Si avvicinava a Carmando, un magazziniere o qualche compagno di squadra e li costringeva a bere. Terminato il succo, prendeva la bottiglia di vetro e si avvicinava al calcio d’angolo. La poggiava a terra, all’incrocio delle righe e sopra ci metteva il pallone.
Prendeva la rincorsa e bum, prima di interno sinistro e poi di esterno destro tirava in porta. I tiri d’interno si insaccavano al 100%, di esterno destro poteva sbagliare qualche volta, ma alla seconda prova segnava sempre. Ogni volta che gli entravano tutti e due i tiri consecutivamente iniziava ad esultare come se avesse vinto la Coppa del Mondo e noi, sugli spalti ad ammirare tutta quella bellezza, urlavamo e cantavamo come se il Napoli avesse veramente segnato un gol.

Marcantonio – Bancario

                                           Marcantonio Bancario

Maradona Stories – 2

Io allo stadio andavo poche volte. Non mi piaceva tanto perché c’era troppo casino e io ero e sono un tipo nervoso, la partita devo gustarmelo da solo, devo soffrire da solo, senza troppe distrazioni. Ovviamente nel periodo maradoniano soffrivo ancora di più e di regola mi chiudevo in camera mia e chiedevo a mia mamma di non entrare per niente al mondo, perché gli poteva arrivare pure una scarpa in faccia senza rendermene conto.
Ogni volta che andavo allo stadio negli anni di Maradona mi succedeva una cosa per cui sono ancora oggi preso in giro da tutti i miei amici. Io ero un tipo molto molto magro, adesso ho messo qualche chilo ma all’epoca pesavo sì e no 50 chili. Entravamo in curva B e ci accomodavamo. Poco prima della partita però bisognava alzarsi in piedi perché entrava molta più gente di quella che poteva starci e finivamo compressi uno accanto all’altro.
Come ti ho detto io sono un tipo nervoso e non mi mettevo a cantare e ballare insieme agli altri, ma quando partiva il coro “Oh mamma mamma mamma, sai perché mi batte il corazon? Ho visto Maradona, ho visto Maradona, eh mammà, innamorato son” e tutta la curva iniziava a saltellare, mi trovavo anch’io a saltare, compresso com’ero in mezzo alla gente, anche se non facevo niente per saltare.
Era la folla che mi abbracciava e mi portava con sé. Stavo fermo e i miei piedi si alzavano di 30 centimetri dal suolo.

Sabatino – Piastrellista

Maradona Stories – 1

Michele, uno dei parcheggiatori abusivi fuori dallo stadio San Paolo per le prime partite della stagione 1989-90 aveva chiesto quattromila lire. Noi, diligenti, abbiamo provveduto alle finanze della sua famiglia.
Il 17 settembre arriviamo al San Paolo per Napoli-Fiorentina e Michele ci aiuta a parcheggiare, scendiamo dall’auto e gli porgiamo le quattromila lire. Al che, lui fa: “No uagliù, oggi sono cinquemila lire”.
Ci guardiamo e gli chiedo: “Miché, ci hai sempre fatto pagare quattromila, perché oggi cinquemila?”.
“Oggi ci sta Maradona, ci vuole il sovrapprezzo”.
Maradona aveva risolto i problemi con la società ed era tornato da poco disponibile.
Tiriamo fuori le cinquemila lire e gli diciamo: “Miché, noi te le diamo però Maradona sta in panchina, non è detto che gioca”.
“Se non gioca, vi torno la mille lire indietro”.
Maradona quella partita per fortuna entrò (il Napoli perdeva 2-0 e poi vinse 3-2 anche se Diego sbagliò un rigore) e quella mille lire per tutti noi fu benedetta.

Alessandro – Professore di Educazione Fisica

Prime considerazioni sulla piattaforma NBA. Modelli di comunicazione e processi di apprendimento.

Sto seguendo con grande interesse sociale, politico, storico l’evolversi del concetto di platform che il mondo NBA sta sviluppando in queste settimane. Gli approcci analitici di cui sopra devono ancora attendere gli sviluppi, che stanno diventando anche concreti dopo le decisioni prese ieri, ma qualcosa si può già dire da un punto di vista comunicativo, soprattutto in relazione agli atleti, attori principali di quella che vuole diventare un’agenzia sociale influente (già per le elezioni presidenziali del 3 novembre).
I modelli comunicativi scelti dagli atleti sono essenzialmente tre.
Il primo è la keyword communication, ovvero il tentativo di passare messaggi attraverso parole chiave molto semplici da comprendere e contestualizzare. E da qui nascono le 29 keywords che si possono scegliere per le magliette, i badge, le spille, le frasi sui pannelli pubblicitari e tanto altro. Scelta perfetta in quanto la keyword communication, da sempre esistente nell’ecosfera della pubblicità e della propaganda, con il sistema di digital advertising imposto da google e con la logica di fruizione dei contenuti dei nuovi social media risponde pienamente al nostro attuale processo di ricezione-apprendimento-memoria, che richiama a sua volta la Fuzzy-trace theory. In pochissime parole la teoria dice che la cognizione avanzata umana e la relativa acquisizione di competenze vengono sempre più spesso dalle cosiddette gist representations, ovvero passaggi informativi intuitivi (come una delle scritte dietro la schiena degli atleti NBA), che sfocano il contesto e le interpretazioni possibili, ma riescono a far passare l’informazione principale e più importante.


Il secondo invece è la classica comunicazione del microfono aperto. Molti atleti utilizzano le interviste post-partita e i momenti in cui vengono intervistati dai pochi giornalisti presenti nel campus di Orlando per parlare dei temi sociali e politici. Anche in questo caso l’approccio è molto valido perché si passa dalle gist alle verbatim representations, che servono proprio a fissare soprattutto nella memoria a lungo termine le informazioni di base che hanno raggiunto l’audience con il primo modello. Servono ad eliminare quell’alone fuzzy che copre la foresta di parole chiave di cui siamo bombardati dagli schermi dei devices e quindi a mettere a fuoco i discorsi.


Infine, non potendo concretizzare in assemblee, cortei, comizi, adunate fisiche la discussione, perché chiusi nel campus di Orlando (quel FUCK THIS MAN!!!! di Lebron James su Twitter secondo me faceva riferimento anche alla clausura che frena per forza di cose i processi di discussione politica attivati con le parole. Come vediamo anche in Italia, è ancora molto importante la trasposizione fisica del leader tra la massa (non più piedinstallatto ma allo stesso livello, con il riverbero dei selfie, che servono da specchio e promessa, vabbé qui ci allunghiamo troppo), agli atleti non resta che far vibrare tutto attraverso i loro social media, ancora una volta veri e propri media agenti sull’opinione pubblica.

La strategia comunicativa dell’NBA è forte e centrata, soprattutto in una situazione di blocco della vita di relazione, ma c’è un piccolo appunto che spesso emerge. C’è un altro modello comunicativo forse ancora più forte degli altri tre che gli atleti NBA dovrebbero utilizzare di più, quello dell’esempio. Qui è semplice chiamare in causa lo psicologo canadese Albert Bandura e la teoria del modeling, secondo la quale non c’è apprendimento più significativo di quello che osserviamo nel comportamento di un altro individuo che funziona da modello. Attenzione, non parliamo di atleti da seguire come modelli di vita, per cui dovrebbero essere ligi, corretti, sempre educati, parliamo di modelli nel processo di apprendimento, in quanto quello che fanno gli atleti è fortemente significante per i temi in discussione, ovvero il razzismo e la violenza sociale. Attenzione di nuovo, non si è modelli in questo senso decidendo di devolvere tutto il proprio stipendio ad una fondazione benefica, parlo espressamente di modelli di comunicazione in un contesto nel quale sono gli atleti stessi a voler costruire un gigantesco modello di apprendimento che abbia un effetto sociale e politico (prima di tutto al voto di novembre).
Il “bitch-ass white boy” di Montrezl Harrell rivolto a Luka Doncic, lo scontro fisico a cui sono arrivati proprio Mavs e Clippers, la sfida di pura imposizione fisica fra Jimmy Butler e T.J. Warren o quella da playground fra Donovan Mitchell e Jamal Murray soprattutto in gara 1 sono dinamiche sempre esistite in NBA e nello sport americano in generale. Ma è proprio modificando queste dinamiche che si direbbe qualcosa di nuovo, modellando in maniera ancora più decisiva l’audience che segue. Mi rendo conto che si sta praticando uno sport ai massimi livelli possibili e per un traguardo che è un sogno per tutti, ma continuare a perpetuare con le azioni sul campo alcune leggi ormai classiche su cui si è fondata e si fonda la società statunitense non ha l’effetto shock che servirebbe per agire in profondità.

Officials separate the Dallas Mavericks and Los Angeles Clippers after the teams get into a scuffle during Game 1 of an NBA basketball first-round playoff series, Monday, Aug. 17, 2020, in Lake Buena Vista, Fla. (Kim Klement/Pool Photo via AP)


Per fortuna poi (da quel che si è capito anche grazie all’intervento di una finissima mente politica come quella di Obama) si è anche deciso di tornare a giocare. In estrema sintesi: esiste una piattaforma sportiva che agisce nella società senza l’azione sportiva?
Per me no. Giusto dare un segnale come quello dei Bucks e non solo, ma tornare a fare sport è necessario. Aggiungere la specificazione “di sport” accanto a “uomini” o “donne” non è una diminutio nella considerazione sociale. Anzi è solo nella dimostrazione assoluta del talento e della forza sportiva che gli atleti possono diventare modelli sociali da considerare. Picasso non si è rifiutato di dipingere “Guernica” per protestare contro i bombardamenti.