RECENSIONE A “DANIELE DE ROSSI O DELL’AMORE RECIPROCO” DI DANIELE MANUSIA

Nel libro “Daniele De Rossi o dell’amore reciproco” edito dalla 66thand2nd, il suo autore, Daniele Manusia, sceglie e palesa già nelle prime pagine un modus per chi vuole costruire storie, ovvero segnala che tutto è stato realizzato grazie all’esercizio del distacco. Riprenderei una frase di Simone Weil, curvandola verso quello di cui stiamo parlando. La filosofa francese asseriva che “Ogni dolore che non distacca, è dolore perduto”. Ma per Manusia è l’amore che non si sa distaccare a risultare perso e sciatto. Per questo motivo sceglie un calciatore (direi anche persona) e un tema, sottolineando nell’introduzione che il suo sarà uno scrivere distaccato dal calciatore e dalla persona, perché solo in questo modo si potrà riflettere davvero sull’amore, il vero centro semantico poi del libro.
Sono molto d’accordo con Daniele. In anni di “coinvolgimento obbligatorio” per poter scrivere di qualcosa, di “storie vere altrimenti la gente perde il filo”, per sviscerarne le piccole e fumose verità che ogni cosa porta con sé, sono anche io per il distacco. Il distacco non fa inquinare lo scritto dall’utile delle parole suggerite.
Restando al momento attuale, potremmo dire che non c’è persona che debba esercitare il distanziamento più di uno scrittore, per non scadere nello scrivere il solito “Due o tre cose che so di lui” o nel farsi dettare “Le 3 grandissime novità in 400 pagine che nessuno vi ha detto ancora”. Manusia per me sceglie la strada giusta.


Cos’è il libro poi è una bella scoperta. La storia di Daniele De Rossi è dettagliata, rimbalzando fra le sue parole, purtroppo sempre ad un passo dall’essere sconvolgenti in bocca ad un calciatore (gli rimprovero questo al De Rossi calciatore parlante: sembra pensare meglio di quello che poi ha detto) e i fatti di campo.
Come ho scritto in un post dedicato ad una nuova e auspicabile “critica della carne”, io adoro quando si guarda allo sport parlando del corpo. E Manusia è anatomicamente sempre acceso, scrivendo della “vena di De Rossi”, ma anche di tutte le altre parti del corpo che accompagnano la sua crescita come uomo e come calciatore, ritenendole giustamente importanti per la storia di formazione che sta raccontando.
Fin dalle prime pagine vi sentirete con un pezzetto di voi dentro un film di Truffaut e in questo modo si comprende in toto il senso del titolo. Il libro davvero parla di amore, ma rivolto verso chi o cosa?
Verso De Rossi, certo. Ma verso questo calciatore anche perché è simbolo dell’essere romano e del romanismo, che forse solo i romani capiscono. Quindi è un libro d’amore verso Roma e verso la Roma, ma anche sull’essere romano appunto, una nebulosa sentimentale che Manusia fa dipartire dal fulcro che è l’uomo in maglia numero 16.


Ma quello che appassiona è come Manusia parla di questo(i) amore(i) per la propria città e la propria squadra, annullando dimensioni valoriali che con l’amore contano davvero niente. Parla di appartenenza senza mai pensare al territorio, all’onore, al rito in quanto sacralità tramandata da chissà quale “chiesa”. Il romanismo è appunto amore, condivisione, ritualità esperita anche solo in maniera individuale. Non c’è niente di stupidamente tribale nel discorso, ma è un fluttuare di sentimenti che riemergono dai ricordi e dal percorso di una vita fatta insieme, De Rossi e chi scrive.
Scegliere Daniele De Rossi poi aiuta. In carriera è sembrato sempre giocare per un’entità non negoziabile, una grande Madre a cui tornare sempre. Nel libro c’è un quote di Walter Sabatini, in cui parlando di De Rossi dice che in lui c’è: “un groviglio mentale interessantissimo”, perché è intelligente e sensibile in un mondo che vuole i calciatori sciocchi e avidi, per sputargli poi addosso. De Rossi invece manda tutto in corto circuito. Per la prima volta parla di frasi di semplici tifosi che non lo hanno fatto dormire la notte, di derby persi per cui ha preso il muro a testate. E in tutto questo c’è anche Totti, il grande Adorato dai tifosi. In una frase classica dello stile manusiano presente nel libro, la matassa si potrebbe sciogliere in questo modo: “Totti è sempre stato il primo tra i romanisti, Daniele è stato tutti i romanisti”. Da una parte ci si inginocchia, dall’altra ci si confronta.
Insomma “Daniele De Rossi o dell’amore reciproco” è un libro zeppo di interconnessioni e nuovo da tanti punti di vista, scritto a cuore aperto da uno dei più interessanti autori di quella che ho definito Nuova Scrittura Sportiva italiana. Dire non male, no?

“QUATTRO A TRE”. INTERVISTA A ROBERTO BRAMBILLA E ALBERTO FACCHINETTI

Se dovessi descrivere in poche parole cosa è “Italia-Germania 4-3” in Italia oggi, come la definiresti?
A.F. La descriverei con poca fantasia la Partita del secolo, sicuramente di quello del calcio italiano. Dal 90′ in poi non esiste una gara del genere a quei livelli, cioè ad una semifinale mondiale.
R.B. Per i tedeschi la semifinale del 1970 con l’Italia è una sconfitta che brucia, soprattutto per come è maturata tra mille emozioni e altrettanti rimpianti, non ultimo l’arbitraggio di Yamasaki. Non è un caso che di fatto su quella partita non esistano monografie.



Scrivendo il libro, cosa hai scoperto che ancora non conoscevi di questo mito sportivo?
A.F. Io e Roberto Brambilla abbiamo scoperto molte cose che non conoscevamo, soprattutto particolari minori di biografia meno conosciute in Italia. Dall’arbitro Yamasaki e il suo maestro italiano De Leo ai giornalisti presenti in tribuna stampa. Poi c’è tutta la parte tedesca che in Italia non è mai stata raccontata nei dettagli.
R.B. Più di una, per esempio la storia del bendaggio di Franz Beckenbauer e dell’uomo che gliel’ha “ideato” (Erich Deuser) o la rivalità, poi diventata amicizia tra Uwe Seeler e Gerd Müller.

C’è nella storia dello sport italiano qualcosa che si può avvicinare per impatto sull’immaginario collettivo a Italia-Germania 4-3?
A.F. Una partita simile potrebbe essere Italia-Brasile del 1982. Ma non é la stessa cosa. La Partita del secolo è diventata molte altre cose che coinvolgono cinema, tv, musica, teatro, università, mostre. Solo per questo cinquantennale sono stati scritti 5 libri, compreso il nostro. Non ci sono paragoni.
R.B. Credo tre partite: la vittoria sull’Inghilterra nei quarti di finale di quel Mondiale, la semifinale mondiale di Spagna ’82 e soprattutto il 7-1 di Brasile 2014 contro il Brasile.



Chi fu il migliore in campo per l’Italia in quella partita?
A.F. Domenghini e Boninsegna furono encomiabili. Riva, che fece il più bello dei sette gol, non giocò una gran partita. Capitan Facchetti lo stesso.
R.B. Rivedendola tutta dico Uwe Seeler. Tanto movimento, giocate intelligenti, lui c’è sempre nelle azioni che contano.

C’è un elemento tattico, tecnico e di sviluppo del gioco di cui si parla poco in relazione a quella partita?
A.F. Quale tattica? Diventò la Partita del secolo grazie ad una assenza totale di tattica. Va detto che a livello tecnico in campo c’erano calciatori di valore assoluto, Palloni d’oro in carica e in fieri da entrambi i lati.
R.B. Il ruolo di Wolfgang Overath. È un giocatore eccezionale, un regista finissimo che sa pure concludere. Prende una traversa, ma soprattutto è il vero uomo di costruzione della Germania Ovest, in particolare dopo l’infortunio di Beckenbauer.

Il gol del 4-3 per gli azzurri siglato da Gianni Rivera nella semifinale tra Italia e Germania durante i campionati del mondo di Messico ’70, allo stadio Azteca di Citta’ del Messico. ANSA



Voi avete raccontato anche quello che c’era intorno al campo di calcio in quel momento. Ci puoi riportare in breve le sensazioni e le emozioni di chi ha assistito a quella partita?
A.F. Noi abbiamo cercato di raccontare soprattutto il pallone e i suoi protagonisti, cercando di mettere di mettere il campo da calcio al centro del villaggio. A livello emotivo già da subito fu un momento forte. Martellini quasi svenne al momento di chiudere la telecronaca. Rivera e Lago per qualche minuto pensarono che il gol decisivo fosse stato realizzato dal rossonero con il sinistro.
R.B. Una continua tensione, la voglia di vedere come va a finire che ha fatto rimanere svegli due Paesi e i sentimenti oscillanti tra la speranza e la disperazione (sportiva).

Fra 50 anni cosa sarà Italia-Germania 4-3?
A.F. Tra 50 anni sarà ancora “El partido del siglo”. In attesa di trovare quella di questo secolo.
R.B. Una partita mitica come lo è ora. Con una sola differenza, quella di non avere più le persone che potranno raccontare direttamente la cosa più importante di quella semifinale: le emozioni.

RECENSIONE DE “LA SQUADRA CHE SOGNA” DI GIUSEPPE PASTORE

Quante cose è il libro di Giuseppe Pastore, “La squadra che sogna” (66thand2nd Edizioni) sull’Italia del volley negli anni ’90. È la storia di una squadra sì, ma che squadra è? È una squadra dello spirito più che della carne o delle idee, anche se Pastore è bravo anche a scrivere di spalle spinzate, polpacci sfibrati e polsi sfilacciati, mentre lascia stare il volley da lavagnetta o da tablet e forse fa anche male. È una squadra che ci ha accompagnato in tutti gli anni ’90, che fanno da contrappunto nel libro con la loro carica rivoluzionaria di cui oggi forse comprendiamo la portata perché ci stiamo finalmente abituando tutti alle novità (prima fra tutte, l’esistenza digitale). Ed è una squadra-gruppo, a cui non eravamo e non siamo abituati. Soprattutto in Italia il gruppo-squadra è una sfera, con piccole irregolarità certamente, ma che rimbalza sempre con una più che buona approssimazione. Quella invece Pastore ce la presenta per quello che è stata, ovvero una squadra di singoli, ognuno con una sua forte e cocciuta personalità, che insieme formavano un dodecaedro il quale non riuscivi mai a capire dove rimbalzasse.
Il racconto non ha salti temporali né strani imbuti narrativi. Chi segue Pastore su Gazzetta, l’Ultimo Uomo e anche sui social conosce la sua capacità di cogliere un dettaglio per far discendere alla massima velocità il lettore fra le rapide delle diverse storie connesse a quella scintilla, una capacità tutta sua con la quale ti porta dove vuole, sempre però sano e salvo e mai in confusione. In questo libro espande per più pagine questa capacità, riempiendo di dettagli e parole che a volte sembrano piccole una vicenda enorme per lo sport italiano e non solo.


Diventa così grande anche perché quella squadra arriva in un momento di passaggio epocale per l’intero sport professionistico e per la pallavolo in particolare. Da sport “orientale” per eccellenza, noi arriviamo appena dopo la prima forte spallata USA e lo facciamo diventare globale, assecondandone la parabola storica naturale, ma anche forzandola con tutta una narrazione sul nostro artigianato sportivo di provincia di altissima qualità, una sorta di made in Italy del prodotto sportivo d’eccellenza, secondo cui all’atleta non basta il talento di un calciatore o di un corridore per vincere, per non parlare di quello che poi vi aggiunge Velasco, con le parole da guru ma anche con le scelte rivoluzionarie come i 12 titolari o i cambi forsennati. Diventiamo un laboratorio per l’intero sport, anzi un’enorme cucina, quello che poi in effetti pensano di noi. C’è uno chef che ha nuove idee, tanti ingredienti buonissimi, bisogna saperli miscelare alla perfezione, altrimenti la maionese impazzisce. Se il Dream Team di basket è un negozio di gioielli, noi siamo una vetreria di Murano.
L’autore da grande spazio a Velasco. Correttamente. Velasco, da non italiano, allenando la sua squadra fa un discorso su di noi, chiedendoci di adattarci e cambiare. Nel libro è ben tratteggiato questo che è una sorta di esperimento sociologico su un panel strettissimo (i giocatori di volley italiani). Velasco vuole mettere in subbuglio tutti i punti cardinali del nostro vivere in gruppo. La prima cosa sono gli alibi, molto più difficile da abbattere rispetto ai limiti. Per chi ha vissuto millenni fra le gambe dei colossi, oggi è molto più facile farsi prendere in braccio che cercare di arrampicarsi. Ma mette alla prova il gruppo non solo spronandolo a pensare in maniera differente, ma anche con scelte pratiche. Ad esempio sceglie due leader tattici alternativi (i palleggiatori Tofoli e Vullo e poi Tofoli e Meoni). Un grave errore nel paese più cesarista fra le democrazie occidentali. Eppure lui ci prova, così come all’improvviso elimina dal suo gruppo il leader caratteriale, Andrea Lucchetta. Anche qui l’italiano vero si sarebbe tenuto stretto chi ne fa le veci e riporta la voce in un gruppo, facendosi aiutare a guidare il gruppo stesso. Ma non Velasco.


Altra parte molto bella del libro è quella dedicata all’Olimpiade di Barcellona. Pastore descrive i fatti ma soprattutto cerca di far capire che cos’è un’Olimpiade per lui, ma anche per quegli atleti di cui parla, avendoli conosciuti così bene. In sintesi si può dire che è un viaggio dentro se stessi, una frase che si usa spesso, nella maggior parte dei casi per i reality show, il che ne spiega subito il valore. In questo caso invece è usata con cognizione, perché il partecipare ad un’Olimpiade con la possibilità di vincere è quanto di più colossale c’è oggi. La lotta è contro i limiti e le scorciatoie. Per vincere bisogna essere meglio di quello che siamo, non sfuggendo alla strada da percorrere di cui non si vede la fine. Quasi tutti tornano indietro.
Infine Pastore scioglie con un ottimo spunto il nodo più complesso in relazione a quella squadra, ovvero il rapporto fra vittoria e sconfitta. Lo scioglie scegliendo ma non citando il Pasolini, che da cinefilo è più vicino a lui, quello del 1967 alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, in cui parla di morte e montaggio. Pastore chiude il libro con la morte di quella squadra, la sconfitta alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996. Solo quella morte, ci dice Pastore in questo modo seguendo Pasolini, da senso al caos semantico di quel gruppo (e di quel tempo insieme, se parliamo di cinema). Quella morte ad Atlanta “compie un fulmineo montaggio della nostra vita” e per nostra Pastore intende sia di quella squadra straordinaria ma anche nostra in quanto tifosi e semplici uomini e donne che hanno assistito. Una squadra di vincenti che viene definita da una sconfitta, uno dei modi migliori nello sport per essere ricordati.

NEGRI. INTERVISTA A FRANCESCO GALLO

I Negri sono ancora fra noi. Questa potrebbe essere una frase che sintetizza il prima e il dopo del “caso Floyd” negli USA. Dopo averne studiato in profondità il percorso storico, come valuti nel suo complesso il problema razzismo in USA?
Il razzismo in America è un virus che uccide più di quanto abbia fatto il Covid-19. È un male davvero difficile da estirpare perché è annidato nelle radici stesse della nazione. Quelle che gli americani nella Dichiarazione d’Indipendenza ritengono “evidenti verità”, ovverosia “che tutti gli uomini sono creati uguali”, in realtà non sono mai state riferite agli afroamericani. Infatti, a differenza di quei milioni di europei che partirono alla volta delle Americhe di propria spontanea volontà, in fuga da fame o persecuzioni politiche e religiose, gli africani che per oltre due secoli sono giunti sulle coste del Nuovo Mondo vi sono stati portati con la forza e in catene per essere sfruttati come schiavi. Il cosiddetto sogno americano dei bianchi, come ha argutamente precisato Malcolm X nel 1964, corrispondeva all’«incubo americano» di moltissimi neri.

I primi esponenti dello sport si sono mossi sui social media in questa fase. Quanto contano per te quelle voci nella società americana?
Muhammad Ali negli anni Sessanta ebbe l’attenzione di stampa e televisione per poter urlare a gran voce che tutti gli uomini, a prescindere dal colore della pelle, sono nati liberi. Oggi molti sportivi, come LeBron James, Colin Kaepernick, o anche il sempre attivissimo Kareem-Abdul Jabbar, grazie all’utilizzo dei social, hanno la possibilità di raggiungere l’attenzione di un numero incalcolabile di persone. Parlano quasi ogni giorno a milioni di seguaci, influenzandone spesso mode, scelte e opinioni personali. Ecco perché ritengo la loro scelta di schierarsi contro violenza, razzismo e altre tematiche simili sia molto coraggiosa, se non addirittura un cosiddetto “atto dovuto”.

Quale può essere almeno nel medio termine la valenza e il ruolo degli atleti in relazione al tema del razzismo nell’America contemporanea?
Ripeto: sono dei campioni, delle icone dello sport che trascendono talvolta la “questione razziale”. Michael Jordan, per esempio, in quanto icona sportiva, è stato il primo atleta afroamericano a sdoganare l’immagine dello sportivo “negro” agli occhi dell’America bianca. Alla fine degli anni Ottanta divenne “normale” che appeso nella cameretta di milioni di adolescenti ci fosse il poster di MJ. Anche se “His Airness” non si è mai schierato pubblicamente e politicamente dalla parte delle minoranze oppresse degli afroamericani, ha indirettamente permesso, ad atleti come Lebron o Serena Williams, di godere dell’onda lunga del suo successo “trans-razziale” (chiedo scusa per la brutta parola) e quindi influenzare, attraverso le loro campagne di sensibilizzazione, soprattutto i più giovani. Dovrebbero essere proprio loro il futuro di un’America e di un’epoca — si spera — postrazziale.


Pensi che gli atleti di oggi che meglio sappiano comprendere e trovare le parole giuste per parlare e proporre soluzioni per queste vicende, possano aspirare ad un ruolo istituzionale molto importante in futuro?
Lo spero. Anche se, ovviamente in forme differenti, siamo tutti in attesa di un nuovo Muhammad Ali che a 60 anni e con il morbo di Parkinson dilagante, nei giorni subito successivi all’attacco delle torri gemelle, inaugurò un tour in alcune città americane per mostrare la faccia “buona” dell’Islam invitando al dialogo con gli arabi-americani. Certo, all’epoca fu Bush che invitò l’ex campione, oggi con Trump (che qualche anno fa ha richiesto l’espulsione di Kaepernick e oggi minaccia l’uso delle armi) la vedo molto più difficile. Vedremo.

Dec 8, 2014; Brooklyn, NY, USA; Cleveland Cavaliers forward LeBron James (23) wears an ” I Can’t Breathe” t-shirt during warm ups prior to the game against the Brooklyn Nets at Barclays Center. Mandatory Credit: Robert Deutsch-USA TODAY Sports

Non c’è il pericolo che negro e atleta negro siano percepite come due entità troppo diverse rispetto al passato?
Bella domanda. Il pericolo c’è e diventa evidente soprattutto se gli atleti afroamericani si limitano soltanto a giocare. Con questo non voglio dire che tutti debbano sentire sulle spalle il peso di questo dovere sociale, ma sicuramente gioverebbe maggiormente alla causa. Non ritengo l’America un grande paese, ma sicuramente è un paese molto grande. Proprio per questo esistono realtà molto differenti e in contrasto tra loro. Oggi, come cent’anni fa, per parte dell’America bianca, soprattutto la peggiore, quella seguace dei suprematisti bianchi (che oggi contano milioni di adepti, spesso reclutati attraverso internet) è del tutto normale esultare per una medaglia d’oro alle Olimpiadi, una schiacciata a canestro o per un fuoricampo eseguito da un atleta afroamericano. Ma, paradossalmente, è altrettanto “normale” esigerne l’espulsione dal paese, anche in maniera violenta e fisicamente definitiva.

Pensi che lo sport possa anche fermarsi di fronte al problema razzismo in USA?
Potrebbe, ma non so fino a che punto servirebbe. Purtroppo non è una questione di educazione, il razzismo in gran parte dell’America fa parte del tessuto connettivo della nazione e della cultura stessa. È molto difficile prevedere ciò che mi chiedi, così provo a risponderti con una domanda: è stato un bene che Jesse Owens abbia infine deciso di partecipare alle Olimpiadi di Berlino ’36, dimostrando a Hitler che non esisteva alcuna superiorità della razza ariana, oppure sarebbe stato meglio che per protesta fosse rimasto a casa boicottando i Giochi? Allo stesso modo: Tommie Smith e John Carlos, sono riusciti a veicolare il messaggio dell’oppressione dei neri salendo col pugno alzato sul podio di Città del Messico, oppure la questione sarebbe emersa con ancor più forza se non si fossero presentati affatto?

Police hold off protesters during a solidarity rally for George Floyd, Sunday, May 31, 2020, in the Brooklyn borough of New York. Protests were held throughout the city over the death of Floyd, a black man in police custody in Minneapolis who died after being restrained by police officers on Memorial Day. (AP Photo/Wong Maye-E)


Cosa differenzia gli atleti negri di oggi rispetto a quelli di ieri?
Quelli di oggi si ritrovano sicuramente la strada spianata da quelli di ieri. Devono tutti ringraziare i loro predecessori, cominciando quantomeno da Jackie Robinson in poi. Oggi, però, anche se hanno avuto più possibilità e meno limiti legati al colore della loro pelle, sono posti di più sotto una lente d’ingrandimento. Per loro vale la lezione di Spiderman: le loro parole, i loro gesti, hanno un peso diverso, forse maggiore, rispetto ai loro padri e ai loro nonni, quindi hanno sicuramente maggiori responsabilità verso chi li osserva e tifa per loro.

Qual è la figura nel tuo documentario che più e meglio dovremmo riscoprire oggi alla luce di quello che sta succedendo?
Forse Jackie Robinson e Althea Gibson. Un uomo e una donna che, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, in piena segregazione razziale, sono riusciti con mazza da baseball e racchetta in mano, a dimostrare che sui campi da gioco, così come nella vita di tutti i giorni, non contano né la razza né il colore, contano soltanto il rispetto, la dignità e la capacità di stare al mondo come esseri umani.

Faresti una modifica/aggiunta al tuo doc in relazione alle vicende che stanno accadendo. Se si, quale?
Purtroppo, e sottolineo purtroppo, non credo ce ne sia bisogno. Aggiungere le terribili immagini dell’omicidio di George Floyd, o quelle di risposta violenta che si stanno registrando in questi giorni di fine maggio, andrebbe soltanto ad aggiornare il triste e drammatico “elenco” di episodi simili che di fatto in America si susseguono anno dopo anno. Perché non dobbiamo dimenticare che per ogni caso alla George Floyd, che è diventato immediatamente d’impatto mediatico, ne esistono altri cento o mille che non vengono filmati o denunciati allo stesso modo. L’unica modifica che farei, e che non c’entra nulla con le vicende di questi giorni (e quindi neanche con la domanda che mi hai posto) sarebbe solo per la scomparsa di Kobe Bryant. Il documentario l’ho finito di montare a fine dicembre, quando lui era ancora vivo e quando ancora non c’era questa pandemia. Il mondo di 5 mesi fa, con Bryant presente e il Covid-19 assente, era forse migliore, sicuramente diverso. Solo che non lo sapevamo.