Benvenuti e Mazzinghi, “I due nemici”: intervista ad Andrea Bacci

Dopo aver letto “I due nemici”, libro di Andrea Bacci, insieme a Dario Torromeo la migliore penna puglistica d’Italia, mi è venuta voglia di fare quattro chiacchiere con Andrea. Ecco l’intervista su due campioni, ma anche su un ambiente, un’idea di sport e un fenomeno sociale che oggi non esiste più.

Il periodo Mazzinghi-Benvenuti è stato davvero per te il momento migliore della nostra boxe?

Se sia stato davvero il periodo migliore in assoluto non so, certamente è stato un tempo di grandissimi atleti, di stadi e palazzi dello sport pieni, di prime pagine dei giornali dedicati alla boxe. Un periodo davvero d’oro che quasi sicuramente non potrà più tornare in futuro

Nel libro tu riesci a sottolineare pregi e difetti di ognuno dei due, senza sbilanciarti secondo le tue preferenze. Lo faresti dopo questa domanda?

Benvenuti lo conoscevo di più perché è molto più facile reperirne immagini su internet. Un pugile dalla classe cristallina e dai colpi magnifici, penso al gancio sinistro e al montante destro. Il libro mi ha dato l’occasione di conoscere appieno anche Mazzinghi, lottatore indefesso dal ritmo infernale. Poca cura alla difesa e cuore e coraggio. All’epoca mi sarebbe stato difficilissimo scegliere per chi tifare!

Secondo te Mazzinghi poteva andare anche oltre quello che ha raggiunto? Se sì, cosa lo ha frenato?

Mazzinghi è stato un pugile straordinario, ha avuto una carriera importante cui è mancato l’unico grande squillo nella categoria dei pesi medi, cosa che è riuscita a Nino. Ha fatto cose straordinarie, ma si è purtroppo per lui imbattuto in uno come Benvenuti che, forse, qualcosina più di lui aveva.

Nino Benvenuti è il nostro pugile più noto e importante nella nostra storia. Per te ha fatto errori nella sua carriera o è stato gestito come doveva essere fatto?

Benvenuti è stato gestito in maniera mirabile, senza fretta e con grande costanza nel farlo crescere. Dopo l’oro olimpico gli si poteva far bruciare subito le tappe, ma sarebbe finito prima anche lui. L’ unico errore è stato non accorgersi che il suo tempo stava per scadere anche prima che arrivasse Monzon, perché un paio di vittorie le aveva conquistate solo con il colpo singolo dettato dall’esperienza. Contro Monzon sarebbe servito molto di più.

Per te, se di nuovo un italiano va in USA e vince il campionato del mondo, la boxe in Italia riprende vita oppure serve qualcos’altro anche solo per ripartire?

La boxe italiana ha bisogno di grandi investimenti economici. Quasi nessun pugile italiano vive di sport e se devi fare un altro lavoro per vivere difficilmente riesci a crescere. Adesso è arrivato un grande organizzatore inglese, Eddie Hearn, quello dei centomila paganti a Wembley. Speriamo serva.

Fra quelli con cui hai parlato del match fra Mazzinghi e Benvenuti, chi ti ha narrato l’aneddoto più particolare, perché magari era presente all’evento?

Gli articoli e i commenti sui due personaggi di Maurizio Mosca sono stupendi. Dei veri tocchi di grande giornalismo sportivo. Mosca non si merita davvero di essere ricordato solo per aver fatto il pagliaccio con il pendolino a pronosticare le partite di calcio…

Sei gol di separazione: primo podcast sulla storia del calcio

Insieme ad Alessandro Mastroluca e Francesco Gallo, ho scritto la prima puntata del podcast 6 GOL DI SEPARAZIONE, il primo podcast sulla storia del calcio e non solo.

Si vuole partire da un gol, per poi innterconnettere sei storie. In questa prima puntata si parte dal millesimo gol di Pelè, per parlare di Antonio Annarumma, i tre fratelli Edu, Nando e Zico, il tropicalismo e tanto altro ancora.

Qui per ascoltare la prima puntata: https://www.spreaker.com/user/roosterproduzioni/il-millesimo-gol-di-pele_1

 

 

Sarri, Marcos Alonso e il falso tres

Sarri riesce sempre in una cosa che pochi altri allenatori hanno. E tornando al discorso di Sarri e Guardiola, con le loro influenze e voglia di emularsi e superarsi, questo vi rientra perfettamente. È capace di comprendere le qualità dei suoi calciatori e di adattare il suo gioco, che ha allo stesso tempo dei dettami didattici molto chiari e standardizzati, a queste nuove qualità con cui deve lavorare.
Per fare un esempio semplice, quando era all’Empoli capì che Saponara da mezzala centrale sarebbe stato importante e costruì la sua squadra con quel perno centrale necessario. Lo ripropose per due partite al Napoli, ma Insigne e Hamsik avevano tutt’altre caratteristiche da esaltare, per questo virò verso il 4-3-3. Oggi al Chelsea uno degli esperimenti più interessanti che sta portando avanti riguarda Marcos Alonso.
Di laterali difensivi che entrano nel campo ne abbiamo già alcuni di notevole spessore. Basti citare il Marcelo di Zidane o anche Kimmich, cresciuto con queste caratteristiche da Guardiola. Ma con Marcos Alonso, Sarri sta estremizzando il concetto e creando un nuovo standard.
Se ci si sofferma sul secondo gol che il Chelsea ha segnato al Bournemouth e sempre al secondo gol segnato al Cardiff, questa nuova idea di laterale-mezzala è evidente.
In tutti e due i casi Marcos Alonso è in posizione di mezzala, raggiunta partendo dalla sua posizione, liberando quello spazio, che classicamente è del laterale, per la punta esterna, che riesce a prenderlo in velocità. Quando Marcos Alonso poi dalla sua posizione centrale allarga il gioco in fascia, la punta esterna è fin da subito molto pericolosa, e può o puntare alla porta come per il gol di Hazard al Bornemouth o servire al centro come ha fatto Pedro per il gol di Hazard contro il Cardiff.
In questo utilizzo del laterale di difesa, vedo dei principi ripresi dal cosiddetto falso nueve, concetto che poi viene da lontano, almeno da Hidegkuti, se non prima, ma che Guardiola ha estremizzato e cesellato con Messi al Barcellona. Come per il falso nuove, il falso tres ha una posizione in campo che nella fase di costruzione di manovra deve presidiare, ma nel momento dell’accelerazione della manovra stessa e della rifinitura dell’azione per puntare alla porta avversaria, deve abbandonare, entrando nel cuore del gioco, e lasciando lo spazio libero per un inserimento in velocità. In questo modo Marcos Alonso con i suoi piedi da centrocampista diventa fondamentale per la rifinitura dell’azione, ma ancora più importante diventa lo spostamento che fa, nel quale manda in confusione il laterale avversario, che non sa se seguirlo o restare in posizione. Quella che Sarri sta esaltando grazie ai piedi e all’intelligenza di Marcos Alonso è una situazione di gioco sicuramente contemporanea (attenzione però, i terzini dell’Italia fanno ancora i cross a parabola senza nemmeno arrivare sul fondo), ma la sta già spingendo verso il futuro.
L’idea del “centravanti è lo spazio”, come disse lui stesso quando gli chiedevano come avrebbe fatto con Higuain alla Juve e Milik infortunato, la sta riproponendo in un’altra parte del campo, con effetti ancora una volta devastanti per gli avversari.

Questo il gol di Hazard contro il Bournemouth

https://www.youtube.com/watch?v=DCpZ-odoKrQ
Questo il gol di Hazard contro il Cardiff

https://www.youtube.com/watch?v=4TK3zGZRR_E

Vuoi vedere che il numero 10 deve giocare vicino alla porta?

Mi è rimasto impresso il gol e la partita di Lorenzo Insigne di sabato contro la Fiorentina. Ancelotti lo ha spostato più al centro nell’attacco partenopeo, proponendo un 4-4-2, grazie alla possibilità di avere un calciatore duttile come Callejon come esterno a destra.
Insigne ha giocato un’ottima partita, ha segnato un bellissimo gol e il Napoli ha vinto bene, silenziando una Fiorentina che era partita in campionato a spron battuto.

Unendo questa considerazione ad un ricordo, ovvero il gol di Baggio in Portogallo nel 1993, in un certo senso simile a quello di Insigne, ho pensato: “Ma vuoi vedere che i numeri 10 dovrebbero giocare più vicino alla porta, invece che in fascia, dove ormai sono irrimediabilmente posizionati?”.
Prendiamo i 10 che sono stati convocati nelle ultima due partite della Nazionale in Nations League. Insigne, Bernardeschi e Berardi giocano in tre squadre diverse ma tutti in posizione laterale in un attacco a 3. Insigne a sinistra, entra di più nel campo anche ad inizio manovra, a Bernardeschi Allegri invece richiede tanta qualità in fascia e movimenti a creare disordine nelle difese avversarie, Berardi appoggia di più la punta centrale, cercando in primo luogo di aprirgli spazio. Nessun dei tre è però determinante nel momento in cui la palla arriva nei pressi dell’area di rigore, compito demandato al centravanti e anche alle due mezzali brave nell’inserirsi.

Il 10 in fascia, ormai classico del calcio italiano, forse nasce da un cattivo intendimento del processo guardiolano. Il Barcellona di Guardiola al suo apice, nel 2011, aveva Messi centrale, Pedro a sinistra e Villa a destra. Il 10 c’era ed era al centro dell’attacco. Pedro è un’ala quanto più vicina all’ala classica di gentiana memoria e non una mezzapunta da ultimo passaggio, così come Villa è una classica seconda punta, che invece Guardiola è riuscito a riconvertire in esterno, capace però di essere sempre presente in area, grazie al fatto che Messi occupasse poco l’area di rigore, svariando tanto sulla trequarti.
Prendendo in blocco non tanto l’idea guardiolana, quanto la sua semplice applicazione, diffondendo a pioggia il 4-3-3, abbiamo pensato che in fascia dovesse andare il numero 10, affinché creasse gioco e servisse assist al centravanti o all’esterno sul lato opposto. Ma a ben vedere nel Barcellona era il 10 in posizione centrale a fare questo lavoro e anche a fare caterve di gol grazie anche alla posizione molto più vicina alla porta.

Appunto: e Hazard con Sarri, oppure Neymar? Vero, loro sono due numeri 10 posizionati all’ala. Ma Hazard ha doti da 10 e da 11 insieme, ha la visione del grande rifinitore, abilità da goleador e anche lo spunto nei primi cinque metri che spiana tutto. Lui è troppe cose per ribaltare il discorso. Neymar al Barcellona ha dovuto adattarsi alla squadra di Messi. Ma lui è un 10 che vuole giocare vicino alla porta e nel PSG lo sta facendo.
Noi invece in un’evoluzione del genere siamo ancora molto indietro e sembra proprio il giusto percorso di Carlo Ancelotti, ovvero l’uomo che non ha voluto il Baggio di cui sopra al Parma, perché non sapeva dove metterlo nel 4-4-2, poi però con il Milan giocava serenamente con tre numeri 10, Pirlo, Seedorf e Kakà. Sarà Carlo Ancelotti insieme ad Insigne a farci riportare il 10 dove forse deve stare, ovvero nei pressi della porta, affinché riesca a fare gol di questo tipo?

In questo blog si vede e si discute di sport del passato, si recensiscono libri che hanno come tema la letteratura sportiva, si "poeta" sulle fughe, i goal, i pugni, le sgommate, si apre l'orecchio a chi vuole condividere i ricordi di una vecchia emozione ancora densa e sgocciolante dentro la pancia e la testa

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