INTERVISTA A DANIELE MANUSIA. DE ROSSI, IL ROMANISMO E ALTRO.

Partirei con una domanda secca. Che giocatore è stato Daniele De Rossi? Non tanto nella storia della Roma ma nel contesto calcistico in cui è venuto fuori e poi è cresciuto?
A domanda secca, risposta secca: uno dei migliori centrocampisti al mondo della sua generazione, negli anni in cui era al massimo della forma. Risposta meno secca: De Rossi è stato almeno due giocatori diversi. Inizialmente un tipo di centrocampista box-to-box che nel calcio di inizio secolo poteva essere considerato modernissimo, con un raggio d’azione che andava dalla sua area fin dentro quella avversaria, con un gioco senza palla tra i migliori in assoluto e delle letture offensive di ottimo livello. Fare paragoni non serve a niente quando si parla di calciatori unici ma, per capirci, insieme a Gerrard e Lampard era uno dei migliori al mondo in un immaginario 4-2-3-1 che andava di moda intorno agli anni ‘10. Poi con Luis Enrique ha arretrato il proprio raggio d’azione (in pochi ricordano che giusto due anni prima con Spalletti aveva avuto la sua stagione più prolifica, andando in doppia cifra tra campionato e coppe), esaltando un’attitudine difensiva che però aveva da sempre. Non parlo solo di come copriva lo spazio davanti alla difesa ma anche di come si inseriva nella cerniera difensiva per rimpiazzare un centrale uscito dalla posizione o semplicemente fare da quinto sui cross. Se questo De Rossi difensore-aggiunto è quello che ci ricordiamo, secondo me non dobbiamo sottovalutare le sue doti tecniche e la capacità di incidere nella metà campo offensiva, soprattutto in partite importanti (anche in Nazionale).

Non ho mai capito se era un calciatore troppo in ritardo per un calcio che si stava discostando rispetto alle sue skills principali, se invece ha saputo portare le sue caratteristiche in una dimensione pienamente contemporanea oppure se era un giocatore semplicemente fuori dal tempo, in assoluto un valore aggiunto sempre. Tu che ne pensi?
Secondo me si è adattato moltissimo agli allenatori che ha avuto. Con Spalletti è stato davvero un giocatore completo come pochi, in perfetta linea con il calcio di quegli anni (immagina un City con De Rossi e Yaya Touré in mediana, sarebbe stato forse il centrocampo più forte al mondo, ai tempi di Mancini); poi però quando i ritmi del calcio hanno accelerato e i suoi hanno rallentato è diventato più riflessivo e intelligente, svolgendo compiti simili anche in strutture diverse come quella di Conte, Spalletti (alla seconda esperienza) o Rudi Garcia, facilitando la costruzione del gioco dal basso e difendendo in alto (che mi pare siano le due caratteristiche che si sono accentuate di più nel calcio in questi anni).



C’è un momento specifico in cui hai iniziato ad amare De Rossi e quello che voleva dire per la tua squadra?
Forse per via del fatto che eravamo coetanei i miei ragionamenti su De Rossi non erano quelli tipici che facevo sui calciatori della Roma (come spiego pure troppo a lungo nel libro). Voglio dire che è stato più avanti, quando mi sono reso conto che era ormai una bandiera e che si era sempre comportato in un certo modo, in quel momento ho iniziato a sentire una specie di orgoglio – parlando di “orgoglio” non vorrei scadere nel retorico, mi riferisco a quella sensazione che è la cosa più vicina a percepire un qualsiasi tipo di identità allargata che io abbia sperimentato. Poi quando una parte di tifosi ha iniziato a criticarlo mi sono accorto che lo difendevo sempre, perché pensavo di capire quella specie di tensione costante con cui giocava, che era anche mia, della mia generazione.

Amare un calciatore o un personaggio dello spettacolo, insomma qualcuno che ci accompagna per un periodo di tempo della nostra vita, riconoscendone il valore come professionista del suo settore e anche come persona, accade perché riscontriamo in lui qualcosa a cui siamo vicini, un elemento di comunanza oppure lo iniziamo a seguire perché è diverso da noi?
Non per forza, io ammiro molti artisti diversissimi da me. Anche tra i calciatori ammiro molte donne o giocatori che vengono da Paesi e culture diversissime. Riconosco in loro qualcosa, che mi piace o che è mio, ma non dipende dall’età o dal luogo di nascita (né tanto meno dal colore della pelle o dall’identità sessuale). Per De Rossi in realtà ho provato molte cose simili a quelle che ho provato mentre scrivevo di Cantona, solo che qui si aggiunge il ricordo personale e un’atmosfera culturale che ho vissuto in prima persona. Penso sia una questione di “valori”, ma anche in questo caso non si tratta di idee preconfezionate, quanto applicazioni pratiche di concetti come “lealtà”, “coerenza” etc. Si può essere tutte queste cose nel modo sbagliato (puoi essere leale a una causa sbagliata, puoi essere coerente a una stronzata) ma De Rossi, come Cantona, lo è stato in un modo che ha generato in me un’ammirazione che ha trasceso l’ambito sportivo. Poi ovviamente c’è il calcio giocato. Non voglio dire che non potrei scrivere di un calciatore che non stimo umanamente quanto DDR, ma qualcosa di profondo che esprime quella persona vorrei coglierlo. Poi non so se ci sono riuscito, ma la mia illusione è questa, altrimenti non potrei proprio scrivere.

Foto Luciano Rossi/AS Roma/ LaPresse 13/04/2019 Roma ( Italia) Sport Calcio Roma – Udinese Campionato di Calcio Serie A Tim 2018 2019 Stadio Olimpico di Roma Nella foto: esultanza Edin Dzeko Photo Luciano Rossi/ AS Roma/ LaPresse 13/04/2019 Roma (Italy) Sport Soccer Roma – Udinese football Championship League A Tim 2018 2019 Olimpico Stadium of Roma In the pic: Edin Dzeko celebrates



Per te De Rossi è un modello che sa meglio ispirare o da seguire in maniera più conforme?
Forse fuori da Roma non si capisce bene quanto fosse ambiguo il “simbolo” De Rossi: piace a persone diverse che ci vedono cose diverse. Ad esempio, per me non è affatto l’icona dell’uomo virile e duro, perché significherebbe rifiutare le numerose manifestazioni di sensibilità e intelligenza che ne fanno una persona e un personaggio complesso, magari anche contraddittorio. Se ho capito bene la tua domanda penso che DDR possa essere d’ispirazione a molti, per come ha vissuto il suo amore per la Roma e per come è rimasto “romanista” nei momenti difficili quanto in quelli felici; ma per il resto è una persona piuttosto riservata. Anche se è stato un leader non ha mai fatto il “capopopolo”, il potere non gli interessa di per sé (questo tra l’altro mi pare molto anticonformista in Italia).

Bisogna parlare anche di amore, l’altro giocatore presente nel libro. Scrivo giocatore perché vorrei capire se per te l’amore provato per un calciatore diventa ex quando il calciatore stesso acquisisce il prefisso?
Ci sono atleti (come anche attori, per fare un paragone) che non esistono fuori dall’esercizio delle proprie funzioni (fuori dal proprio personaggio) e altri che si portano dietro una specie di “aura”. Oggi siamo abituati a lavorare sul nostro “personaggio pubblico” ma non tutti siamo dotati dello stesso carisma, e questo vale anche per i calciatori che magari fin da giovani imparano a non fare errori, a postare le foto giusti, gli hashtag giusti, ma difficilmente possono imparare ad essere “interessanti” o, che ne so, “sinceri”. Ho sempre trovato triste lo scarto tra le capacità comunicative che alcuni hanno con i piedi e la loro opacità quando si tratta di usare le parole, molti ex-calciatori sembrano uomini sempre a disagio, fuori posto, nostalgici del potere che avevano da giovani e che hanno perso. Ma quelli che diventano persone complete e carismatiche riescono a mantenere intatta la magia. Ovviamente De Rossi fa parte di questo secondo gruppo e penso che difficilmente il rapporto con la tifoseria cambierà – anche se è presto per dirlo, in fondo si è ritirato solo da pochi mesi dal calcio giocato.

C’è un sentimento possibile che ti terrà legato a De Rossi anche da questo momento in poi, in cui non c’è più il calciatore De Rossi di cui ti sei innamorato?
Credo che il mio modo di vivere la Roma sarà sempre influenzato dal modo in cui l’ho vissuta quando c’era lui, anche attraverso le sue parole e le sue azioni. Il sentimento che ci lega è il romanismo, poi ovviamente la gratitudine, perché qualcuno di così generoso con me, con noi, non credo che ci capiterà più. Infine, forse, quell’amicizia illusoria che se penso a lui riaffiora di continuo: ci staremmo simpatici, potremmo chiacchierare del più o del meno, dei nostri figli? È strano pensare una cosa del genere di una persona che neanche ti conosce, è quasi da stalker, mi rendo conto, ma penso sia un sentimento genuino che hanno provato in molti.

Si può amare così solo a 20 anni o speri che arriverà un nuovo calciatore che ti farà vivere lo stesso amore?
Più passano gli anni più il divario di età tra me e i calciatori in attività si fa grande. Ti faccio l’esempio di Zaniolo, che potrebbe come non potrebbe decidere di restare a Roma a lungo (sperando che torni a giocare come totalmente recuperato): in ogni caso per me è troppo giovane, mi sembra ancora un ragazzino. E penso che anche se riuscirò a riconoscerne il valore e ad apprezzarne, in caso, la lealtà, la perseveranza, il coraggio, comunque non lo farò con quell’identificazione che ho provato per De Rossi.



Nel connubio De Rossi-Roma-Manusia c’è il romanismo che include tutti gli insiemi. Non ti vorrei tanto chiedere cos’è il romanismo, in quanto lo spieghi e lo fai vibrare molto bene nel libro, ma se è una traccia esistenziale quasi immutabile (vale anche per il napolismo, lo juventinismo, ecc.). Se in fondo alcuni degli afflati emozionali, delle debolezze e delle visioni (vaste o ristrette che siano) possono cambiare con un calcio che cambia?
Penso che cambi. Il mio romanismo non è lo stesso di chi magari ha seguito la Roma negli anni ‘70 e ‘80, ad esempio. Io sono cresciuto con una Roma mediocre e poi mi sono ritrovato con una Roma vincente, ho pensato si potesse/dovesse continuare a vincere e per più di dieci anni ci siamo andati vicini, abbiamo alimentato la nostra stessa illusione. Questo conflitto tra la “grandezza” che sentiamo appartenerci e il destino sempre un po’ sfigato è quello che per me è stato il romanismo in questi anni. Ma se la Roma, mettiamo, dovesse stare lontana dalle coppe per i prossimi anni, perdersi in altre stagioni infernali con cambi di allenatori e DS e presidenti, magari tra dieci anni ci sarà un altro romanismo. Anzi in parte è già così, il romanismo oggi è già quello dei meme autoironici, sempre apocalittici e autodistruttivi, perché nessuno sano di mente pensa che il prossimo possa essere “l’anno buono”, come invece fino a qualche tempo fa pensavamo ogni volta. Eppure due anni fa eravamo in semifinale di Champions League! Metti che per sei o sette anni non ci togliamo neanche una piccola soddisfazione come quella e chi lo sa che tipo di cultura disperata e cinica saremo capaci di produrre…. La cosa bella è che il romanismo è sempre autoriflessivo.

Come a tutti coloro che intervisto, chiedo anche a te tre libri di letteratura sportiva che bisogna assolutamente leggere.
Nomino dei classici così non sbaglio: “Brilliant Orange” di David Winner; “Il Re del Mondo. La vera storia di Muhammad Ali” di David Remnick; “Sulla Boxe” di Joyce Carol Oates.

RECENSIONE A “DANIELE DE ROSSI O DELL’AMORE RECIPROCO” DI DANIELE MANUSIA

Nel libro “Daniele De Rossi o dell’amore reciproco” edito dalla 66thand2nd, il suo autore, Daniele Manusia, sceglie e palesa già nelle prime pagine un modus per chi vuole costruire storie, ovvero segnala che tutto è stato realizzato grazie all’esercizio del distacco. Riprenderei una frase di Simone Weil, curvandola verso quello di cui stiamo parlando. La filosofa francese asseriva che “Ogni dolore che non distacca, è dolore perduto”. Ma per Manusia è l’amore che non si sa distaccare a risultare perso e sciatto. Per questo motivo sceglie un calciatore (direi anche persona) e un tema, sottolineando nell’introduzione che il suo sarà uno scrivere distaccato dal calciatore e dalla persona, perché solo in questo modo si potrà riflettere davvero sull’amore, il vero centro semantico poi del libro.
Sono molto d’accordo con Daniele. In anni di “coinvolgimento obbligatorio” per poter scrivere di qualcosa, di “storie vere altrimenti la gente perde il filo”, per sviscerarne le piccole e fumose verità che ogni cosa porta con sé, sono anche io per il distacco. Il distacco non fa inquinare lo scritto dall’utile delle parole suggerite.
Restando al momento attuale, potremmo dire che non c’è persona che debba esercitare il distanziamento più di uno scrittore, per non scadere nello scrivere il solito “Due o tre cose che so di lui” o nel farsi dettare “Le 3 grandissime novità in 400 pagine che nessuno vi ha detto ancora”. Manusia per me sceglie la strada giusta.


Cos’è il libro poi è una bella scoperta. La storia di Daniele De Rossi è dettagliata, rimbalzando fra le sue parole, purtroppo sempre ad un passo dall’essere sconvolgenti in bocca ad un calciatore (gli rimprovero questo al De Rossi calciatore parlante: sembra pensare meglio di quello che poi ha detto) e i fatti di campo.
Come ho scritto in un post dedicato ad una nuova e auspicabile “critica della carne”, io adoro quando si guarda allo sport parlando del corpo. E Manusia è anatomicamente sempre acceso, scrivendo della “vena di De Rossi”, ma anche di tutte le altre parti del corpo che accompagnano la sua crescita come uomo e come calciatore, ritenendole giustamente importanti per la storia di formazione che sta raccontando.
Fin dalle prime pagine vi sentirete con un pezzetto di voi dentro un film di Truffaut e in questo modo si comprende in toto il senso del titolo. Il libro davvero parla di amore, ma rivolto verso chi o cosa?
Verso De Rossi, certo. Ma verso questo calciatore anche perché è simbolo dell’essere romano e del romanismo, che forse solo i romani capiscono. Quindi è un libro d’amore verso Roma e verso la Roma, ma anche sull’essere romano appunto, una nebulosa sentimentale che Manusia fa dipartire dal fulcro che è l’uomo in maglia numero 16.


Ma quello che appassiona è come Manusia parla di questo(i) amore(i) per la propria città e la propria squadra, annullando dimensioni valoriali che con l’amore contano davvero niente. Parla di appartenenza senza mai pensare al territorio, all’onore, al rito in quanto sacralità tramandata da chissà quale “chiesa”. Il romanismo è appunto amore, condivisione, ritualità esperita anche solo in maniera individuale. Non c’è niente di stupidamente tribale nel discorso, ma è un fluttuare di sentimenti che riemergono dai ricordi e dal percorso di una vita fatta insieme, De Rossi e chi scrive.
Scegliere Daniele De Rossi poi aiuta. In carriera è sembrato sempre giocare per un’entità non negoziabile, una grande Madre a cui tornare sempre. Nel libro c’è un quote di Walter Sabatini, in cui parlando di De Rossi dice che in lui c’è: “un groviglio mentale interessantissimo”, perché è intelligente e sensibile in un mondo che vuole i calciatori sciocchi e avidi, per sputargli poi addosso. De Rossi invece manda tutto in corto circuito. Per la prima volta parla di frasi di semplici tifosi che non lo hanno fatto dormire la notte, di derby persi per cui ha preso il muro a testate. E in tutto questo c’è anche Totti, il grande Adorato dai tifosi. In una frase classica dello stile manusiano presente nel libro, la matassa si potrebbe sciogliere in questo modo: “Totti è sempre stato il primo tra i romanisti, Daniele è stato tutti i romanisti”. Da una parte ci si inginocchia, dall’altra ci si confronta.
Insomma “Daniele De Rossi o dell’amore reciproco” è un libro zeppo di interconnessioni e nuovo da tanti punti di vista, scritto a cuore aperto da uno dei più interessanti autori di quella che ho definito Nuova Scrittura Sportiva italiana. Dire non male, no?

RECENSIONE DE “LA SQUADRA CHE SOGNA” DI GIUSEPPE PASTORE

Quante cose è il libro di Giuseppe Pastore, “La squadra che sogna” (66thand2nd Edizioni) sull’Italia del volley negli anni ’90. È la storia di una squadra sì, ma che squadra è? È una squadra dello spirito più che della carne o delle idee, anche se Pastore è bravo anche a scrivere di spalle spinzate, polpacci sfibrati e polsi sfilacciati, mentre lascia stare il volley da lavagnetta o da tablet e forse fa anche male. È una squadra che ci ha accompagnato in tutti gli anni ’90, che fanno da contrappunto nel libro con la loro carica rivoluzionaria di cui oggi forse comprendiamo la portata perché ci stiamo finalmente abituando tutti alle novità (prima fra tutte, l’esistenza digitale). Ed è una squadra-gruppo, a cui non eravamo e non siamo abituati. Soprattutto in Italia il gruppo-squadra è una sfera, con piccole irregolarità certamente, ma che rimbalza sempre con una più che buona approssimazione. Quella invece Pastore ce la presenta per quello che è stata, ovvero una squadra di singoli, ognuno con una sua forte e cocciuta personalità, che insieme formavano un dodecaedro il quale non riuscivi mai a capire dove rimbalzasse.
Il racconto non ha salti temporali né strani imbuti narrativi. Chi segue Pastore su Gazzetta, l’Ultimo Uomo e anche sui social conosce la sua capacità di cogliere un dettaglio per far discendere alla massima velocità il lettore fra le rapide delle diverse storie connesse a quella scintilla, una capacità tutta sua con la quale ti porta dove vuole, sempre però sano e salvo e mai in confusione. In questo libro espande per più pagine questa capacità, riempiendo di dettagli e parole che a volte sembrano piccole una vicenda enorme per lo sport italiano e non solo.


Diventa così grande anche perché quella squadra arriva in un momento di passaggio epocale per l’intero sport professionistico e per la pallavolo in particolare. Da sport “orientale” per eccellenza, noi arriviamo appena dopo la prima forte spallata USA e lo facciamo diventare globale, assecondandone la parabola storica naturale, ma anche forzandola con tutta una narrazione sul nostro artigianato sportivo di provincia di altissima qualità, una sorta di made in Italy del prodotto sportivo d’eccellenza, secondo cui all’atleta non basta il talento di un calciatore o di un corridore per vincere, per non parlare di quello che poi vi aggiunge Velasco, con le parole da guru ma anche con le scelte rivoluzionarie come i 12 titolari o i cambi forsennati. Diventiamo un laboratorio per l’intero sport, anzi un’enorme cucina, quello che poi in effetti pensano di noi. C’è uno chef che ha nuove idee, tanti ingredienti buonissimi, bisogna saperli miscelare alla perfezione, altrimenti la maionese impazzisce. Se il Dream Team di basket è un negozio di gioielli, noi siamo una vetreria di Murano.
L’autore da grande spazio a Velasco. Correttamente. Velasco, da non italiano, allenando la sua squadra fa un discorso su di noi, chiedendoci di adattarci e cambiare. Nel libro è ben tratteggiato questo che è una sorta di esperimento sociologico su un panel strettissimo (i giocatori di volley italiani). Velasco vuole mettere in subbuglio tutti i punti cardinali del nostro vivere in gruppo. La prima cosa sono gli alibi, molto più difficile da abbattere rispetto ai limiti. Per chi ha vissuto millenni fra le gambe dei colossi, oggi è molto più facile farsi prendere in braccio che cercare di arrampicarsi. Ma mette alla prova il gruppo non solo spronandolo a pensare in maniera differente, ma anche con scelte pratiche. Ad esempio sceglie due leader tattici alternativi (i palleggiatori Tofoli e Vullo e poi Tofoli e Meoni). Un grave errore nel paese più cesarista fra le democrazie occidentali. Eppure lui ci prova, così come all’improvviso elimina dal suo gruppo il leader caratteriale, Andrea Lucchetta. Anche qui l’italiano vero si sarebbe tenuto stretto chi ne fa le veci e riporta la voce in un gruppo, facendosi aiutare a guidare il gruppo stesso. Ma non Velasco.


Altra parte molto bella del libro è quella dedicata all’Olimpiade di Barcellona. Pastore descrive i fatti ma soprattutto cerca di far capire che cos’è un’Olimpiade per lui, ma anche per quegli atleti di cui parla, avendoli conosciuti così bene. In sintesi si può dire che è un viaggio dentro se stessi, una frase che si usa spesso, nella maggior parte dei casi per i reality show, il che ne spiega subito il valore. In questo caso invece è usata con cognizione, perché il partecipare ad un’Olimpiade con la possibilità di vincere è quanto di più colossale c’è oggi. La lotta è contro i limiti e le scorciatoie. Per vincere bisogna essere meglio di quello che siamo, non sfuggendo alla strada da percorrere di cui non si vede la fine. Quasi tutti tornano indietro.
Infine Pastore scioglie con un ottimo spunto il nodo più complesso in relazione a quella squadra, ovvero il rapporto fra vittoria e sconfitta. Lo scioglie scegliendo ma non citando il Pasolini, che da cinefilo è più vicino a lui, quello del 1967 alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, in cui parla di morte e montaggio. Pastore chiude il libro con la morte di quella squadra, la sconfitta alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996. Solo quella morte, ci dice Pastore in questo modo seguendo Pasolini, da senso al caos semantico di quel gruppo (e di quel tempo insieme, se parliamo di cinema). Quella morte ad Atlanta “compie un fulmineo montaggio della nostra vita” e per nostra Pastore intende sia di quella squadra straordinaria ma anche nostra in quanto tifosi e semplici uomini e donne che hanno assistito. Una squadra di vincenti che viene definita da una sconfitta, uno dei modi migliori nello sport per essere ricordati.

INTERVISTA A GIORGIO TERRUZZI SU “SUITE 200. L’ULTIMA NOTTE DI AYRTON SENNA”

Quanto e come Senna ha cambiato la Formula 1?


Credo non esista un momento preciso. E non so nemmeno se abbia cambiato la “Formula 1”, se escludiamo cosa accadde dopo quell’incidente del 1° maggio. Senna piuttosto ha raccontato la propria storia che è anomala e particolarmente preziosa perché abbina talento e anima. Un campione e una persona fuori dal comune. Quando accade così, tutto cambia. Un personaggio lontano si avvicina a ciascuno di noi e lascia una traccia intima che non scompare. Tanto è vero che di Senna stiamo parlando ancora adesso.

Nel tuo libro racconti anche la storia di un borghese grande grande, per la sua capacità di andare oltre quello che era già stabilito dalla famiglia. Questa forza ribelle come si dimostrava?

Non parlerei di ribellione. Senna ha mantenuto sempre rapporti strettissimi con la propria famiglia. Soltanto negli ultimi mesi della sua vita ha avuto a che fare con un nodo rilevante. Un amore che la famiglia disapprovava. E questo ha generato un dolore doppio, se possibile. C’era stato un altro momento di attrito quando il padre, dopo la prima stagione in Inghilterra di Ayrton, avrebbe voluto trattenerlo in Brasile per farlo lavorare nell’impresa di famiglia. Ma fu evidente a tutti che la passione e il talento di Ayrton avevano una priorità.

Un po’ come per Maradona, Federer, Phelps, cosa voleva dire guardare Senna in pista?


Stato di grazia e classe; ferocia agonistica e sensibilità. Soprattutto dedizione al lavoro. Senna era un monaco da pista. Un autentico buon esempio. Era ossessionato dalla necessità di offrire alta qualità, di restituire in termini di prestazione ciò che aveva ricevuto in dono dal destino.

Senna è diverso dal passato, ma anche dal futuro. Lo è per stile, storia o vicende vissute in F1?


Lo è per qualità umane. Una persona pubblica sempre capace di esporsi e di manifestare i propri sentimenti. Credo che sia questo il punto nodale. Tanto è vero che Senna è ricordato da tante persone non necessariamente appassionate di corse. È ricordato come una persona capace di sentire, di badare all’altro, a chi resta più indietro. E di manifestare questa necessità.

Molto bella l’idea narrativa di raccontare l’ultima notte di Senna. Avevi pensato anche ad altri inneschi narrativi per raccontare una fine improvvisa?


No, è accaduto tornando con la memoria a quei giorni, a quella fase così importante della vita di Ayrton. Così ho immaginato qualcosa che riguarda ciascuno di noi: una notte, un momento di riflessione profonda al cospetto di una serie di scelte e di criticità. Che poi fosse l’ultima notte è una circostanza decisiva perché trasforma un eroe umanissimo in una figura tragica. Dunque mi sembrava una occasione narrativa molto particolare e densa. Decisi di andare dove Senna aveva trascorso le sue ultime ore, di restare una notte in quella stanza, di incontrare le persone che gli furono vicine e quindi pensai che il libro avrebbe potuto nascere da quel contesto così particolare. Un uomo dotato di spiritualità, di capacità introspettive particolari, alle prese con se stesso in un ambiente ridotto e in un tempo ridotto.

Leggendo il tuo libro, mi veniva in mente la parola dolcezza. È il sentimento che emerge prima fra tutti quando pensi a Senna?


Dolcezza, tenerezza. La sua immagine è rimasta quella di allora. E di fronte a quell’immagine trovo anche la mia giovinezza, i sentimenti che riguardano molte persone. Ayrton mi commuove sempre. Nella sua immagine c’è un tempo perduto ma anche una istigazione a fare bene, meglio, nel presente. Per molti versi è una questione etica.

Su quale altro sportivo scriveresti un libro?


Ho scritto libri su Achille Varzi, su Alberto Ascari, su Valentino Rossi, un romanzo ispirato da alcuni ragazzi che ho incontrato nel Rugby Milano. Mi hanno interessato Muhammad Ali come Fausto Coppi, come Marco Pantani, come Maradona. Dove c’è una storia c’è dell’oro. Ma c’è oro anche nelle storie di persone non note. Vedremo.

Quali sono per te i 3 libri di letteratura sportiva da leggere a tutti i costi?


Prima di leggere libri di letteratura sportiva serve leggere. Leggere, leggere, leggere. Soprattutto se ti interessa scrivere. Poi, la scelta dei volumi è sempre un fatto personale, segue un gusto individuale.