“QUATTRO A TRE”. INTERVISTA A ROBERTO BRAMBILLA E ALBERTO FACCHINETTI

Se dovessi descrivere in poche parole cosa è “Italia-Germania 4-3” in Italia oggi, come la definiresti?
A.F. La descriverei con poca fantasia la Partita del secolo, sicuramente di quello del calcio italiano. Dal 90′ in poi non esiste una gara del genere a quei livelli, cioè ad una semifinale mondiale.
R.B. Per i tedeschi la semifinale del 1970 con l’Italia è una sconfitta che brucia, soprattutto per come è maturata tra mille emozioni e altrettanti rimpianti, non ultimo l’arbitraggio di Yamasaki. Non è un caso che di fatto su quella partita non esistano monografie.



Scrivendo il libro, cosa hai scoperto che ancora non conoscevi di questo mito sportivo?
A.F. Io e Roberto Brambilla abbiamo scoperto molte cose che non conoscevamo, soprattutto particolari minori di biografia meno conosciute in Italia. Dall’arbitro Yamasaki e il suo maestro italiano De Leo ai giornalisti presenti in tribuna stampa. Poi c’è tutta la parte tedesca che in Italia non è mai stata raccontata nei dettagli.
R.B. Più di una, per esempio la storia del bendaggio di Franz Beckenbauer e dell’uomo che gliel’ha “ideato” (Erich Deuser) o la rivalità, poi diventata amicizia tra Uwe Seeler e Gerd Müller.

C’è nella storia dello sport italiano qualcosa che si può avvicinare per impatto sull’immaginario collettivo a Italia-Germania 4-3?
A.F. Una partita simile potrebbe essere Italia-Brasile del 1982. Ma non é la stessa cosa. La Partita del secolo è diventata molte altre cose che coinvolgono cinema, tv, musica, teatro, università, mostre. Solo per questo cinquantennale sono stati scritti 5 libri, compreso il nostro. Non ci sono paragoni.
R.B. Credo tre partite: la vittoria sull’Inghilterra nei quarti di finale di quel Mondiale, la semifinale mondiale di Spagna ’82 e soprattutto il 7-1 di Brasile 2014 contro il Brasile.



Chi fu il migliore in campo per l’Italia in quella partita?
A.F. Domenghini e Boninsegna furono encomiabili. Riva, che fece il più bello dei sette gol, non giocò una gran partita. Capitan Facchetti lo stesso.
R.B. Rivedendola tutta dico Uwe Seeler. Tanto movimento, giocate intelligenti, lui c’è sempre nelle azioni che contano.

C’è un elemento tattico, tecnico e di sviluppo del gioco di cui si parla poco in relazione a quella partita?
A.F. Quale tattica? Diventò la Partita del secolo grazie ad una assenza totale di tattica. Va detto che a livello tecnico in campo c’erano calciatori di valore assoluto, Palloni d’oro in carica e in fieri da entrambi i lati.
R.B. Il ruolo di Wolfgang Overath. È un giocatore eccezionale, un regista finissimo che sa pure concludere. Prende una traversa, ma soprattutto è il vero uomo di costruzione della Germania Ovest, in particolare dopo l’infortunio di Beckenbauer.

Il gol del 4-3 per gli azzurri siglato da Gianni Rivera nella semifinale tra Italia e Germania durante i campionati del mondo di Messico ’70, allo stadio Azteca di Citta’ del Messico. ANSA



Voi avete raccontato anche quello che c’era intorno al campo di calcio in quel momento. Ci puoi riportare in breve le sensazioni e le emozioni di chi ha assistito a quella partita?
A.F. Noi abbiamo cercato di raccontare soprattutto il pallone e i suoi protagonisti, cercando di mettere di mettere il campo da calcio al centro del villaggio. A livello emotivo già da subito fu un momento forte. Martellini quasi svenne al momento di chiudere la telecronaca. Rivera e Lago per qualche minuto pensarono che il gol decisivo fosse stato realizzato dal rossonero con il sinistro.
R.B. Una continua tensione, la voglia di vedere come va a finire che ha fatto rimanere svegli due Paesi e i sentimenti oscillanti tra la speranza e la disperazione (sportiva).

Fra 50 anni cosa sarà Italia-Germania 4-3?
A.F. Tra 50 anni sarà ancora “El partido del siglo”. In attesa di trovare quella di questo secolo.
R.B. Una partita mitica come lo è ora. Con una sola differenza, quella di non avere più le persone che potranno raccontare direttamente la cosa più importante di quella semifinale: le emozioni.

“Ho scoperto Del Piero”. Intervista ad Alberto Facchinetti

Vittorio Scantamburlo aveva i suoi big data su agende e riusciva ad elaborarli grazie a parametri che non si basavano su un algoritmo riproducibile. Riusciva a capire chi era fatto per il calcio guardando e parlando con i ragazzi. Sembra una follia oggi.
Alcune domande ad Alberto Facchinetti, autore del libro “Ho scoperto Del Piero” (edizioni InContropiede).

Dal tuo libro viene fuori che Scantamburlo è un uomo “di mestiere”, uno che sa come si fa a riconoscere un calciatore. Ma come si fa? Lo hai capito parlando con lui?
Vittorio Scantamburlo sapeva riconoscere il talento di un giovane calciatore, questo mi sembra abbastanza chiaro: ne ha portati oltre 70 tra i professionisti (Del Piero è soltanto il nome più famoso). Capire come facesse invece è più complicato, perché credo avesse una dote innata, quello che lui definisce un “occhio buono”. Un ocio bon, per dirla in padovano. Però aveva anche sviluppato un suo metodo di ricerca semplice ma efficace.

Quali erano secondo te i ferri del mestiere di Scantamburlo?
Un’utilitaria con il pieno di benzina, un’agenda e una penna. Ha girato il Triveneto per vedere partite, anche tre in un giorno. Un tempo di qua, un tempo di là e poi di corsa in un altro campo ancora. Lista di tutti i giocatori in campo trascritta a penna sull’agenda, e segnalazione per i giocatori che lo avevano impressionato. Una ics, due ics… o tre i ics per Del Piero. Poi se era il caso tornava a visionare il ragazzo che aveva catturato il suo interesse. Il materiale raccolto veniva dunque archiviato con ordine. Non buttava via nulla.

Come un critico d’arte un osservatore deve riconoscere bravura e bellezza. Ma a differenza di un critico d’arte deve riconoscerne utilità e perfettibilità. Riconosci nel lavoro di Scantamburlo una dichiarazione del genere?
Utilità, forse no. Credo che per Scantamburlo il talento (sia quello di un attaccante che quello di un difensore) fosse solo… il talento e che questo escludesse il concetto di utile. O mettiamola così: se uno ha talento deve per forza essere utile, nel suo modo di intendere il calcio.
Ho ritrovato invece il concetto di perfettibilità. Spesso mi ha parlato di un giocatore valutato in prospettiva: “Aveva questo difetto ma sarebbe stato migliorato da un buon allenatore…” oppure “aveva un fisico (per esempio un baricentro troppo basso) che in prospettiva non avrebbe dato margine di crescita”.

Quanto è stato appassionante parlare con una persona che ha un universo di storie legate al calcio?
Molto. A parte il fatto che ha incrociato la sua carriera con quella di fenomeni giovanili come Del Piero e Robi Baggio, è stato molto bello parlare per ore con lui perché ogni parola di Vittorio era quella di un uomo onesto che ha dedicato la sua vita al calcio.

Vittorio Scantamburlo purtroppo è morto lo scorso anno. Quale traccia ha lasciato secondo te?
Non conosco così bene l’ambiente degli osservatori e di chi fa scouting. Nel Triveneto sicuramente alcuni hanno preso ispirazione da lui. Ma non era un uomo che aveva l’ambizione di fare il maestro, quindi non ha lasciato eredi in senso stretto. Il suo metodo semplice ed efficace, la sua passione forte e autentica devono però essere prese come esempio da chi oggi vuole fare questo lavoro utilizzando (giustamente) tablet, pc e software sofisticati.