Loro sono cambiati. Noi no.

Ormai quasi dieci anni fa scrissi un libro, “L’Europa nel pallone. Stili, riti e tradizioni del calcio europeo”, in cui descrivevo lo stile di gioco delle principali nazionali europee, legando la loro idea di gioco a riferimenti altri, come potevano essere la storia o le tendenze artistiche affermatesi in quella nazione.
Descrissi lo stile di gioco spagnolo come decorativo, raffinato e suadente, con i plus della capacità barocca di stordire e creare ammirazione, ma molte volte questo decorativismo eccessivo portava alla difficoltà pratica di andare in gol.
Da quel 2008, grazie a Guardiola e al furbo Del Bosque che lo ha paciosamente seguito, la Spagna è cambiata, non solo perché ha vinto. Ha portato all’estremo la sua caratteristica peculiare, la bravura nel tenere palla e farla muovere, ma ha cercato di risolvere anche la sua grande pecca, accelerando il ritmo di gioco e movimento palla, allargando tantissimo il campo chiamando alla conclusione i centrocampisti, non affidandosi ad un goleador alla Santillana per concludere la manovra, diluendo di molto le intemperanze alla Camacho e Sanchis. È stato un viaggio lungo e tortuoso ma ormai è un nuovo standard che tutte le nazionali spagnole applicano con ottimi frutti.
Sulla scia del guardiolismo imperante noi italiani abbiamo deciso due cose, una stupida, una giusta. Quella stupida è stata pensare di seguirli sulla loro strada, giocando “alla spagnola”. I risultati sono stati pessimi.
La cosa giusta è stata invece andare a ripescare quella che è stata la nostra rivoluzione, il sacchismo e proprio Sacchi in carne ed ossa, affidandogli la gestione tecnica delle nazionali. Uomini di Arrigo Sacchi e allenatori della sua scuola si sono affermati nelle varie nazionali come esperti di tattica e allenatori, cercando di creare il nostro modello di calcio nuovo.
Ieri sera, per Spagna-Italia semifinale Europei Under 21, i due percorsi sono arrivati ad un esame.
Gli spagnoli sono stati quelli che ci aspettavamo, con il loro standard mandato a memoria e dei veri e propri cloni di Xavi-Busquets-Iniesta a centrocampo. Possesso palla prolungato, ritmo alto nel movimento della palla, zero escrescenze caratteriali, grande linearità nel gioco sulle fasce, grande capacità di inserimento dei centrocampisti (Saul tripletta), senza un punto di riferimento in avanti. Il loro standard, appunto.
Noi abbiamo giocato bene nel primo tempo, forzando fisicamente il gioco, calando paurosamente nel secondo con il solito espulso per annebbiamento (un po’ come i vari Amoruso, Ametrano, Zola, Zambrotta ecc. nelle tante sfide del passato), il solito gioco arruffone sulle fasce, il solito tentativo di ripartenza non giocata ma che punta direttamente la porta, le solite sfide di velocità e resistenza con gli avversari, il solito gol del numero 10 che fa una serie di finte e tira da 20 metri trovando lo spiraglio, il solito numero 9 con le spallone che gioca dando le spallone suddette alla porta, la solita devozione totale nel santo portiere, infangato all’istante se non fa parate difficilissime se non impossibili (ma Donnarumma ha parato un tiro in questo Europeo?). Il solito per la Spagna, il solito per l’Italia. Ma il solito spagnolo è nuovo, il nostro solito è vecchio.
Di Biagio a fine partita era deluso per la sconfitta ma contento perché il suo vero obiettivo era far rinascere il calcio italiano. Non ha tutti i torti. In futuro possiamo contare su un grande trio di difensori centrali (Caldara, Rugani, Romagnoli), un centrocampista potenzialmente devastante (Pellegrini) e altri calciatori che ben accompagnati nella crescita potranno dare molto alla Nazionale (Berardi, Orsolini, Dimarco, Gagliardini, Mandragora, Donnarumma). Accanto e grazie a loro però dobbiamo cambiare atteggiamento, il percorso inziato da Sacchi è ancora molto lungo e la nostra nuova rivoluzione è ancora lontana.

Ventura o Sacchi. Con chi stare?

Arrigo_Sacchi_ Giampiero_VenturaLa querelle fra Ventura e Sacchi è interessante, non solo dal punto di vista giornalistico, ma anche per un approccio critico alla materia calcio.
Sacchi ha rivluzionato il gioco. Infatti si parla di rivoluzione sacchiana, mentre da lui in poi per gli allenatori contemporanei si usa correttamente il suffismo -ismo. Lo si fa per sottolineare che le innovazioni sostanziali di Sacchi sono state poi riprese in maniera da tanti altri allenatori, creando i loro stili personali: mourinhismo, sarrismo, contismo, cholismo sono tutte maniere che esaltano dei principi sacchiani, migliorandoli (Guardiola credo sia al pari livello e Sacchi stesso lo evidenzia quando scrive).
Detto questo, Arrigo Sacchi può e deve parlare e scrivere per principi. Il possesso dominante, il ritmo e l’occupazione attiva degli spazi fra le altre sono idee e principi che il fusignanese ha portato nel calcio rendendoli “istituzionali” e non test da laboratorio come l’Olanda ’70. Da Sacchi in poi gli allenatori di calcio devono conoscere e utilizzare determinati principi, poi le sfumature e le contingenze fanno il resto e creano le differenze.
Ventura, toccato da Sacchi il quale ha criticato un approccio un po’ monocorde e poco dominante degli Azzurri contro l’Albania, ha fatto la genialata. Non è sceso sul campo dei principi come altri allenatori criticati da Sacchi prima di lui, ma si è buttato sul pratico. “Mi hanno girato le partite dell’Italia in USA nel 1994. Contro l’Irlanda il primo tiro è al 70′, mentre contro il Messico la nostra partita fu imbarazzante”.
Dopo l’uscita di Ventura bisogna adesso capire dove stare. Con Sacchi, il quale può chiedere di aderire a principi di gioco che non tengono conto della materia umana e soprattutto degli obiettivi pratici di un Ventura, il quale se fa giocare alla grande la sua squadra ma non va in Russia viene distrutto da FIGC e critica? Oppure dobbiamo stare con Ventura e valutare ogni principio di cui i maestri parlano, andando a considerare la messa in pratica degli stessi?
Se ne esce difficilmente e ognuno ha la sua ragione, ma io mi schiero. Sto con Sacchi. I principi sono lì, da tenere come orizzonte. E i maestri devono ricordarli e ribadirli ogni volta possibile. Pensare di evitarli perché non sono mai diventati realtà da chi li professa non è un modo per migliorare. Tendere verso è quello che bisogna fare per crescere, sapendo anche che non si raggiungerà mai quell’orizzonte.

Guardiola non vincerà mai più

Guardiola_Manchester_CityHo visto Everton-Manchester City e ormai sono evidenti alcune cose che vanno oltre il semplice andamento della partita.
Il Manchester City di Guardiola è una squadra meravigliosamente allenata, nessuna squadra oggi riesce a intessere il gioco fra spazi che si aprono grazie a movimenti studiati come il Manchester City. Sotto alcuni punti di vista questo City è ancora più perfetto nella capacità di muoversi tatticamente rispetto al Barcellona. Però il Manchester City ha perso la partita 4-0 ed è praticamente fuori dalla lotta per la Premier League.
L’equazione fra queste due verità porta ad una sola soluzione possibile: il calcio di Guardiola (e non solo il suo) può essere giocato per vincere, quindi diremmo può funzionare, solo da un numero ristrettissimo di calciatori (secondo me, massimo 30-35 calciatori in attività). Questa affermazione porta con sé una serie di conseguenze inattese.
Prima di tutto che, rispetto alla vulgata degli allenatori rivoluzionari da Sacchi in poi, secondo il quale nel Milan poteva giocare pure il cuoco (sono convinto, anzi ho la certezza che è l’entourage a passare questo concetto e mai gli allenatori che sanno bene come funziona), i calciatori sono ancora più fondamentali degli allenatori rispetto al calcio pre-Sacchi e pre-Guardiola. Il calcio di Guardiola si può insegnare, tanto è vero che il Manchester City, come detto, gioca benissimo, come nessun’altra squadra al mondo, ma i calciatori per applicarlo poi davvero e renderlo funzionale all’obiettivo devono avere delle competenze tecniche, ma non solo, che vanno oltre le competenze del 95% dei calciatori attuali. Guardiola non può fare il suo calcio con Sterling, Clichy, Zabaleta oltretutto mediano, De Bruyne, Stones e tanti altri, più il calcio è distante dallo standard mandato a memoria fin dai 6 anni in ogni settore giovanile, più i calciatori valgono più dell’allenatore stesso. E questo discorso va al di là del valore in sé dei calciatori perché credo che quasi tutte le squadre del mondo vorrebbero almeno 15 giocatori del Manchester City, è davvero solo un discorso di competenze assolute per una tipologia di calcio.
La seconda conseguenza si lega al discorso che faceva Sandro Modeo sul Corriere della Sera qualche giorno fa: quando l’eccezionalità dell’incontro fra allenatore con nuove idee e calciatori competenti per il suo tipo di gioco viene meno, quella che è stata Rivoluzione può diventare solo Restaurazione, la quale non annulla gli elementi rivoluzionari ma semplicemente li modera, adattandoli allo standard. In questa fase a soffrire più di tutti sono ovviamente gli allenatori che hanno innescato la Rivoluzione, i quali cadono nell’errore grossolano di Sacchi e il cuoco.
La terza conseguenza è il giudizio finale da dare ai vari Sacchi, Guardiola, ecc. Come per Sacchi e gli olandesi, anche Guardiola sta per sentirsi dire: “Poteva vincere solo con il Barcellona degli Iniesta, Xavi e Messi”. Dagli assunti precedenti questa affermazione per me è vera e sacrosanta. Allora i rivoluzionari in fondo non esistono? Se è vero che Sacchi poteva vincere solo con il Milan di Berlusconi e Guardiola con il Barcellona di Xavi-Iniesta-Messi, è anche vero quanto affermato dalla seconda conseguenza, ovvero che i rivoluzionari non passano mai invano, dalle loro idee e dalle loro tecniche si riparte sempre per una lunga fase di rimescolamento e riproposizione delle stesse idee e tecniche, che poi, anche fra 30 anni (bisogna saper aspettare) saranno spinte più in là da una nuova Rivoluzione.

A due mesi dall’esordio. Preview Mondiali 2014

Rossi_Italia_Brasile_2014_MondialiQui l’aria dei Mondiali si sente e si sente anche forte. Prandelli sta facendo le cose per bene. Già gli stage di controllo sono molto sensati. Vediamo come siete messi ad un mese dalla chiamata e se qualcuno di voi è già spompato sarebbe meglio non portarvi appresso.
Penso che questi stage non servano solo a scegliere il terzo portiere come molti hanno detto. Sono stati sicuramente consigliati da Sacchi perché lui sa quanto è fondamentale essere in forma in quel mese. USA ’94 è stato un gioco al massacro fisico e l’Italia ha retto fino alla fine perché buona parte della rosa era al massimo della forma (avete più visto Dino Baggio, Costacurta, Mussi, Benarrivo a quei livelli?).
L’esperienza in Brasile può essere comparabile a quella americana e Prandelli sta ascoltando moltissimo Arrigo Sacchi nelle scelte di uomini e carichi di allenamento. Sono più che sicuro, ma nessuno lo dice, che tutti i quasi certi nazionabili stanno già portando avanti un programma di allenamento per i Mondiali, aiutati da una stagione che non richiede sforzi finali perchè tutto ormai è deciso (solo gli juventini cercano di arrivare bene alla finale di Europa League).
I nostri club non protestano per questo motivo ma anche per un altro: deve essere la Nazionale a dare maggiore prestigio al nostro calcio e rialzare l’asticella d’interesse verso il nostro prodotto.
Tutti aspettano giugno per fare un grande mondiale, ma come siamo messi? La difesa che schiereremo sarà la migliore del lotto. Lo dico con cognizione di causa. Il portiere è fra i tre migliori al mondo, e in buona forma ancora il primo, il blocco Juve sa tenere qualsiasi attacco, senza perdere equilibri. Ho una mezza idea: Paletta centrale al posto di Bonucci.
Il centrocampo è la nostra più grande incongnita. Pirlo c’è e non si discute. Ma per dare il meglio, gli altri devono correre. De Rossi sembra reggere e il Motta di Stamford Birdge è una sicurezza. Manca un mediano vero. Marchisio non lo abbiamo quasi mai visto, Montolivo se la gioca con Motta, altri tipo Nocerino sono scomparsi. Io farei giocare Florenzi, chiamando e tenendo caldo anche Romulo.
Per l’attacco il lavoro è tutto psicologico: da una parte stanno tenendo caldo Balotelli dicendogli che in quel mese deve dimostrare se è un grande calciatore oppure no. Anche i giornali hanno staccato le attenzioni. Siamo tutti in attesa del fenomeno mensile che ci può aiutare. Dall’altra stanno convincendo Rossi che può arrivare in buona forma al Mondiale e migliorarla in Brasile. Si punta, altra analogia, a resuscitare l’immagine del Baggio americano.
Quadro generale: il Brasile può vincerlo solo perché gioca in casa: non ha un campionissimo, non ha un centrocampo fra i primi 10 al mondo, la difesa è la migliore della sua storia. Vedo un cammino costellato di rigori a favore ed espulsioni per le avversarie.
L’Argentina credo sarà il grande flop. Messi gioca da fermo e devi servirgli la palla ai 25 metri. I suoi compari d’attacco non sono in grado di farlo. La difesa poi è inguardabile.
Spagna e Uuruguay sono molto simili: il meglio è passato e potrebbero restare a galla per pochezza altrui. Bisogna capire come arrivano. La squadra che dovrebbe vincere questo Mondiale è la Germania: forte, giovane, bella, con qualche guardiolismo nella testa. Giocato in Europa non c’era partita, in Brasile può succedere anche altro.