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La figurina che hai amato di più?

Tutti gli iscritti a questo Gruppo non possono che amare le figurine Panini, compagne delle nostre primavere. Le amiamo tutte, ma c’è per tutti noi “la” figurina che ci ha dato un’emozione più grande, per ragioni diversissime. La mia figurina non è quella di un grande campione della mia infazia, anche se quando un mio amico mi portò a vedere, in processione, la figurina di Diego, quella con una sorta di palude alle spalle, stavo per svenire.
A me però la figurina che mi ha dato l’emozione più grande è stata quella di Massimo Brambati del 1991-92. Era sabato, ero in macchina con mio papà che mi aveva comprato cinque pacchetti. Apro il primo, uno scudetto che già avevo e poi Brambati, che mi faceva completare il Bari.
Era marzo, c’era il sole e iniziava a fare caldo. Come fai a dimenticare.

Da Maiellaro a Platini – Sei Gradi Calcio

Da Maiellaro a Platini
Non so se avete mai ascoltato uno dei migliori (per me) programmi radiofonici italiani, Sei Gradi, che va in onda su Radio Rai 3 e che connette 7 canzoni o pezzi musicali utilizzando i link più vari, creando un percorso molto interessante. Si va ad esempio da Beethoven ai Beastie Boys, passando per la musica senegalese e Amália Rodrigues.
Mi è venuto in mente di fare un percorso tra i gol, seguendo l’esempio di Sei Gradi.
IMPORTANTE: mi piacerebbe se mi mandaste anche i vostri sei gradi calcistici, potrebbero nascere interconnessioni fantastiche.

Ecco il mio primo SEI GRADI CALCISTICO – Da Maiellaro a Platini

Pietro Maiellaro è uno di quei calciatori che più mi sono rimasti in mente dall’adolescenza. Giocava a sprazzi è vero, era totalmente inadatto al calcio che si stava affermando negli anni ’90 eppure riusciva a fare gentilezze di tocco che ancora oggi fanno bene agli occhi. Una di queste è il gol al Cagliari del 20 gennaio 1991 nella vittoria 4-1 del suo Bari.

 

Era un Bari champagne, ma anche Il Cagliari non scherzava. Quell’anno si salvò all’ultimo ma vedere giocare insieme Francescoli, Fonseca e Matteoli non è stato male. Allenatore di quel Cagliari era un tale che nell’ultimo anno è stato spesso nominato: Claudio Ranieri.

Da difensore Ranieri ha segnato pochissimi gol (solo 6) con il Catanzaro e questo del 26 aprile 1982 contro l’Avellino è da segnalare anche per l’assist di Massimo Mauro. Catanzaro e Avellino salirono in serie A nel 1977-78 insieme all’Ascoli. L’Avellino arrivò alla matematica promozione grazie alla vittoria contro la Sampdoria dell’11/6/1978.

Il gol della promozione è segnato da Mario Piga all’8’ del secondo tempo. In quella partita giocava insieme al fratello gemello Marco. Nella Samp battuta quel giorno Mario Piga scappò ud uno dei difensori ancora ricordati dai tifosi sampdoriani non solo per le tante partite agguerrite che ha giocato con i blucerchiati ma soprattutto per un gol alla Juventus segnato il 12/9/1982.

Segnare contro la Juve  è sempre stato un’impresa, ma ad aggiungere mito a quel gol il fatto che la Juve giocava quella partita con cinque campioni del Mondo, a cui aggiungeva Bettega, Boniek e Platini.

Il lunedì su tutti i giornali le critiche non mancarono e l’indiziato numero uno era il 10 francese assolutamente abulico a Genova. Platini decise di rifarsi subito, nella partita successiva, giocata contro i campioni di Danimarca dell’Hvidovre.

 

Platini segnò il primo gol e mise lo zampino in altri due gol juventini. Alle critiche Le Roi ha sempre risposto sul campo.
DA MAIELLARO A PLATINI

Dallo scudetto ad Auschwitz di Matteo Marani


Nel giro di pochi mesi, la primavera del 2007 ha sfornato tre libri il cui filo conduttore è il rapporto terribile che l’antisemitisimo ha intrecciato con il mondo del calcio. “La partita dell’addio” di Nello Governato, che ha come tema l’ultima parte della vita di Matthias Sindelar nella sua amabile Austria sotto il giogo nazista, “L’allenatore errante” di Leoncarlo Settimelli, che narra, attraverso illuminazioni poetiche, la storia dell’allenatore del Grande Torino Egri Erbstein e “Dallo scudetto ad Auschwitz” di Matteo Marani, biografia di Arpad Weisz, sono tre libri paralleli e, come pezzi di un puzzle, incastrabili uno nell’altro.

Il primo è il libro di un’anima, di uno spirito libero costretto nelle prigioni dell’irrazionale politico.
Il secondo è il libro di un cuore che ha pulsato forte per tenere sveglia una memoria difficile.
Il terzo è il libro di una mente, di un cervello che conosce e riconosce il male, avvista e accetta una fine troppo non umana per poterla combattere.

Matteo Marani ci guida con la leggerezza dello storico arguto tra le vicende di un uomo un po’ più normale degli altri: moglie, figli, casetta nel quasi centro di Bologna, automobile, impegni. Quel po’ è dovuto al fatto che di mestiere Arpad Weisz faceva l’allenatore di calcio. Del Bologna seconda metà degli anni ‘30 per la precisione, una squadra formidabile, in cui coesistevano la forza celebrale di Andreolo, la genialità semplice di Biavati, in un primo momento il penetrante coraggio di Schiavio e l’astuzia graziosa di Reguzzoni. Il tutto mixato e fatto vibrare dalle disposizioni di questo ungherese piccolo e dai tratti sfuggenti, di un’intelligenza sottaciuta e messa in disparte e per questo di maggiore valore.

Nella prima parte il libro ci descrive come quell’uomo diviene l’allenatore di calcio per eccellenza in quel periodo. La sua carriera si dipana attraverso squadre come il Padova, il Bari, l’Inter, fino ad arrivare a quel Bologna che dà 4 goal al Chelsea (nel periodo in cui gli inglesi venivano da Marte con un’idea del pallone totalmente diversa dai terrestri) in una partita scandalosa per quanta superiorità consapevole è dimostrata sul campo. In questa fase il tocco è graziato, Marani non spinge mai il tasto del monumentalismo post-mortem, né della memoria santificata: tutto è nell’ovatta di una mitografia dolce e mai aggressiva o stancante.

Nella seconda parte poi, il libro diviene un diario ragionato sulla fine della ragione.
Dalle disposizioni razziste dell’Italia fascista, all’allontanamento forzato verso Parigi, al nuovo incarico presso la squadretta (divenuta subito squadra grazie alle sue semplici parole sul calcio) olandese del Dordechtschte Football, fino alla razzia nazista di corpi spediti verso i lager, di Arpad Weisz si ascolta soprattutto il suo sentire razionale, i suoi pensieri, la sua energia e creatività celebrale.

Marani ne suppone le idee, i ragionamenti, le riflessioni. La grande domanda a cui cerca di rispondere è: “Cosa pensava un uomo intelligente di quello che gli stava accadendo in quel momento?”

Marani, da buon romanziere in questo caso, non dà risposte, non tanto perché non ha chiaro dentro di sé l’animo di un uomo come Weisz di fronte alla totale scempiaggine dell’altro, ma perché, come riesce a capire alla fine della sua dettagliatissima ricerca e a farci capire alla fine del suo libro, un uomo non può comprendere le ragioni di qualcuno che non è più uomo.