"La strategia del Tasso" di Bernard Hinault

Nello sport i miti chi li crea? Me lo chiedo da anni e lo faceva anche lui.
Ma la domanda suprema è: come si crea un mito più mito degli altri? Nel calcio Maradona è megl’ e’ Pelé, è vox populi, nel basket Jordan è stratosfera rispetto a Chamberlain (Chamb che?, direbbe il pischello), nel nuoto Phleps è statua nonostante la vita, mentre Spitz ormai è piccione.
Nel ciclismo il dettagliato e coinvolgente libro di Luigi Panella, “La strategia del Tasso” (Limina Edizioni) mi ha scatenato il dubbio, che poi sarebbe: “Ma perché Bernard Hinault è sempre l’ultima ruota del carro tra i grandi miti del ciclismo mentre gente come Merckx, Indurain, Armstrong e addirittura Contador hanno più voce in capitolo tra i ricordi emozionali e le elegie mitografiche?”
Dal racconto di sole parole (non c’è un numero, bella scelta editoriale, perché mischia i tempi creando un atmosfera di periodo storico, non delle sezioni stagne da analizzare singolarmente), Hinault viene fuori per quello che è stato: un fantastico corridore, capace di vincere dovunque, di porsi obiettivi fuori dalla sua portata e raggiungerli, di movimentare le corse come oggi non fa più nessuno, di dominare il gruppo anche in battaglie di personalità che pochi hanno dovuto affrontare.
Eppure Hinault è uno di quelli che ha vinto 5 volte il Tour come…., ha vinto una Roubaix terribile come…, ha vinto un Mondiale da protagonista assoluto come…, ha vinto a distanza di tanti anni e dopo diversi problemi fisici come…
Non ho mai sentito nessuno dire di averlo fatto come Hinault, minimo comune denominatore di un ciclismo che è poco promosso (passa l’idea che prima c’erano i belgi contro gli italiani, dopo Indurain contro i dopati, in mezzo Hinault contro poco e niente) e poco visto (le corse sugli sterrati del Giro degli anni ’60 sono immagini ormai note agli appassionati, mentre una corsa dell’81 non l’ho mai vista).
Spero che grazie al libro di Pannella qualcosa cambi.

Semiologia delle figurine Panini – Appunti 1a parte

Da qualche giorni s-ragiono sulla semiologia delle figurine Panini (tra pochissimo capirete perché) e, facendole scorrere tra le mani, ho avuto un’idea assolutamente piccola, ma è giusto dirla.
Riprendendo le categorie di Barthes, le figurine Panini mi sembrano l’espressione massima dello studium, che regola una visione “piana”, di contesto, che fa emergere le evidenze “ambientali” e “storiche” del soggetto fotografato.

Guardiamo:

Un giovane calciatore è titolare della Fiorentina, storica squadra italiana, che quell’anno indossava una divisa con un viola più acido del solito. L’anno della fotografia è il 1975, in quanto la coccarda della Coppa Italia che campeggia in basso a destra si riferisce alla vittoria del 1974-75 contro il Milan nella finale di Roma (Casarsa, Guerini, Rosi – Bigon, Chiarugi). Dalla capigliatura si poteva dedurre comunque che il periodo in cui è stata scattata la foto erano gli anni ’70, ben prima dell’arrivo degli sponsor di maglia e tecnici. Il collo-camicia è un richiamo alle vecchie divise degli anni ’30.


Calciatore non più giovanissimo, un po’ nostalgico degli anni ’80 nel capello al limite del cotonato. Gioca in un Udinese di inizio anni ’90, in serie A, durante il saliscendi della doppia promozione 1991-92 – 1994-95.

Continuando l’analisi però mi accorgo che anche i punctum delle figurine dicono la loro…

Che cos’è David Beckham. Breve analisi socio-mediale di un’ala tattica


David Bechkam è la chiave di volta per scardinare mercati complicati per il football come la costa Ovest degli States (in cui risiedono moltissimi centro e sudamericani amanti del calcio, ma i consumatori forti sono tutti dediti al dio Basket. Ad Est invece aleggia ancora lo spettro scintillante dei Cosmos) e tutta l’aera indocinese. Questo lo ha capito prima di tutto il Manchester con ritiri, partite amichevoli e grossi investimenti pubblicitari su David in queste zone del pianeta e l’intero sistema-calcio che ha avallato e spinto per la diaspora di un ottimo giocatore verso i Los Angeles Galaxy. Lo hanno capito anche i parrucconi della FA inglese che organizzano sempre più amichevoli con un occhio verso questi interessi (il 28 maggio, a Wembley, ci sarà Inghilterra-USA).

Beckham in queste realtà è venduto come un vero e proprio prodotto costituito da elementi materiali, segnici, culturali, ideologici e valoriali che si intersecano e hanno tutti la stessa importanza. E il canale unico attraverso cui far passare questi significati ai consumatori anche più riottosi non è l’attuazione della funzionalità dell’oggetto (ovvero il mostrare David che gioca al pallone), ma l’apparenza mediatica autoreferenziale. Beckham è il risultato del processo di perfezionamento della costruzione del prodotto-atleta da parte dei professionisti del marketing. Un prodotto che, secondo la quadripartizione valoriale di Greimas, esalta al massimo la ricerca a livello “cromatico e “morfologico”, puntando tutto sui valori ludici dell’oggetto, di presentazione e presta vendita del prodotto sulla base del suo apparire come simulacro.

Nei mercati suddetti, che David sia un’ala tattica molto intelligente dal tocco preciso e capace di punizioni insidiose è un’appendice poco funzionale alla vendita del prodotto. Quello che interessa è la sua immaterialità valoriale, quello che conta per gli oggetti contemporanei, secondo Augé. All’interno del discorso mediatico, Beckham assume tutto il suo valore commerciale, non presentandosi come un oggetto-muto (a livello semiotico), ma con un rapporto con il consumatore che “usa” il prodotto basato su un discorso che ha la capacità di influire fortemente sul consumatore stesso nella sua definizione dei desideri, degli scopi e dell’immaginario. L’immagine di Beckham diviene in questo modo la personificazione di un ordine comunicativo, rappresentativo, dove le forme sensibili sono il luogo d’incontro, di rievocazione, di cristallizzazione di immagini che conferiscono senso, di narrazioni che nel prodotto si condensano e che il consumatore sa leggere, comprendere e da cui vuole farsi influenzare.

L’immagine di Beckham è una bomba di significati e valori che indirizzano verso un determinato consumo: il solo volto del calciatore inglese parla, riuscendo a far agire e a voler essere il consumatore, secondo l’idea di Barthes che degli oggetti “sono il sogno e il senso che fanno vendere”. Comprare Beckham in pratica vuole dire aderire a uno stile che permette fondamentali meccanismi di identificazione e autorappresentazione ai consumatori, i quali riescono in questo modo a definire una loro personale identità, ovvero, come diceva Sartre in “L’essere e il nulla”, “ad accumulare essenze psicologiche e su queste proiettare un sogno d’identità che porti a un sogno di totalità”.