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L’ITALIA DI BEARZOT NASCE CON LA FINLANDIA

di Alessandro Mastroluca

Fulvio Bernardini ha esordito come ct in un’amichevole a Zagabria dopo la disfatta di Stoccarda al Mondiale del 1974. Non ha schiarito l’azzurro tenebra di una nazionale in cui c’era da mettere in pensione Mazzola e Rivera. Alla sua prima partita ufficiale, l’Italia perde a Rotterdam contro l’Olanda con Crujff in campo, ma non più con Michels in panchina. Anche in Italia fiorivano spinte per un calcio all’olandese, ma nemmeno il suo carisma facilita il cambiamento. Le prestazioni della Nazionale restano mediocri nelle qualificazioni per l’Europeo del 1976.

Resterà ct per sole sei partite, nelle quali è anche direttore tecnico e responsabile primario degli azzurri. “Si divertì a rompere ogni schema, con convocazioni sterminate, chiamando anche illustri carneadi”, ha scritto Corrado Sannucci su La Repubblica. “Fece esordire Rocca, Roggi, Caso, Zecchini, Damiani, Re Cecconi, Antognoni, Savoldi, Esposito, Orlandini, Martini, Guerini, Gentile, Cordova, Graziani, G.Morini”.

“Bernardini”, scrive Claudio Gentile nella sua autobiografia, “ha settant’anni e un po’ li dimostra per l’aria stanca e perché parla lentamente, a scatti, con una voce roca, a volte quasi a fatica, anche se è sempre lucidissimo e spiritoso. Un personaggio con un carisma incredibile, elegante, con il suo inseparabile borsalino in testa”. Tra i due non c’è confidenza, c’è un distacco dovuto più al ruolo che all’età.
Mantiene il posto di commissario tecnico fino al 27 settembre 1975, giorno di Italia-Finlandia all’Olimpico. All’andata gli azzurri hanno vinto 1-0 a Helsinki. È bastato il rigore striminzito di Giorgio Chinaglia. Quel giorno in panchina va Enzo Bearzot, Bernardini rimane come garante-supervisore. La nazionale a due voci, scrive Bruno Bernardi sulla Stampa, “stona, perché rischia di generare confusioni ed equivoci. Alla eloquenza di Bearzot — che espone i suoi concetti con attendibili spiegazioni tecniche e teoriche — si contrappone la dialettica un po’ scanzonata di Bernardini”. Non sempre i due vanno d’accordo: Bearzot ripete che Capello e Pecci non possono coesistere, Bernardini invece è meno categorico. In campo va comunque il solo Pecci, che forma la cerniera di centrocampo con Benetti a destra e Morini a sinistra. Antognoni invece, spiega Bearzot alla vigilia a Franco Mentana per la Gazzetta dello Sport, “agirà a briglia sciolta, libero di muoversi e di inserirsi secondo estro ma sempre tenendo conto dell’atteggiamento delle due punte”. L’obiettivo è di non esporsi al contropiede degli scandinavi, superiori agli azzurri sul piano atletico.

Il test di Coverciano contro la nazionale juniores rinforza le convinzioni di Bearzot. Dall’alto, Bernardini osserva e approva. “Siamo soddisfatti perché ciò che Bearzot ha chiesto alla sua squadra l’abbiamo ottenuto. Visti dall’alto, gli azzurri mi sono piaciuti per circa un’oretta: hanno cercato i collegamenti, a scapito del ritmo” ha detto. “C’è ancora molto da lavorare. Vorrei che la squadra si muovesse in blocco in un’area di 40-50 metri. È un sistema che impone doppia fatica e forse anche per questo si sono registrati degli errori nei passaggi e nelle conclusioni. Alcuni non ancora la condizione di forma ideale e hanno accusato una certa stanchezza”.

Bernardini, che in quei giorni annuncia una querela a un giornalista milanese, non sopporta le critiche di chi chiede risultati immediati e invoca il ritorno di Mazzola. Persino gli arbitri, in un sondaggio sui giornali, lo inseriscono nella loro nazionale ideale. “Di certe intrusioni ne farei volentieri a meno — afferma Bernardini — ma che vogliono questi arbitri? Tutti si dimenticano che, proprio con la Polonia, a Stoccarda, c’era Mazzola e che l’Italia venne egualmente eliminata”.
Bearzot, che si regala il debutto ufficiale sulla panchina azzurra per i 48 anni, si dice più interessato al gioco che al risultato. Vorrebbe vedere una maggiore maturità tattica nei giovani, e lo sottolinea nella conferenza stampa della vigilia. Mentre Bearzot enuncia titolari e riserve, lo stonato concerto a due voci si interrompe. Bernardini osserva in disparte, al massimo tossicchia.

La partita dell’Olimpico si traduce in un’esibizione di mediocrità disarmante. In campo scende “una nazionale popolata da fantasmi” titola la Gazzetta dello Sport. “Per impensierirci”, scrive Mottana, “per mortificarci non ci vogliono i campioni, bastano i finlandesi. L’Italia è già fuori dal campionato d’Europa (…). Il calcio italiano ha toccato il fondo nello stesso momento in cui cercava, dopo un anno perduto, un timido sperabile decollo”. I finlandesi mancano anche quattro palle gol in una partita che sconcerta l’allenatore della Polonia, inserita nello stesso girone: non si può giocare così male, pensa degli Azzurri. “Dove possiamo nasconderci”, si chiede per la Stampa Giovanni Arpino,
“in un fosso, in un vicolo buio, nella cuccia del cane? Altro che cavalcar la tigre: questa povera Nazionale (senza filtro e di pessimo tabacco) non sa neppure domare una renna (…). Parlavamo anche di « Nazionale logica ». Ma puoi essere logico finché vuoi, e magari figlio di Spinoza o Hegel o Benedetto Croce: se in calcio non stai in piedi, non puoi giocare. E in piedi, sull’erba romana, stavano in quattordici: gli undici finlandesi, Facchetti. Rocca e Benetti”.

Un mese dopo, alla vigilia della partita contro la Polonia, Bernardini lancia il suo j’accuse a tutto il calcio italiano. “Andiamo sempre appresso ai risultati, alle qualificazioni, mentre si dovrebbero tentare strade nuove: non possiamo diventare di colpo polacchi o olandesi” dice. Se la prende con la stampa, che esalta vecchie glorie e supposti campioni mentalmente impigriti, e con gli allenatori, responsabili di impostare le squadre in funzione del risultato, di farsi condizionare dalle società che magari impongono “di non rinunciare ad un giocatore mediocre, che non meriterebbe di giocare neppure in serie B, (…) per non svalorizzarlo”.

Bernardini chiede tempo, i tifosi vogliono risultati subito. Facchetti dice che la nazionale ha giocato decentemente solo nella trasferta di giugno del 1975 in Unione Sovietica, nonostante la sconfitta per 1-0. Pier Paolo Pasolini, nell’ultima intervista al Guerin Sportivo tre giorni prima di morire, gli dà ragione. Critica anche Chinaglia, affermando: “in quella Nazionale era perfettamente inutile: una mezza punta goffa e delirante, che in tal ruolo non vale neanche un decimo di quello che vale il delizioso, lampeggiante Bettega. E per di più Chinaglia non fa altro che mettere il malumore agli altri: e tutti sanno che si gioca bene solo quando si è di buon umore”. Pasolini non si aggiunge al cerchio di voci che vorrebbero l’addio di Bernardini, che “ha dato alla Nazionale una velocità doppia a quella della Nazionale precedente (…). Questa velocità ha creato un nuovo, grande giocatore: Capello”. Il segreto del gioco moderno, sottolinea con visione prospettica e quasi profetica, “è l’esattezza massima alla massima velocità: correre come pazzi ed essere nello stesso tempo stilisti”.

Un’Italia così nascerà. Batterà l’Argentina in casa loro al Mondiale, fallirà l’Europeo in casa nel 1980, sarà contestata, criticata, ma al Mundial di Spagna troverà la redenzione insieme a Pablito Rossi nel pomeriggio del Sarrià contro il Brasile e da lì via fino all’urlo di Tardelli in finale contro la Germania Ovest, agli applausi di Pertini perché “non ci riprendono più”, allo scopone in aereo. Quella nazionale di fatto si manifesta per la rima volta il 28 maggio 1976. C’è ancora il duo Bernardini-Bearzot, anche se “Fuffo” ormai non decide più. L’Italia sta giocando il Torneo del Bicentenario degli Stati Uniti d’America dopo l’eliminazione agli Europei 1976 nella fase eliminatoria.

Nel primo tempo, gli azzurri offrono uno spettacolo inatteso, mai visto prima contro gli inglesi. Disegnano un calcio veloce, brillante, e segnano due gol in 19 minuti. Ma all’intervallo succede qualcosa. Lo racconta Paolo Pulici a Italo Cucci per il Guerin Sportivo. “La sfilata delle majorettes è andata per le lunghe, l’intervallo è durato circa venticinque minuti e noi eravamo già pronti a riprendere il gioco mentre quell’esercito di belle ragazze era ancora in campo”. Al ritorno in campo, c’è ancora chi segue con gli occhi le giovani ballerine in minigonna, “e quando hanno aperto gli occhi, Zoff era stato battuto già due volte”. Però, forse per la prima volta, l’Italia quel giorno ha giocato in un altro modo, ha aggredito e non aspettato.

Un altro aspetto ha sorpreso gli inglesi e i giornalisti, la divisione dei ruoli tra Bernardini e Bearzot. C’è chi non sa bene a chi rivolgersi per le domande di rito della vigilia, non è facile per gli stranieri capire chi conta dei due, cosa chiedere e a chi. La doppia gestione è ormai finita, nei fatti. Nella forma, lo sarà ancora contro la Finlandia, a Helsinki, l’8 giugno 1977. L’Italia vince 3-0 con una squadra senza regista e avvicina la qualificazione ai Mondiali d’Argentina. “Ho sempre sostenuto che chi è in possesso di palla deve trasformarsi in regista. Ci stiamo avvicinando a questo concetto” afferma Bernardini. “La più grossa soddisfazione è quella di aver creato l’ambiente, di aver rinnovato il fascino della maglia azzurra. Anch’io posso aver commesso degli errori, ma i risultati ci sono stati e le scelte operate due anni fa sono state suffragate dal valori espressi in campionato. Questo gruppo comprende i migliori elementi disponibili, i quali hanno la coscienza di formare una “élite”. Nessuno è disposto a vivere di parassitismo agonistico perché sa che può contare sulla collaborazione di tutti”, dice Bearzot.

L’Italia non sarebbe stata più la stessa. Dopo quella partita tutti i giornalisti vanno nell’albergo della Nazionale, dove la FIGC aveva organizzato un banchetto. Quel banchetto, ha raccontato a Genova 3000 Elio Domeniconi, inviato del Guerin Sportivo, “mi tenne sveglio per tutta la notte. Erano tutti piatti di pesce crudo, con tante salse piccanti sopra”. Il presidente della FIGC, Franco Carraro, lo convoca nella sua suite. “Domeniconi, ho bisogno di un grosso favore. Lei a Genova ha gli agganci giusti. Dovrebbe pregare i suoi amici della Sampdoria di riprendersi Bernardini. Conto su di lei”, gli dice. Domeniconi chiama il vicepresidente Roberto Montefiori. “Carraro ha già telefonato anche a me. Tranquillizzalo, ci riprenderemo Fulvio come direttore sportivo”. Inizia così definitivamente l’era Bearzot.

Aspettando Atene: i precedenti di Italia-Grecia

di Francesco Gallo

Se diamo per buona la locuzione di Orazio secondo cui Graecia capta ferum victorem cepit, ovverosia: «La Grecia, conquistata dai Romani, conquistò il selvaggio vincitore», e se applichiamo la lezione del grande poeta al calcio, allora la mente non può che tornare all’eterno tentativo dei due Paesi (o se preferite, delle due squadre) di conquistarsi l’un l’altro. Con il pallone tra i piedi, è una sfida che si ripropone decennio dopo decennio, dagli anni Trenta. E in attesa della doppia sfida di qualificazione ai prossimi campionati Europei (8 giugno e 12 ottobre), abbiamo deciso di ripercorrere e raccontarvi la storia delle nove partite disputate tra Italia e Grecia.

25 marzo 1934, qualificazione ai Mondiali (Italia – Grecia 4-0)
Nella primavera del 1934 è quasi tutto pronto per il Mondiale casalingo. Mussolini ha ordinato di non badare a spese pur di offrire alla stampa estera l’immagine di un Paese benestante, felice e stretto intorno al suo condottiero. Tuttavia, le «folle di stranieri appassionati di sport», che tra maggio e giugno arriveranno in Italia, ignorano che il Belpaese conta quasi un milione di disoccupati, ha ridotto i salari del 20% e solo in pochi possono permettersi, una volta al mese, di portare in tavola la carne o il pesce.
Ma il 25 marzo, in pieno stile Panem et circenses, gli italiani hanno di che gioire. Giornata fitta di impegni. Al mattino sono chiamati a presentarsi alle urne per le elezioni e il pomeriggio allo stadio per Italia-Grecia. Visto che sono stati sciolti tutti i partiti politici, fuorché quello di Mussolini, gli elettori hanno il solo compito di porre una croce sul Sì o sul No a seconda della propria volontà nel voler approvare la lista dei deputati designati dal Gran Consiglio Nazionale del Fascismo. In dieci milioni, quasi il 97% degli aventi diritto, quel giorno voterà Sì. Se alle urne il plebiscito è fuori discussione, il timore aleggia sulla remota possibilità che il trionfo politico possa essere oscurato da una clamorosa sconfitta della nazionale azzurra contro la Grecia. Vaccaro e Starace fanno sapere al Duce che non qualificarsi per il Mondiale da giocare in casa è praticamente impossibile. A rafforzare questa idea ci pensa Vittorio Pozzo che nella partita di Milano schiera in campo due novità: il giovane portiere dell’Ambrosiana, Carlo Ceresoli, e un’energica mezzala della Triestina: Nereo Rocco. In attacco: Guaita e Meazza.
Si gioca allo stadio San Siro, il tempio del calcio milanese costruito, per volontà del presidente rossonero Piero Pirelli, alla maniera inglese: tribuna centrale coperta e nessuna pista di atletica a separare il campo dal pubblico. Il calcio d’inizio è alle 15:00. E gli undici azzurri impiegano poco tempo a disfarsi degli inesperti avversari greci: 4 a 0. La larga vittoria porta la firma dell’oriundo Anfilogino Guarisi (brasiliano, il suo vero nome era Amphilóquio Marques Guarisi detto Filò), Ferrari e doppietta di Giuseppe Meazza.

4 marzo 1972, amichevole (Grecia – Italia 2-1)
Gli azzurri di Ferruccio Valcareggi, campioni uscenti dei campionati Europei del 1968, avevano vinto senza preoccupazioni il girone di qualificazione davanti ad Austria, Svezia e Irlanda. La squadra è collaudata, le battaglie del Mondiale messicano sono ancora negli occhi di tutti, ma i primi dubbi sulla tenuta della vecchia guardia azzurra vengono al pettine durante l’amichevole di Atene contro la Grecia.
Zio Uccio dietro si affida al consolidato duo Burgnich-Facchetti; a centrocampo gioca le ultime partite Sandro Mazzola, mentre in attacco, alle spalle di Gigi Riva, gioca l’unica novità della rosa: Claudio Sala, abile interno destro del Torino.
Alla rete di Antoniadis risponde Boninsegna e nel secondo tempo da la vittoria alla Grecia un tiro al volo di Pomonis. È il primo campanello d’allarme del prossimo azzurro tenebra. Gli ultimi fuochi della dittatura dei colonnelli in Grecia hanno colpito anche l’Italia, ma gli italiani appaiono molto più preoccupati della battuta d’arresto della nazionale azzurra rispetto al sequestro dell’ingegner Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens, da parte di un nuovo gruppo armato extra-parlamentare: le Brigate Rosse. La foto del malcapitato Macchiarini con la pistola puntata sulla guancia e con il cartello al collo con su scritto «Mordi e fuggi! Niente resterà impunito! Colpiscine 1 per educarne 100! Tutto il potere al popolo armato!» farà il giro del mondo dando inizio all’epoca dei sequestri.

30 dicembre 1975, amichevole (Italia – Grecia 3-2)
Fuori al girone ai Mondiali del 1974 e mancata qualificazione agli Europei del 1976. La nazionale azzurra continua a sprofondare nelle tenebre, urge una rifondazione. Bernardini e il giovane Bearzot puntano sui giovani. In attacco, al comunale di Firenze, contro la Grecia, sfoggiano Paolino Pulici e Beppe Savoldi. L’inedita coppia-gol sventa le minacce greche e l’Italia vince 3-2. È il penultimo giorno dell’anno. Si spegne così un 1975 avaro di gioie calcistiche ma che a livello politico e sociale è stato attraversato dal brivido del proletariato al potere, de «I padroni a cuccia» e delle prime avvisaglie del Compromesso storico tra Moro e Berlinguer.

 

6 dicembre 1980 e 14 novembre 1981, qualificazione ai Mondiali (Grecia – Italia 0-2 e Italia – Grecia 1-1)
Lo scandalo ItalCasse e del Totonero; le stragi di Ustica e della stazione di Bologna; la delusione dell’Europeo casalingo e l’unico punticino raccolto durante il Mundialito, accompagnano le due partite contro la Grecia, valide per l’accesso ai Mondiali di Spagna del 1982. La nazionale di Bearzot, nella prima delle due sfide, manifesta la propria superiorità ad Atene. Antognoni e Scirea, firmando lo 0-2, lanciano l’Italia in testa al girone. Ma uno scolorito pareggio al ritorno (1-1), nonostante il bel gol di Bruno Conti, ne complica il cammino. Non danno i frutti sperati gli esperimenti di Dossena mediano e di Selvaggi unica punta. Ci qualifichiamo comunque, un passo dietro alla Jugoslavia. Come sarebbe andata dopo, in Spagna, lo sappiamo tutti.

5 ottobre 1983, amichevole (Italia – Grecia 3-0)
Dopo la vittoria del Mondiale spagnolo, Enzo Bearzot ha avviato un deciso rinnovamento della squadra. Sono rimasti in azzurro soltanto Cabrini e Rossi. Bordon e Galli cercano di raccogliere l’ingombrante eredità di Zoff, mentre Bergomi ormai è diventato l’inamovibile terzino destro. Baresi e Vierchowood formano la coppia centrale, Bagni e Ancelotti dirigono il centrocampo. L’assetto pare funzionare benissimo a Bari, nell’amichevole contro la Grecia. Il netto successo per 3-0, con le reti di Giordano, Cabrini e Rossi è però solo un’illusione: una nazionale vecchia, lenta e prevedibile fallirà clamorosamente la qualificazione agli Europei del 1984 in Francia.

13 marzo 1985, amichevole (Italia – Grecia 0-0)
Esentata dalle qualificazioni per il Mondiale in Messico, l’ultima Italia di Bearzot fa il pieno di amichevoli. Ad Atene, contro la Grecia, il ct campione del mondo preferisce il romanista Tancredi in porta; a centrocampo è il turno di Di Gennaro, il regista del Verona, in accoppiata col reduce Tardelli. Terminerà con un sonnolento 0-0. Anche questa Nazionale è piena di juventini, che due mesi dopo vinceranno la Coppa dei Campioni nella tragica notte dell’Heysel.

8 ottobre 1986, amichevole (Italia – Grecia 2-0)
Dopo il Mondiale messicano, la nazionale è ancora un ibrido. Il nuovo allenatore è Azeglio Vicini. Modesto passato da giocatore, un discreto presente da tecnico. Da responsabile dell’Under 21 non è riuscito a cogliere l’alloro giovanile con la più incredibile fioritura di talenti del nostro calcio: Zenga, Maldini, Berti, Donadoni, Giannini, Mancini e Vialli. Ma quella Nazionale ha fatto di nuovo sognare gli appassionati. Promosso ct della nazionale maggiore, promuove subito Zenga e Donandoni titolari, Ferri è lo stopper. Ma è ancora indeciso se confermare Vialli, Mancini e Ancelotti. La vittoria per 2-0 contro la Grecia nell’amichevole di Bologna, con una storica quanto splendida doppietta di Beppe Bergomi, gli chiarisce le idee. Ed è il primo passo verso un convincente Europeo del 1988.

19 novembre 2008, amichevole (Grecia – Italia 1-1)
Dopo ventidue anni è di nuovo Italia-Grecia. Nell’amichevole di lusso di Atene, il rientrante Marcello Lippi (al posto di Donadoni dopo l’Europeo del 2008) prova un modulo per lui insolito: 4-2-3-1. Schiera in campo De Sanctis al posto di Buffon (a riposo), Chiellini gioca accanto a Cannavaro; sulle fasce Bonera e Grosso, simbolo della vittoria del Mondiale di due anni prima. In mediana giocano De Rossi e Gattuso, poi tre centrocampisti avanzati: Camoranesi, Montolivo e Giuseppe Rossi. In attacco, da solo, Luca Toni. È suo il gol dell’1-1 che fissa il risultato finale in parità. Con questa partita Lippi supera il record di imbattibilità di Vittorio Pozzo, portandosi a 31 partite senza sconfitte sulla panchina azzurra.

 

Dalle Ande all’Iseo – Sei gradi calcistici di Andrea Meccia

Palermo-KrolIl gioco dei 6 gradi è piaciuto ad un po’ di calciomani. Il primo che pubblico è Andrea Meccia, un bel percorso dalle Ande all’Iseo.

Nelle qualificazioni ai mondiali del Sudafrica, l’Argentina allenata da Diego Armando Maradona conquistò 3 punti decisivi contro il Perù con un gol di Martín Palermo nei secondi finali.

Nei mondiali del 1978, giocati durante gli anni della dittatura militare, l’Argentina padrona di casa conquistò il mondiale battendo in finale l’Olanda del calcio totale per 3 a 1. Una delle partite con più ombre fu quella vinta dall’Albiceleste contro il Perù per 6 a 0.

In quel mondiale l’unica sconfitta rimediata dall’Argentina la rimediò contro l’Italia di Bearzot. Il gol lo segnò Roberto Bettega, su assist di Paolo Rossi.

Quattro anni più tardi, Paolo Rossi sarà l’eroe del mondiale di Spagna ’82, vinto dagli azzurri, ancora guidati da Bearzot, nella finale contro la Germania Ovest. La partita terminò 3 a 1. Per i tedeschi il gol della bandiera fu segnato da Breitner.

Breitner aveva già segnato in una finale mondiale. Otto anni prima, la Germania Ovest conquistò la Coppa del Mondo battendo l’Olanda per 2 a 1. Vantaggio orange con Neskeens dagli undici metri. Pareggio del maoista tedesco dai capelli ricci e dalla barba lunga, gol vittoria di Müller.

Tra gli olandesi vice-campioni del mondo c’era anche Ruud Kroll, futuro difensore del Napoli. Kroll arriverà all’ombra del Vesuvio nel 1980. Nei suoi anni napoletani (1980-1984) segnerà un solo gol, contro il Brescia.

"1982" di Furio Zara

Ma perché quell’estate e quel mondiale del 1982 è un punto di partenza, un parametro, un termine di paragone? Tutti i viventi dai 6 anni in su, prendono quell’estate come riferimento a partire dal quale tutto è stato diverso, ogni cosa è cambiata. Chi allora aveva i capelli e dal 12 luglio li ha iniziati a perdere, chi aveva i figli piccoli da portare al mare e adesso i nipoti da sedare per l’iperattivismo, chi mangiava a sbafo senza mettere un filo di grasso e dal giorno dopo ha visto spegnersi irrimediabilmente quel perfetto metabolismo invidiato da tutti.
Il 1982 è l’anno dell’Italia, lo dicono addirittura i numeri macroeconomici, in salita da quell’anno in poi. Ma è l’anno dell’Italia soprattutto perché abbiamo vinto il mondiale di calcio, quello di Zoff e i guanti puliti, di Pertini che voleva vincere a scopone, se ne fotteva delle telecamere, di Bearzot molto simile al Prandelli europeo (con la differenza che ancora oggi c’è chi dice che Bearzot era un imbriagon incompetente con un culo grande così), di Bergomi 18enne con la faccia più anziana di oggi, di Collovati che nascose tutti i centravanti avversari mentre adesso nasconde la competenza dimostrata quell’estate dietro la voglia di protagonismo attira-sponsor, di Scirea, morbido come nemmeno Beck, di Gentile che aveva la forza di Chiellini senza il suo essere scoordinato, di Cabrini e Conti, i due migliori del mondiale, campioni mai troppo considerati per quello che hanno fatto vedere nella loro carriera, di un Oriali impressionante, capace di fare il Gattuso venti anni prima di Gattuso, di Antognoni, sfortunato ma bello (e per questo adorabile), di Ciccio Graziani, ad avercelo un attaccante che creava quegli spazi, di Paolo Rossi memorabile solo per quei 6 gol, il resto è normale amministrazione con condanna acclusa.
Questa lunga lista, i ricordi ricordati di tutti e tante altre suggestioni vengono fuori a getto continuo dal libro “1982. Un’estate, una promessa di felicità. Storia in due tempi e un intervallo” di Furio Zara, che non si riesce a capire perché non ce la fa a scrivere un libro piatto, aneddotistico, cerimoniale, senza verve.
Il libro di Zara riesce a rispondere alla domanda iniziale attraverso le storie di quel mondiale e che da quel mondiale sono continuate per giungere fino ad oggi. Zara non ha solo scritto un racconto fatto di epos con cui noi tutti colleghiamo link mentali molto differenti, ma ha disteso un percorso ricchissimo di panorami da ammirare, un tunnel di ricordi e cronaca che ti accompagna dove tu vuoi.
Il titolo dice molto. Una promessa di felicità. Quello è stato quell’anno magico. Mantenuta? Ritorniamo all’incipit. Quello che ci resta di più non è mai raggiungere uno status, un modello, un sogno, ma semplicemente il pensarlo, il percorrere la strada. Il 1982 ha fatto una promessa agli italiani, nessuno escluso. E per pegno ci ha dato un Mondiale di calcio entusiasmante. Quello è stato il momento in cui la strada è stata segnata, il sogno mostrato. Poi l’aver raggiunto o no il sogno, non può mai far nascere la stessa felicità.