RECENSIONE DE “LA SQUADRA CHE SOGNA” DI GIUSEPPE PASTORE

Quante cose è il libro di Giuseppe Pastore, “La squadra che sogna” (66thand2nd Edizioni) sull’Italia del volley negli anni ’90. È la storia di una squadra sì, ma che squadra è? È una squadra dello spirito più che della carne o delle idee, anche se Pastore è bravo anche a scrivere di spalle spinzate, polpacci sfibrati e polsi sfilacciati, mentre lascia stare il volley da lavagnetta o da tablet e forse fa anche male. È una squadra che ci ha accompagnato in tutti gli anni ’90, che fanno da contrappunto nel libro con la loro carica rivoluzionaria di cui oggi forse comprendiamo la portata perché ci stiamo finalmente abituando tutti alle novità (prima fra tutte, l’esistenza digitale). Ed è una squadra-gruppo, a cui non eravamo e non siamo abituati. Soprattutto in Italia il gruppo-squadra è una sfera, con piccole irregolarità certamente, ma che rimbalza sempre con una più che buona approssimazione. Quella invece Pastore ce la presenta per quello che è stata, ovvero una squadra di singoli, ognuno con una sua forte e cocciuta personalità, che insieme formavano un dodecaedro il quale non riuscivi mai a capire dove rimbalzasse.
Il racconto non ha salti temporali né strani imbuti narrativi. Chi segue Pastore su Gazzetta, l’Ultimo Uomo e anche sui social conosce la sua capacità di cogliere un dettaglio per far discendere alla massima velocità il lettore fra le rapide delle diverse storie connesse a quella scintilla, una capacità tutta sua con la quale ti porta dove vuole, sempre però sano e salvo e mai in confusione. In questo libro espande per più pagine questa capacità, riempiendo di dettagli e parole che a volte sembrano piccole una vicenda enorme per lo sport italiano e non solo.


Diventa così grande anche perché quella squadra arriva in un momento di passaggio epocale per l’intero sport professionistico e per la pallavolo in particolare. Da sport “orientale” per eccellenza, noi arriviamo appena dopo la prima forte spallata USA e lo facciamo diventare globale, assecondandone la parabola storica naturale, ma anche forzandola con tutta una narrazione sul nostro artigianato sportivo di provincia di altissima qualità, una sorta di made in Italy del prodotto sportivo d’eccellenza, secondo cui all’atleta non basta il talento di un calciatore o di un corridore per vincere, per non parlare di quello che poi vi aggiunge Velasco, con le parole da guru ma anche con le scelte rivoluzionarie come i 12 titolari o i cambi forsennati. Diventiamo un laboratorio per l’intero sport, anzi un’enorme cucina, quello che poi in effetti pensano di noi. C’è uno chef che ha nuove idee, tanti ingredienti buonissimi, bisogna saperli miscelare alla perfezione, altrimenti la maionese impazzisce. Se il Dream Team di basket è un negozio di gioielli, noi siamo una vetreria di Murano.
L’autore da grande spazio a Velasco. Correttamente. Velasco, da non italiano, allenando la sua squadra fa un discorso su di noi, chiedendoci di adattarci e cambiare. Nel libro è ben tratteggiato questo che è una sorta di esperimento sociologico su un panel strettissimo (i giocatori di volley italiani). Velasco vuole mettere in subbuglio tutti i punti cardinali del nostro vivere in gruppo. La prima cosa sono gli alibi, molto più difficile da abbattere rispetto ai limiti. Per chi ha vissuto millenni fra le gambe dei colossi, oggi è molto più facile farsi prendere in braccio che cercare di arrampicarsi. Ma mette alla prova il gruppo non solo spronandolo a pensare in maniera differente, ma anche con scelte pratiche. Ad esempio sceglie due leader tattici alternativi (i palleggiatori Tofoli e Vullo e poi Tofoli e Meoni). Un grave errore nel paese più cesarista fra le democrazie occidentali. Eppure lui ci prova, così come all’improvviso elimina dal suo gruppo il leader caratteriale, Andrea Lucchetta. Anche qui l’italiano vero si sarebbe tenuto stretto chi ne fa le veci e riporta la voce in un gruppo, facendosi aiutare a guidare il gruppo stesso. Ma non Velasco.


Altra parte molto bella del libro è quella dedicata all’Olimpiade di Barcellona. Pastore descrive i fatti ma soprattutto cerca di far capire che cos’è un’Olimpiade per lui, ma anche per quegli atleti di cui parla, avendoli conosciuti così bene. In sintesi si può dire che è un viaggio dentro se stessi, una frase che si usa spesso, nella maggior parte dei casi per i reality show, il che ne spiega subito il valore. In questo caso invece è usata con cognizione, perché il partecipare ad un’Olimpiade con la possibilità di vincere è quanto di più colossale c’è oggi. La lotta è contro i limiti e le scorciatoie. Per vincere bisogna essere meglio di quello che siamo, non sfuggendo alla strada da percorrere di cui non si vede la fine. Quasi tutti tornano indietro.
Infine Pastore scioglie con un ottimo spunto il nodo più complesso in relazione a quella squadra, ovvero il rapporto fra vittoria e sconfitta. Lo scioglie scegliendo ma non citando il Pasolini, che da cinefilo è più vicino a lui, quello del 1967 alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, in cui parla di morte e montaggio. Pastore chiude il libro con la morte di quella squadra, la sconfitta alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996. Solo quella morte, ci dice Pastore in questo modo seguendo Pasolini, da senso al caos semantico di quel gruppo (e di quel tempo insieme, se parliamo di cinema). Quella morte ad Atlanta “compie un fulmineo montaggio della nostra vita” e per nostra Pastore intende sia di quella squadra straordinaria ma anche nostra in quanto tifosi e semplici uomini e donne che hanno assistito. Una squadra di vincenti che viene definita da una sconfitta, uno dei modi migliori nello sport per essere ricordati.

Azzurro Tenebra di Giovanni Arpino. Il miglior romanzo calcistico della letteratura sportiva italiana?

Finalmente l’ho fatto! Era ora, lo so, me lo diceva perfino mia madre che era colpa mia, solo colpa mia. E io là a dare la colpa alla miopia editoriale, al tempo, perfino al vecchio stile italiano che ormai sta tramontando. Finalmente ci sono riuscito, ho letto “Azzurro tenebra” di Giovanni Arpino. Ringrazio pubblicamente la Graphot che ha ripubblicato dopo anni il romanzo di Arpino sotto la sigla Spoon River nella collana Storia & storie. Tutti quelli che aprono il libro di Arpino, lo fanno con una precondizione chiara: sto per leggere il miglior romanzo della letteratura sportiva italiana? Anch’io l’ho fatto e qui vi espongo i punti del perché sì, perché no.

Il titolo è da applausi, sintetica armonia di sensazioni. Eccezionale.

Il testo è arpiniano nel profondo, ragnatela di sviluppi verbali che corrono e percorrono sentieri che si aprono al lettore.

Il ritmo è talmente musicale che si può essere trascinati dal sound scordando che ci sono i sensi.
I personaggi principali del romanzo vivono nel batti e ribatti di dialoghi irreali e di morbida fantasia lessicale. Ma pur dicendo parole impossibili, i vari Giacinto, Bibì, Vecio si mostrano in profondità, tirando fuori un animo che è confermato dalla storia e dalle altrui testimonianze. Saper scrivere degli uomini in quel modo è unico e per fortuna su carta.

Paesaggi e persone palpitano di concreto, oggi pochi scrivono dell’acqua senza parlare di molecole. Per loro è tutto lì lo spirito positivista, mentre Arpino ce ne dice quattro scrivendo di realtà con l’immaginazione.

Non capisco perché tutto è centrato sui 4 amici al bar. Guardare anche agli altri, scoprendoli, avrebbe dato di più al testo e alla storia. Golden, Bomber, Spina, lo Zio restano macchie di sfondo, burattini di una storia di uomini, figure che non ci rispondono a nessuna nostra domanda sul perché è successo.

L’autore extradiegetico affoga le emozioni dell’autore intradiegetico e Arp diventa un grillo parlante ex post che spesso non scopre le carte, ma fa il fenomeno a botta fredda.

Un non so sono le prospettive della storia. L’autore che sa già tutto, conosce anche le rotte successive di ognuno.

A questo punto la domanda è: scrivere solo di quel presente passato oppure di un presente già futuro? Se l’autore vive avanti, credo che sarebbe stato giusto pensare ai diversi uomini in ballo in prospettiva, magari scavando un po’ in più nelle psicologie del dopo.

Risultato finale: un romanzo da leggere anche senza conoscere i fatti. Lo stile merita applausi e il ritmo regge qualsiasi confronto. Un grande romanzo ma non è l’apoteosi non superabile. Ne aspettiamo altri, tanti altri.