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“Scusa se lo chiamo futebol” di Enzo Palladini

Scusa se lo chiamo FutebolCi sono dei libri che ti fanno tuffare, ti fanno fare splash, fuor di metafora ti tirano dentro, ti immergono nelle storie, nelle vicende umane, storiche o geografiche che narrano.
Mi succede spesso, ma neanche tante volte pensandoci bene, l’ultima volta di sicuro con “Scusa se lo chiamo futebol” di Enzo Palladini.
Tanti personaggi per tante storie, che riescono a farti vivere un’atmosfera che non è solo calcio, ma è vera e propria vita altra rispetto alla nostra.
Ovviamente della vita differente di cui si può fare esperienza in Brasile ne parlano tutti i libri. Ma fartela sentire quella sensazione di meravigliosa naturalezza che ci può essere nei paesaggi, nelle favelas, nelle ricette, nelle facce, nei movimenti, nei culi delle donne, nelle vicende umane non è cosa da tutti. Le storie di Palladini sono puntini che all’ultima pagina ti ridanno un quadro. Della sua bellezza ti rendi conto con il passare delle pagine, ammirando contorni che si definiscono e pennellate che si distribuiscono.
Quando l’ho chiuso dopo la fine, mi è sembrato di ritornare da qualche posto. Quando un libro fa così è fantastico.

“Un giorno triste così felice” di Lorenzo Iervolino

Lorenzo_Iervolino-Un-giorno-triste-cosi-feliceCome ben comprensibile da altri post precedenti, ho letto con voracità “Un giorno triste così felice” di Lorenzo Iervolino.

Il libro è molto bello, naviga fra vari generi, ed è un pieno crossing-style che piace tanto e non è un fatto di moda. È romanzo, biografia, appunti di viaggio, mancano delle illustrazioni, ci sarebbero state alla grande. Iervolino padroneggia. Il verbo giusto non può essere che questo: in tante altre biografie l’autore si fa troppo piccolo rispetto al personaggio, che inizia a a scappargli da tutte le parti, ne perde gli scopi, le traiettorie, i desideri veri. Iervolino invece tiene in mano l’argomento e lo gestisce a piacimento. Nonostante il personaggio sia enorme, multiforme, troppe cose per tratteggiare tutte le sue linee. Bisogna scegliere una sola strada. Iervolino sceglie quella della passione umana molto umana di Socrates e non sbaglia, anzi mi sa che è la scelta giusta per inquadrarlo almeno in parte.

Questo libro mi fa pensare altre due cose: Socrates è stato un grande giocatore ma di terza, quarta fila rispetto a chi ha vinto davvero. Ma dal libro di Iervolino viene fuori la sua monumentalità anche in campo, non è giusto pensarlo come soprattutto altro dal calcio. E chissà quanti altri calciatori sono degni di essere raccontati a questo modo anche se le mani non hanno mai toccato chissà quali trofei.

Seconda annotazione: insieme a questo libro, in avvicinamento a Brasile 2014, sono usciti altri libri su Socrates. Può la wave dell’occasionalità dare vita al libro da leggere? In rete ne ho parlato un po’ e ci sono idee diverse: se il libro vale non conta il momento, deve uscire e far parlare. Secondo me l’occasione può essere un motivo in più per approfondire alcuni temi. In questo senso il dibattito però è ancora aperto e si definirà meglio con le uscite delle prossime occasioni.

“Storie Mondiali” di Federico Buffa e Carlo Pizzigoni

Storie-Mondiali-Buffa-PizzigoniHo letto “Storie Mondiali” di Federico Buffa e Carlo Pizzigoni. Prima avevo visto, non tutte, alcune le ho ancora sul decoder, le puntate televisive del programma Sky da cui il libro è tratto. Sono due prodotti differenti, anche se partono da un quasi identico testo, da leggere nel primo caso, da ascoltare più che da vedere nel secondo.
Questa cosa mi ha di molto intrigato e fatto riflettere sulle sinestesie editorial-televisive. La domanda più larga è: come creare due prodotti complementari, non identici, entrambi da godere e da cui apprendere/ricevere emozioni che partono dallo stesso impianto contenutistico?
Buffa-Pizzigoni mi hanno dato le prime due risposte.

1) Costruire prodotti autonomi ma allo stesso tempo integrati. Secondo me il grande colpo è stato ricostruire il testo letterario sui tempi e le sfumature attoriali del programma televisivo e del Buffa narrante in particolare. Se non ricordo male, è la prima volta. Quando leggo il capitolo di una puntata già vista, ne ritrovo le cadenze buffiane e le sue architetture discorsive (prima di leggere il libro avrei immaginato che le sue famose “costruzioni digressive” creassero confusione alla lettura, invece reggono). Quando vedo una puntata di cui ho già letto, mi appassiona l’approfondimento e non perdo in “immersione”, nonostante il già letto.

2) Testualità concentriche. Al di là della sintassi sinergica, i testi di libro e programma televisivo si sviluppano per centri tematici concentrici, creando focus che si amplificano grazie alla doppia fruizione. Se ascolto di Andrade in televisione, nel libro trovo approfondimenti e nuovi collegamenti. Se leggo di Cruyff nel 1974, in tv comprendo meglio altri elementi.
Il tema libro-programma televisivo è futuribile e molto importante per il mondo dell’editoria (sportiva ancora di più). Ho letto varie cose trasposte dai programmi televisivi e al di là della bontà editoriale avvertivo troppo il sentore di spin-off e prodotto altro per crearmi sensazioni richiamanti. “Storie Mondiali” di Buffa-Pizzigoni invece è qualcosa di nuovo, che sa creare un equilibrio diverso, moltiplicante grazie ad un commistione mai vista.

La mia sull’Italia

Italian national team football striker MHo fatto sbollire e adesso mi sento più lucido per parlare di Italia. Sono pensieri sparsi:

1) Ma si può giocare un Mondiale senza una seconda punta vera?

2) Diamanti, Florenzi e Berardi continuo a dire che per me sono mancati. Il primo ti dava la tigna che in attacco è mancata, il secondo è stato per tutto il campionato un Parolo molto più decisivo, a questo punto mi porto lui, il terzo poteva essere la vera sorpresa.

3) Il modulo senza ali d’attacco con la Costa Rica non doveva essere ripetuto.

4) Abbiamo giocato in condizioni difficili (come tutti gli altri) senza fare cambi sostanziali. Deschamps ha fatto girare vorticosamente la squadra e sono ancora tutti freschi.

5) Eravamo in pietose condizioni fisiche. Ma un anno fa in Confederations non erano stati raccolti dati preziosi per non fare questa fine?

6) Cosa voleva essere il nostro gioco? Un po’ di Tikitaka nell’anno della sua morte e un po’ di Juve di Conte. Siamo rimasti a metà strada.

7) Non abbiamo gli uomini per fare gioco di palleggio. Pirlo a 40 gradi e Verratti non bastano. Servono gli attaccanti che sanno fare quel gioco soprattutto senza palla.

8) Non abbiamo portato gli uomini neanche per fare il gioco all’italiana. Non c’era un terzino sinistro abile nelle due fasi e con la capacità di giocare facile sulla fascia. Non c’era un’ala destra d’attacco. Eravamo zeppi di mezzepunte che hanno giocato un po’ dove capitava. E ci mancavano anche i difensori. Per il gioco all’italiana servono difensori risolutivi. Chiellini, Paletta e Bonucci sono tutto tranne questo.

9) Abbiamo rischiato di prendere gol da quasi tutti i tiri da fermo che abbiamo subito. Tattica di difesa assente.

10) Il futuro io ce l’avrei già scritto: poiché il prossimo europeo a 24 squadre ti permette di sperimentare molto di più (2 qualificate direttamente in un girone facile) punterei su un allenatore che non ha un gruppo di riferimento e pesca veramente ovunque, anche in B, facendo giocare gente di 22-23 anni per averli pronti fra due anni insieme a pochi titolari.
P.S. Sì, è colpa del caldo, il gruppo era diviso, non abbiamo fatto un tiro in porta in due partite, Prandelli non aveva più in mano la squadra e Balotelli ha giocato uno schifo. Però sul gol Bonucci marcava Godin a 15 metri di distanza, permettendogli uno stacco con rincorsa (lui è 1,90 per 1 quintale, prova a fermarlo). Delle volte si perde per dei motivi molto più semplici.