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Il BRIGATISTA. INTERVISTA AD ANTONIO IOVANE

Il tuo brigatista ripercorre l’intera parabola del terrorismo italiano. Tu che idea ti sei fatto del fenomeno nella sua interezza? Quanto di vero le carte processuali finora redatte hanno lasciato ai posteri? 

Non sono un dietrologo, né mi piace avallare ipotesi che non siano comprovate. Ci sono tante tesi parallele che poggiano sul nulla, che non hanno il timbro della Storia e, in quanto tali, restano tesi. Il mio romanzo tenta un’operazione diversa: racconta dei brigatisti che credettero davvero in quello che facevano, e che furono comunque la maggioranza. Sono loro che ho deciso di mettere in scena per comprendere perché un gruppo di ragazzi decise di imbracciare le armi e sparare, gambizzare, rapire, uccidere. Se altri furono manovrati non mi interessa, mi interessa solo partire da quello che si sa. Dalle carte processuali, appunto. Il resto non è Storia ma fantasy.

Secondo te come si parla oggi di terrorismo? Usiamo un vocabolario corretto oppure è ancora inquinato da incomprensioni e logiche “di parte”?

Permettimi una battuta: già il fatto che la tua domanda contempli il termine “terrorismo” dimostra che il dibattito non è sereno. Molti contestano che la “lotta armata” (che colpiva obiettivi ben definiti, immersa com’era in una logica di guerra civile) possa essere  assimilata al “terrorismo” (che colpisce indistintamente la popolazione civile, e infatti fa uso di bombe che non sono mai state prerogativa delle BR). No, il dibattito non è sereno, e non lo sarà mai finché non ci sarà una pacificazione rispetto a quel periodo storico, poiché il linguaggio si adegua alla Storia.

Con il quarantennale dell’uccisione di Aldo Moro si è tornato a parlare di terrorismo. Quell’episodio è la chiave di volta dell’intero fenomeno o un semplice colpo di coda?

Per molti l’affaire Moro ha rappresentato l’inizio della fine, le BR erano ancora forti prima del rapimento, e forti vuol dire avere consenso. Persero quel consenso e si avviarono verso la liquidazione, complice l’azione degli uomini di dalla Chiesa e le enormi divergenze interne. L’affaire Moro è il punto di svolta, non c’è dubbio, anche per il clamore e le ferite che ha lasciato nella società italiana. Ma non si capisce il rapimento Moro se non si risale al rapimento Sossi, che fu del rapimento Moro la prova generale. Comprendere un fenomeno complesso come le BR vuol dire seguire la catena di causa-effetto che ha portato a Moro, inserendo la vicenda nel contesto più ampio della parabola brigatista. Isolare gli eventi e decontestualizzarli come se non avessero una causa e un effetto è un’operazione rischiosa, il pericolo è quello di raggirare il lettore.

L’ultimo capitolo del libro ha per titolo “Gli eroi non esistono” in quanto alla fine delle varie storie, giornalisti e carabinieri inclusi, risultano perdenti. Sei d’accordo sul fatto che neanche lo stato vincitore abbia innestato nel tessuto sociale buoni semi su cui ricostruire?

In parte. Lo Stato ha imparato innanzitutto la lezione del contrasto alla sovversione, alla lotta armata, al terrorismo. Abbiamo creato i nostri anticorpi. Con l’azione di dalla Chiesa, il nostro antiterrorismo è diventato avanguardia, e molti Paesi hanno guardato all’Italia per risolvere i loro problemi interni. Ma le tensioni sociali, seppure in seguito non siano sfociate in atti eversivi (a parte qualche episodio isolato e fuori dalla Storia come quelli delle nuove BR), non sono mai scomparse. “Gli eroi non esistono”, nelle mie intenzioni, voleva essere più che altro una riflessione sulla natura umana che è sempre ambigua, complessa, controversa.

Su quali fonti hai svolto le ricerche per ricostruire soprattutto il profilo psicologico del protagonista?

Documenti originali, comunicati delle BR, memorialistica dei brigatisti, articoli, saggi, migliaia e migliaia di pagine, non so più quante. Ho cercato di immergermi totalmente nei loro pensieri, gesti, emozioni. In un certo senso ho seguito la lezione di dalla Chiesa che riporto nel romanzo, quando dice che per combatterli occorre “Pensare come loro, diventare come loro, ma soprattutto vivere, vivere come loro”. Ecco, io ho mutuato questa lezione per scrivere di loro.

Oggi quelle idee su cui tutto si muoveva sembrano lontanissime. Sembra più comprensibile il Risorgimento che quell’epoca di battaglie e rimorsi. Pensi che conoscere a fondo quel periodo possa invece insegnare qualcosa ancora oggi?

Capire perché la Storia ha imboccato la strada del dramma non è solo fondamentale, ma è fondativo. Non basta, tuttavia, conoscere i fatti, occorre sapere perché è successo quello che è successo. Prendiamo la Shoah. Non serve raccontare che i nazisti sono stati dei folli, ma bisogna analizzare quella che rubrichiamo, semplificando, a follia, fino a rintracciarne la radice e magari scoprire che con la categoria della follia non si spiega nulla. Quello che conta è capire le ragioni anche dove apparentemente la ragione sembra assente. Eppure le cose accadono sempre per un motivo. Noi abbiamo il dovere di indagare su quel motivo perché i nostri figli e i nostri nipoti, quando i testimoni saranno tutti scomparsi, non si accontenteranno, vorranno conoscere. E conoscere vuol dire comprendere le ragioni di fondo. Così con la lotta armata: comprendere i perché è l’unico modo che abbiamo per indicare la strada giusta a chi deve ancora nascere.

Il calcio durante il sequestro Moro – Parte 1

Del sequestro Moro ho letto molto, mi intriga per tutte le cose molto pop che ci sono dietro e sono contento che ogni tanto leggo o ascolto chi mi fa sedere e pensare a tutto il dolore che invece c’è dentro.
A tutte le persone che quel tempo lo ricordano bene, al di là del momento del sequestro in via Fani, chiedo sempre dei 55 giorni successivi. Al di là della parte “istituzionale” e d’indagine, mi interessa sapere se ricordano ancora cosa vedevano in tv, che musica ascoltavano, quali fumetti leggevano ed ovviamente se hanno flash calcistici. Mettendo insieme i ricordi di tanti e le testimonianza raccolte soprattutto sul web ho ricostruito il calcio italiano dal 16 marzo al 9 maggio 1978.
Il giorno prima del 16 marzo 1978 era un mercoledì di Coppa e l’Italia si fermò per assistere al ritorno dei Quarti di finale di Coppa dei Campioni fra Juventus e Ajax. In Coppa Coppe il Milan aveva perso al primo turno per un gol in trasferta di Francisco Javier López del Betis Siviglia, mentre in Coppa UEFA una Lazio in crisi di nervi aveva preso 6 gol a Lens nei supplementari dopo il 2-0 dell’andata mentre il Torino era arrivato al terzo turno quando prese la favola Bastia, perdendo all’Armand Cesari” per 2-1 e in casa per 2-3 con un Krimau in grande spolvero. Rimaneva solo la Juve e il 15 marzo fu una notte per cuori forti. Dell’Ajax di Cruyff c’era solo Krol, ma una nuova leva con l’esotico Tschen La Ling e il pratico Ruud Geels faceva comunque paura. All’andata il 1° marzo la partita terminò 1-1. Difesa ad oltranza e incornate olandesi prese tutte da Zoff. Corner all’86’, solita bagarre e gol di pura caparbietà di Van Dord. Il pareggio fa ridere. Tardelli smarca da rimessa laterale Causio che fulmina Schrijvers. Per gli italiani prendere un gol del genere sull’1-0 era come minimo da auto da fé.

Il ritorno, come scritto, si gioca la sera prima del sequestro ed è emozionante. Il maestro di cerimonie è ovviamente Martellini e sentirlo crea brividi come poche altre cose. Segna Tardelli al 21’ da posizione complicata su cross dalla sinistra. Dopo un solito e meraviglioso avvitamento di Bettega su cross di Causio parato in bello stile, nel secondo tempo pareggia proprio La Ling per colpa di errori a catena della difesa juventina. Si va ai rigori e sbaglia subito Gentile, ma Zoff para su Geels e Van Dord, mentre Ling mette fuori. Dei bianconeri non sbaglia più nessuno e Causio dà la semifinale. Di seguito un minuto di Martellini…

https://www.youtube.com/watch?v=vxjwiGt6l94

Sappiamo di sicuro che Aldo Moro non guardò la partita perché restò fino a tardi con i suoi assistenti per parlare della fiducia al governo Andreotti prevista per il giorno dopo.
Il 16 marzo, giovedì, Moro fu rapito e gli uomini della scorta uccisa. A tutti coloro che ho chiesto di quel giorno mi hanno sempre sottolineato l’apocalittica stranezza del dover lasciare il lavoro o la scuola per tornare a casa. Avere messo fra parentesi la propria esistenza quotidiana ha scioccato davvero tutti, il 90% delle persone con cui ho parlato temevano un colpo di stato o almeno una svolta molto conservatrice che desse grande potere alle forze dell’ordine per fronteggiare una situazione che oggi sembra insostenibile e allora si viveva in molti casi con distacco ma che comunque faceva molta paura.
In una situazione del genere la domenica successiva, 19 marzo, proprio in quella Roma devastata e paralizzata dai posti di blocco delle forze dell’ordine e dell’esercito c’era il derby.
Quel 19 marzo i giornali aprirono con la foto di Moro con lo stendardo delle Brigate Rosse alle spalle. Ezio Mauro durante la presentazione del libro di Marco Damilano “Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia” ha detto una cosa illuminante. Per chi ha visto le foto di Moro fino a quel giorno è evidente una sua compostezza tutta democristiana e forse troppo paludata ma anche popolare che lo ha accompagnato e la violenza di una camicia sdrucita con il colletto aperto era il segno di un enorme abuso.

Minuto di silenzio prima del Debry del 19 marzo Immagine via LazioWiki

Come l’animo degli italiani anche il derby romano fu molto triste con le squadre a tre e quattro punti dalla zona retrocessione e la paura che colorava tutto. Arpino su La Stampa parla di “malinconia romana” ma non fa accenno alla vicenda Moro, mentre un accenno l’ho trovato nella cronaca della partita fatta da L’Unità. A firma di Giuliano Antognoli dopo tutte le vicende della partita, il giornalista scrive: “Da ricodare che all’inizio dell’incontro è stato osservato un minuto di raccoglimento in memoria dei cinque tutori dell’ordine assassinati dalle BR. L’iniziativa era stata presa da tutte le società di calcio”. E basta così.
Arpino nella sua rubrica “La nostra domenica” su La Stampa titola “Stretta finale” perchè una Juve con quella forza a quattro punti sul Torino e cinque sul Vicenza non era facilmente raggiungibile. È la Juve della concretezza assoluta che aveva vinto l’UEFA a Bilbao l’anno prima con Benetti, Gentille, Cuccureddu ma allo stesso tempo sta già guardando avanti con i giovani Tardelli, Cabrini e Scirea. Quella domenica di tristezza generale la Juve ospita il Verona “dei vecchietti e di zio Ferruccio” (Vacareggi, sempre da Arpino), mentre il Torino va a giocare sulla “gramigna napoletana”. Delle partite in effetti c’è poco da sottolineare, tranne un gol di assurda irruenza di Pulici al San Paolo:

 

Su un altro campo poi c’è quello che diventerà un grande classico, il gol sbagliato da Calloni in Bologna-Milan 0-0. Andare al minuto 1:13 del seguente video per ammirarlo:

La partita giocata San Siro fra Inter e Perugia non è memorabile se non per la diffusione di un volantino in cui si dava uno dei tanti giudizi su quello che era già l’affaire Moro. I volantini in sintesi sostenevano che il sequestro di Moro era un’azione delle Br a sostegno del PCI e del compromesso storico.
Al di là di questo fatto comunque non riportato, di Moro sulle pagine dei giornali sportivi si parla pochissimo. C’è una stasi catatonica, si parla di calcio, ognuno a proprio modo e ognuno come riesce meglio. Forse lo si fa proprio per restare a galla in quella sensazione di parentesi nazionale di cui ho scritto.
26 MARZO

Dieci giorni dopo il sequestro è Pasqua e arriva il comunicato N.2 delle Brigate Rosse, dove si enunciano i capi d’accusa. Su L’Avanti si scrive: “non si continui a fingere di aver di fronte un gruppetto di disperati, isolati, braccati nella loro pazzia”, mentre L’Unità ribatte “È urgente fermare la mano di questi pazzi criminali”. Da qui PSI e PCI prendono due strade diverse fino alla fine della loro storia.
La vita continuava singhiozzando e volevo riportare uno stralcio del libro imperdibile di Pino Frisoli e Massimo De Luca “Sport in TV: storia e storie dalle origini a oggi”, che cerca di riportare alla mente quelle giornate televisive:

Eravamo in uno dei momenti più drammatici della storia repubblicana italiana, nel pieno del sequestro di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. In Tv nel giorno di Pasqua c’era la “Domenica in” di Corrado sulla Rete Uno e “L’altra domenica” di Renzo Arbore sulla Rete Due. Alle 20.40, sulla Rete Uno e sulla Rete Due, due repliche per la prima volta a colori, la terza puntata dello sceneggiato “Le avventure di Pinocchio”, del 1972, e la seconda puntata della commedia musicale “Mai di sabato signora Lisitrata”, registrata nel 1971. Per lo sport, sulla Rete Uno alle 16.45 “90° minuto” seguito alle 18.15 dalla sintesi di una partita di Serie B e alle 21.40 da “La Domenica Sportiva”. Sulla Rete Due alle 15.30 “Diretta sport”, con la partita di Serie A1 di basket Gabetti Cantù-Cinzano Milano, alle 19.00 la sintesi di un tempo di una partita di Serie A e alle 20.00 “Domenica sprint”.
Seguite con attenzione il blog di Pino Frisoli: http://pinofrisoli.blogspot.it/

Quella domenica la partita da primo campo collegato era Genoa-Juventus. Finisce 2-2 e quello che si fa ancora ammirare è la capacità acrobatica di un Boninsegna trentacinquenne e la difficoltà estrema di segnare ad uno Zoff a cui bisognava tirare più volte prima di far entrare dentro il pallone.

Visto oggi il clima in quegli anni era davvero spaventoso. Alla fine della partita ci furono gravi incidenti e quelli che L’Unità indica come “giovani teppisti” avevano sparato contro macchine targete Torino. Si sparava così spesso da far passare una cosa del genere come quasi normale (l’accenno degli spari di rivoltella era inserito a fine pezzo, che noltre aveva in pagina poca visibilità).
Il Napoli di Gianni Di Marzio galleggiava nella mediocrità ma quella fu la domenica di Massimo Mattolini, autore di parate a ripetizione, riuscendo a neutralizzare il rigore di Mascetti e dando di fatto la vittoria ai partenopei grazie ad un gol di Livio Pin.
Tornando all’Olimpico, distante 10 km da via Montalcini dove Moro era tenuto prigioniero, quel giorno c’era Roma-Lanerossi Vicenza, la squadra rivelazione di Gibì Fabbri e di un’ex ala destra convertitosi centravanti e capocannoniere del campionato, Paolo Rossi. La partita finisce 1-1 con gol di Guidetti per il Vicenza e autorete di Prestanti. Il Lanerossi lamenta un paio di rigori non dati e, a proposito di sudditanza psicologica, il presidente Farina a fine partita dice: “Un arbitro del genere poteva andar bene per il vecchio Vicenza, non per quello attuale terzo in classifica che andrebbe meglio tutelato”.
Sempre Arpino su La Stampa quella domenica titola il suo editoriale “La Juventus contro tutti”, intuendo che quella di Genova sarebbe stata solo una partita di passaggio (e così sarà perché pareggia anche il Torino in casa contro il Perugia e tutto resta uguale in classifica) verso il confronto di mercoledì-domenica succcessiva contro il Bruges in Coppa dei Campioni e il Torino in campionato.